L’accertamento dell’apposizione di firme apocrife necessita lo svolgimento di attività istruttoria.



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Nota a ABF, Collegio di Napoli, 12 maggio 2021, n. 12265.

di Marzia Luceri

 

Parte ricorrente lamentava la violazione, da parte dell’intermediario resistente, degli obblighi di protezione – tra cui l’obbligo di adeguata verifica dell’identità del cliente e della sua operatività abituale – avendo tale istituto bancario emesso una carta di credito intestata alla società dell’istante, di cui egli ne ignorava l’esistenza, seppur apparentemente le firme apposte sul contratto (digitali e non) risultavano a lui riconducibili.

Ebbene, il ricorrente aveva provveduto a disconoscere tali firme presentando denuncia presso l’Autorità di pubblica sicurezza, asserendo che la firma autografa non era, ictu oclui, conforme alla propria, mentre quella digitale non poteva essere a lui riconducibile “non avendo lo stesso mai attivato, né utilizzato, per sé o per la società, alcuna firma digitale”.

Tanto rilevato, ritenuta la sussistenza di plurimi elementi (quali, numero di telefono intestato a terze persone, e-mail non riconducibile al ricorrente, ecc.) idonei ad essere rilevati con l’ordinaria diligenza richiesta nell’esercizio dell’attività bancaria, l’istante ha chiesto all’Arbitro accertarsi l’invalidità del contratto relativo alla carta di credito per falsità della sottoscrizione “con ogni conseguenza in termini di illegittimità della pretesa economica […].

Il Collegio ha respinto il ricorso.

In primo luogo, quanto al chiesto accertamento di apposizione di firme apocrife, il Collegio partenopeo, conformandosi all’orientamento della giurisprudenza arbitrale, ha sottolineato che il disconoscimento della sottoscrizione di un contratto può essere eseguita “soltanto in presenza di una difformità rilevabile ictu oculi, essendo preclusa la possibilità di un accertamento tecnico in ordine all’autenticità delle firme”.

Nel caso di specie, dall’esame della documentazione versata in atti, in assenza di perizia calligrafica, il Collegio non ha ritenuto possibile desumersi la sussistenza di difformità evidenti (appunto, rilevabili ictu oculi) tra la sottoscrizione incontestata apposta sul documento di identità del ricorrente, lo specimen di firma depositato presso una banca terza e la firma disconosciuta apposta in calce alla richiesta di carta di credito.

In casi analoghi, l’Arbitro ha già avuto modo di affermare che, “salvo che ricorra un’ipotesi di grossolana falsificazione, per poter giungere ad una decisione in merito all’autenticità di una sottoscrizione sarebbe assolutamente necessario poter disporre non solo degli specimen di firma dei soggetti abilitati al compimento delle operazioni contestate, ma anche di una perizia redatta da un esperto della cui affidabilità non si possa dubitare. Tale eventualità, però, esula dalle competenze dell’ABF, giacché, sulla base della normativa vigente, «la decisione sul ricorso è assunta sulla base della documentazione raccolta nell’ambito dell’istruttoria» (cfr. Delibera CICR del 29/7/2008 e “Disposizioni sui sistemi di risoluzione stragiudiziale delle controversie in materia di operazioni e servizi bancari e finanziari”). E’, quindi, onere del ricorrente, se intende sottoporre la questione a questo Organo, fornire la prova della non autenticità di una sottoscrizione, eventualmente producendo i relativi documenti e una adeguata allegazione atta a corroborare il proprio assunto: onere, che, tuttavia, nel caso di specie, non può dirsi in alcun modo assolto. Stante, dunque, la non evidente difformità tra le sottoscrizioni apposte sul contratto con quelle del prospetto riepilogativo, non appare possibile procedere ad alcuna ricognizione negativa in ordine all’autenticità delle sottoscrizioni” (cfr. ABF, Coll. di Napoli, dec. n. 14289/2018).

Quanto al lamentato mancato rispetto della normativa relativa all’identificazione della clientela, con particolare riferimento ai contratti conclusi a distanza, il Collegio, richiamata la disposizione normativa di cui all’art. 19, I co., lett. a) del D.lgs. n. 231/2007, nonché la disciplina antiriciclaggio interessante le modalità di sottoscrizione di contratti a distanza, ha ritenuto assolto l’onere probatorio sussistente in capo all’intermediario, avendo esso dimostrato di aver posto in essere tutte le azioni ivi previste “affermando che il cliente era stato identificato tramite l’addetto dell’agenzia incaricata, ed allegando, tra l’altro, la richiesta del recapito fisso, nonché evidenza da cui si evincerebbe la validità della firma digitale necessaria per la richiesta della carta”.

 

Qui la decisione.

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