Contratti bancari e recesso della Banca.



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 16 aprile 2021, n. 10125.

di Donato Giovenzana

 

Secondo la Suprema Corte grava sulla parte, la quale assuma l’illegittimità del recesso per arbitrarietà e contraddittorietà al principio di buona fede, l’onere di enunciare le ragioni e di fornire la relativa prova, dovendo il debitore il quale agisca per far dichiarare arbitrario l’atto di recesso di una banca dal rapporto di affidamento di credito per violazione della buona fede, dedurre e provare che le giustificazioni fornite dalla banca non risultino ragionevoli.

A fronte dell’esercizio del diritto di recesso attribuito dalla legge o dal contratto, è onere della controparte – la quale alleghi la violazione della clausola della buona fede e della correttezza – provare l’integrazione della fattispecie abusiva.

La prova sarà tanto più ardua quando più il recesso sia motivato sulla base di comportamenti della stessa cliente, di terzi destinatari di fatture emesse dalla medesima società in ipotesi di sconto bancario, oppure addirittura di inesistenza di terzi debitori in presenza di ricevute bancarie illegittimamente emesse dalla stessa correntista, così come in presenza di altre condotte similari, specie a fronte della rilevante entità del credito concessole: circostanze che, secondo  l’id quod plerumque accidit, siano tali da far insorgere dubbi in ordine alla solvibilità del correntista.

Per la Cassazione, è proprio il grado di solvibilità del cliente ad orientare legittimamente le scelte della banca circa il mantenimento o la revoca degli affidamenti concessi, a fronte di comportamenti o circostanze tali da legittimare, secondo le regole degli affari, l’allarme dell’istituto di credito sulla solvibilità del cliente, e, quindi, da giustificare la legittima revoca degli affidamenti.

 

 

Qui l’ordinanza.

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