Galeotta fu l’omissione: sull’eziologia del danno da inadempimento informativo.



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Nota a ACF, 11 dicembre 2020, n. 3239.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Con la recente decisione in oggetto, l’Arbitro per le Controversie Finanziarie (ACF) ritiene meritevole di accoglimento la domanda subordinata con cui parte ricorrente richiedeva il risarcimento del danno sofferto in conseguenza dell’inadempimento dell’intermediario agli obblighi di informazione precontrattuale sulle caratteristiche e sul grado di rischio dei titoli negoziati e, segnatamente, in relazione al mancato assolvimento degli obblighi di informazione rafforzata prevista per i prodotti illiquidi.

Nel caso di specie, è incontroverso che il resistente non abbia reso le informazioni prescritte dalla Comunicazione CONSOB del 3 marzo 2009, per l’ipotesi di distribuzione e collocamento di strumenti finanziari illiquidi. L’argomento evocato dall’intermediario è, invero, consistito nel negare che tale caratteristica dovesse essere riconosciuta alle proprie azioni e obbligazioni, negli anni di effettuazione delle operazioni di investimento contestate. Come l’ACF ha già avuto occasione di precisare, se è vero che la liquidità (sì come, per converso, l’illiquidità) di uno strumento finanziario sia una situazione di fatto, corrisponde, del pari, al vero, in ossequio al principio di maggiore vicinanza alla prova, la circostanza per cui costituisca preciso onere dell’intermediario comprovare che alla data dell’operazione esistesse l’asserita condizione di liquidità. Poiché, nel caso di specie, parte resistente si è limitato ad allegare genericamente le azioni e le obbligazioni convertibili fossero state “classificate” come liquide, senza fornire alcuna prova dell’effettivo grado di liquidità a quella data, deve ritenersi accertato l’inadempimento del resistente a propri specifici obblighi di informazione.

Peraltro, dalle evidenze in atti, emerge che l’intermediario abbia formulato espressa raccomandazione d’investimento rivolta alla cliente, contravvenendo a un’espressa indicazione contrattuale di astensione dalla fornitura raccomandazioni d’investimento aventi ad oggetto titoli azionari di propria emissione. Da ultimo, è rilevabile anche un eccesso di concentrazione, nel portafoglio della cliente, in titoli emessi dal resistente.

Accertato, quindi, l’inadempimento dell’intermediario, per le operazioni di investimento, e ritenuto che le omissioni informative e le carenze comportamentali rassegnate abbiano avuto decisiva incidenza causale nelle scelte di investimento, potendo ragionevolmente affermarsi, in ossequio al principio del “più probabile che non”, che se l’intermediario avesse agito con tutta la diligenza richiesta la ricorrente non avrebbe eseguito gli investimenti per cui è controversia, l’ACF procede alla liquidazione del danno, rilevando, in via preliminare, che non possa essere oggetto di risarcimento quanto investito dalla ricorrente nell’acquisto di obbligazioni subordinate del resistente. Difatti, oltre alla mancata proposizione di una specifica domanda risarcitoria, non sarebbe ravvisabile il requisito dell’attualità del danno, dal momento che, allo stato, non sono rinvenibili elementi per ritenere che tali obbligazioni non possano essere regolarmente rimborsate, alla loro naturale scadenza. Ciò essendo, il danno può essere liquidato in misura pari a quanto investito dalla ricorrente per l’acquisto delle azioni e delle obbligazioni convertibili (successivamente convertite in azioni) del resistente.

 

 

Qui la decisione.

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