Il fine giustifica i mezzi: la decisione salomonica dell’ABF sull’operatività tramite home banking per l’amministratore di sostegno.



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Nota a ABF, Collegio di Roma, 1 dicembre 2020, n. 21509.

di Antonio Zurlo 

 

 

 

 

Le circostanze fattuali.

Parte ricorrente si rivolgeva all’Arbitro Bancario Finanziario (d’ora innanzi, ABF), rappresentando di essere stato nominato, dal Tribunale di Macerata, amministratore di sostegno della madre; affermava di aver aperto un conto corrente intestato, all’amministrata, “chiedendo contestualmente la possibilità di gestirlo tramite home banking” e ricevendo risposta negativa. A tal riguardo, il ricorrente evidenziava la gravità di tale rifiuto, in particolar modo in un periodo di emergenza sanitaria, conseguendone l’esposizione a rischi inutili per la sua salute e per quella altrui, stante l’impedimento a effettuare operazioni telematiche sul conto amministrato. Concludeva chiedendo l’immediata attivazione della capacità di operare in home banking sul conto corrente intestato alla madre.

L’intermediario, costituitosi, ribadiva il diniego già espresso nella fase preliminare al ricorso, in quanto l’attivazione del servizio di home banking per gli amministratori di sostegno non è contrattualmente prevista. Richiamava, sul punto, le condizioni contrattuali (che allegava alle controdeduzioni) e chiedeva, quindi, il rigetto del ricorso.

In sede di repliche, parte ricorrente precisava che il ricorso non contestasse un’inadempienza contrattuale, ma, per converso, fosse finalizzato a chiedere l’eliminazione di una previsione contrattuale ingiustificatamente vessatoria, irragionevole, discriminante e, alla luce delle precauzioni necessarie a limitare il rischio di contagio con il coronavirus, finanche pericolosa da un punto di vista sanitario (costringendo all’effettuazione in presenza di operazioni eseguibili in via telematica, senza essere esposti a rischi derivanti da contatti sociali non strettamente necessari). Ribadiva, inoltre, quanto esposto in sede di reclamo, ovverosia che ogni operazione effettuata sul conto in oggetto dovesse essere compiuta a esclusivo beneficio della titolare, e che tale circostanza fosse sottoposta a esame del Tribunale di Macerata (informato periodicamente in relazione alla gestione del patrimonio della titolare).

 

La decisione del Collegio.

La questione concerne la contestazione, da parte del ricorrente, del diniego opposto dall’intermediario a fronte della richiesta di attivazione del servizio di home banking per il conto corrente intestato alla madre, soggetto a beneficio del quale il ricorrente aveva assunto l’incarico di amministratore di sostegno. Come rappresentato in narrativa, il diniego è basato su una disposizione contrattuale escludente la possibilità di usufruire del servizio di collegamento telematico al conto corrente nei casi in cui la movimentazione del conto debba avvenire per il tramite di un amministratore di sostegno.

In via preliminare, il Collegio osserva come il tenore della precisazione svolta dall’attore, in sede di repliche, circa la finalità della propria domanda (ovverosia, non contestazione di un inadempimento dell’intermediario, ma l’eliminazione di una previsione contrattuale ingiustificatamente vessatoria, irragionevole, discriminante e finanche “pericolosa”, in considerazione dell’attuale stato pandemico) possa implicare una pronuncia di natura costitutiva che, in quanto tale, esorbiterebbe dalle attribuzioni funzionali dello stesso Organismo Arbitrale, la cui cognizione, come noto, risulta circoscritta alla sfera dell’accertamento del diritto eventualmente spettante al ricorrente[1].

Non è consentito, pertanto, all’ABF di sostituirsi all’intermediario nella valutazione dei presupposti per l’attivazione del servizio di home banking, attraverso la condanna dello stesso a un facere infungibile, come tale interdetta dall’Arbitro[2].

Tanto premesso, il Collegio ritiene, comunque, opportuno soffermarsi sul contenuto della clausola contrattuale che impedisce all’amministratore di sostegno di usufruire del servizio di home banking per operare sul conto corrente del beneficiario. Tale previsione, invero, appare vessatoria nei confronti del ricorrente. Sul punto, è premura dell’ABF evidenziare come la letteralità dell’art. 405, n. 5, c.c., preveda che «Ildecreto di nomina dell’amministratore di sostegno deve contenere l’indicazione dei limiti,anche periodici, delle spese che l’amministratore di sostegno può sostenere con utilizzodelle somme di cui il beneficiario ha o può avere la disponibilità.». Nello specifico, il giudicetutelare, con l’atto di nomina dell’amministratore di sostegno, pone in essere una valutazionecirca la specificità della situazione e delle esigenze del soggetto amministrato, indicando,correlativamente, tanto gli atti che l’amministratore di sostegno sia legittimato a compiere in nome e per conto del beneficiario, quanto quelli rispetto ai quali, per contro, lo stesso amministratore di sostegno debbadare il proprio consenso, offrendo assistenza al beneficiario. Il giudice tutelare, nell’attivitàdi individuazione degli atti per cui sia richiesta la rappresentanza o l’assistenzadell’amministratore di sostegno o quelli che da quest’ultimo non possano essere compiuti,persegue l’obiettivo della «minore limitazione possibile della capacità di agire»dell’interessato[3], orientandosi al principio della massima salvaguardia ndell’auto-determinazione del soggetto amministrato.

Come peraltro correttamente rilevato dal ricorrente, pertanto, è evidente che i poteri e i limiti all’operatività dell’amministratore siano oggetto di periodico esame da parte dell’Autorità Giudiziaria e il giudice tutelare, alla luce della summenzionata norma codicistica, appaia l’unico soggetto legittimato a imporre obblighi o limiti all’amministratore, in merito all’utilizzo delle somme a disposizione del soggetto amministrato.

Parte ricorrente ha rappresentato di poter disporre «qualsiasi movimento in uscita dal conto (ad esempio bonifici, pagamenti, prelievi ecc.)», recandosi di persona presso uno sportello fisico o presso un ATM: ciò poiché evidentemente investito di tale facoltà dal decreto del giudice tutelare.

Si rileva come l’operatività via home banking costituisca una funzione strettamente connessa alle modalità con cui si opera ordinariamente sul conto corrente: la circostanza che le operazioni siano effettuate in via informatica piuttosto che fisicamente, recandosi presso lo sportello dell’intermediario, non appare, invero, tale da richiedere ulteriori autorizzazioni.

Laddove il soggetto amministratore di sostegno possa disporre delle somme presenti sul conto corrente del soggetto beneficiario tramite lo sportello fisico dell’intermediario, appare dunque eccessivamente penalizzante precludere la possibilità di effettuare le medesime operazioni per il tramite dell’home banking. Un siffatto divieto appare in contrasto con il citato principio di massima salvaguardia dell’autodeterminazione del soggetto amministrato, provocando, inevitabilmente un’eccessiva limitazione della capacità di agire dell’interessato.

A tal riguardo, pertanto, il Collegio ritiene che, dal momento in cui l’amministratore di sostegno sia legittimato alla gestione della movimentazione del conto corrente del soggetto beneficiario, per espresso decreto dell’Autorità Giudiziaria, debba scientemente ricomprendersi, nell’ambito dei poteri a questo attribuiti, anche l’autorizzazione a disporre le operazioni sul conto per il tramite di servizi di home banking.

La natura dinamica dei poteri attribuiti dal decreto del giudice tutelare all’amministratore di sostegno induce, difatti, a ritenere che quest’ultimo possa ritenersi legittimato all’operatività dispositiva online, senza che occorra un’ulteriore specifica autorizzazione. Deve ritenersi illegittimo, dunque, un limite posto in tal senso dall’Istituto di credito resistente, che è soggetto estraneo al rapporto fra amministratore di sostegno e giudice tutelare, dal momento che solo quest’ultimo, tramite apposito decreto, può imporre limiti all’operatività sul conto del soggetto beneficiario.

Ne consegue che la clausola contrattuale inserita dall’intermediario debba considerarsi vessatoria, poiché eccessivamente penalizzante per l’amministratore di sostegno, non potendo essere addotto alcun valido motivo per cui quest’ultimo non possa utilizzare il servizio di home banking per procedere all’effettuazione di operazioni autorizzate dal giudice cautelare nell’interesse del soggetto amministrato.

 

 

Qui la pronuncia.


[1]  Sul punto, v. Disposizioni sui sistemi di risoluzione stragiudiziale delle controversie in materia di operazioni e servizi bancari e finanziari della Banca d’Italia, Sez. I, par. 4.

[2] Cfr., ex multis, ABF, Collegio di Roma, n. 22079/2019.

[3] V. art. 1, l. n. 6/2004.

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