Sulla ineleggibilità negli Organi di rappresentanza per gli avvocati – commissari.



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Nota a Cass. Civ., Sez. Un., 4 dicembre 2020, n. 27769.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Con il recente pronunciamento in oggetto, le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione hanno interpretato (in maniera più stringente rispetto alla lettura data dal Consiglio Nazionale Forense) le disposizioni normative relative all’ineleggibilità, negli Organi di rappresentanza dell’Avvocatura, per i professionisti che abbiano rivestito il ruolo di commissari.

Gli ermellini, invero, partono dalla letteralità dell’art. 47, sesto comma, l. n. 247/12, che prevede testualmente: «Gli avvocati componenti della commissione non possono essere eletti quali componenti del consiglio dell’ordine, di un consiglio distrettuale di disciplina, del consiglio di amministrazione o del comitato dei delegati della Cassa nazionale di previdenza ed assistenza forense e del CNF nelle elezioni immediatamente successive alla data di cessazione dell’incarico ricoperto[]». Il tenore della disposizione de qua pare porsi in linea di continuità con quello della norma precedente, ovverosia l’art. 22, sesto comma, R.D.L. n. 1578/33, per cui, segnatamente: «[…] Gli avvocati componenti della commissione e delle sottocommissioni non possono candidarsi ai rispettivi consigli dell’ordine e alla carica di rappresentanti della Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense alle elezioni immediatamente successive all’incarico ricoperto […]».

È premura del massimo consesso evidenziare come scarso rilievo debba essere conferito al riferimento, nella disposizione del 2012, all’ineleggibilità e non più all’incandidabilità (come, per contro, avveniva con la norma del 1933). Invero, seppur dogmaticamente giustificabile la differenza tra incandidabilità, intesa come impossibilità ad essere candidato, e ineleggibilità, da assumersi alla stregua dell’impossibilità a essere eletto, tale discrimen diviene, da un punto di vista pragmatico – operativo, difficilmente percepibile, finendo con l’essere semplicemente il frutto dell’originaria nascita delle norme che hanno previsto l’incandidabilità, quando l’ineleggibilità era l’unico istituto a valere prima della candidatura. Al riguardo, la stessa Corte Costituzionale ha qualificato l’incandidabilità (con precipuo riferimento a quella prevista dall’art. 15, primo comma, lett. c), l. n. 55/1990) come «particolarissima causa di ineleggibilità»[1].

Né, tantomeno, significativo (se non in termini di maggiore chiarezza) pare essere il riferimento, nella disposizione del 2012, alla «data di cessazione dell’incarico ricoperto», anziché semplicemente «all’incarico ricoperto» evocato, per contro, dalla disposizione del 1933. Peraltro, il richiamo alla data di cessazione (e non già semplicemente all’incarico), si presta a un ampliamento del periodo d’ineleggibilità, che avanza, nel suo dies a quo, sino alla data di cessazione dell’incarico medesimo (laddove, contrariamente, la disposizione precedente faceva riferimento all’incarico in corso di svolgimento).

La Corte Costituzionale, interpellata sulla legittimità dell’art. 22, sesto comma, summenzionato, ha avuto modo di evidenziare la centralità, ai fini della previsione d’incandidabilità, della tornata elettorale, e non già l’immediatezza delle elezioni: sicché è nella tornata elettorale immediatamente successiva allo svolgimento dell’incarico di componente delle commissioni e sottocommissioni per gli esami di avvocato (e, oggi, nella tornata elettorale immediatamente successiva alla data di cessazione del suddetto incarico) che debba essere rilevata la causa d’incandidabilità, e, oggi d’ineleggibilità[2].

Da ultimo, a scongiurare gli asseriti dubbi di legittimità costituzionale, riproposti dal Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza impugnata, e dai controricorrenti, nel giudizio, la stessa Corte ha sottolineato come la preclusione individuata dal legislatore non riguardi un periodo né temporalmente indeterminato né, tantomeno, in sé, eccessivo o irragionevole. Trattasi di una scelta discrezionale, ma non irrazionale, di separazione funzionale, finalizzata a impedire possibili commistioni di attribuzioni reputate non opportune, secondo una prospettiva di trasparenza amministrativa e di efficienza gestionale in linea coi i valori espressi dalla Costituzione. Di talché, è irrilevante il riferimento all’allungamento della durata del mandato consiliare, da due a quattro anni, giacché il periodo resta temporalmente determinato, né eccessivo, né irragionevole. L’interpretazione offerta dai controricorrenti, secondo cui con l’avverbio «immediatamente» il legislatore avrebbe inteso riferirsi alle elezioni da espletare nel corso degli esami, nonché alla tornata elettorale che eventualmente si svolga l’anno successivo alla data di conclusione di essi, oltre a non essere comprovato da nessuna evidenza letterale, pare essere finanche smentita dal testo della nuova disposizione, che si riferisce, come rilevato, alla data di cessazione dell’incarico.

 

 

Qui la pronuncia.


[1] Il riferimento è a Corte Cost. 23 aprile 1996, n. 141.

[2] Il riferimento è a Corte cost. 15 aprile 2011, n. 138.

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