La condotta “opportunistica” degli investitori.



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Nota a ACF, 27 marzo 2020, n. 2391.

di Donato Giovenzana

 

Secondo l’ACF costituisce un comportamento solo opportunistico quello di  investitori che, dopo anni (o decenni) di distanza dai fatti rilevanti e di continuata attività senza mai contestare alcunché, e dopo magari aver anche tratto utilità dalle operazioni di acquisto di strumenti finanziari, allorché gli strumenti su cui si è incentrata la loro operatività incomincino a soffrire perdite (che sono il riflesso del rischio naturalmente immanente a investimenti di lunga durata come sono quelli finanziari) cercano di accollare queste ultime all’intermediario. Si tratta di comportamenti, evidentemente, non in buona fede, e che non meritano allora di essere tutelati, come del resto ha sottolineato di recente (seppure con riferimento al tema specifico delle nullità selettive) anche la Suprema Corte nella sua più alta espressione nomofilattica.     Il Collegio stigmatizza come nel caso di specie il ricorrente si sia limitato a denunciare una serie di inadempimenti dell’intermediario, soprattutto agli obblighi di corretta informazione, al fine di vedersi ristorato dei danni conseguenti ad una operatività avente ad oggetto svariate tipologie di titoli, ma che si è protratta per un decennio. Ebbene, nei casi in cui l’investitore  abbia continuato a compiere con sistematicità le operazioni per cui è controversia anche quando ne era oramai del tutto chiara la natura si deve anche ritenere, nell’ambito della ricostruzione dello scenario controfattuale in base al quale verificare quale sarebbero le scelte dell’investitore in presenza, sin da principio, di una corretta informazione, come del tutto insussistente il nesso di causalità tra il fatto e il fanno lamentato, giacché si può assumere che il ricorrente avrebbe, in ossequio al principio del più probabile che non, egualmente proceduto con le operazioni contestate.   Si tratta di un principio che ben si attaglia alla vicenda di cui trattasi, così come ad essa si adatta anche l’osservazione che la perdita di cui il ricorrente chiede ristoro non è maturata tutta in un’unica soluzione, e quale conseguenza di una singola operazione, ma si è determinata per il progressivo cumularsi della molteplicità delle operazioni contestate. Tale circostanza comporta, allora, che la perdita sofferta deve considerarsi imputabile a grave colpa dello stesso ricorrente, il quale ha ignorato la valenza segnaletica rappresentata dal fatto che gli investimenti erano costantemente in perdita.   Per il che il ricorso viene respinto.

 

 

Qui il testo della decisione.

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