Pandemic bonds: una scommessa (fallimentare) sul diffondersi della pandemia.



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Approfondimento a cura di Laura Albanese.

 

 

 

 

 

Il trasferimento dei rischi catastrofali ai mercati finanziari.

Ogni evento catastrofico, indipendentemente dal fatto che sia legato ad avvenimenti naturali, ad emergenze sanitarie o ad attacchi terroristici, porta con sé la necessità di reperire, in tempi celeri, risorse economiche sufficienti per fronteggiare le necessità dei Paesi colpiti e proiettarli verso la “ricostruzione”. Tuttavia, la sperimentata impossibilità di prevedere con un significativo anticipo il verificarsi di tali eventi, rari e a cui non risultano applicabili le leggi della statistica classica, rende la capacità di allocare altrove il rischio catastrofale una possibile soluzione per fornire tempestive risposte e risorse utilizzabili.

Tra le alternative percorribili, con sempre maggiore interesse si è guardato al trasferimento del rischio verso i mercati finanziari[1], filtrato attraverso l’emissione di appositi titoli obbligazionari – c.d. catastrophe bonds (o, per brevità, cat bonds) – impiegati fin dai primi anni Novanta dello scorso secolo, in considerazione del verificarsi di eventi catastrofali di straordinaria intensità, quali l’Uragano Andrew e il terremoto di Northridge[2]. Si tratta, dunque, di emissioni obbligazionarie, nell’ambito delle quali la restituzione del capitale a scadenza ovvero del flusso cedolare è “legato al verificarsi o meno dell’evento catastrofale”[3] coperto; all’occorrere degli eventi dannosi previsti dal contratto e nei limiti da questo imposti, secondo condizioni predeterminate, i sottoscrittori saranno chiamati a sostenere una decurtazione delle proprie entrate, fino anche alla perdita del capitale investito.

Si tratta di titoli attualmente molto diffusi, che possono essere emessi direttamente dal soggetto che desidera trasferire il rischio, ma che nella maggioranza dei casi vedono l’interposizione di una società veicolo.

 

Dai catastrophe bonds ai pandemic bonds per affrontare le crisi sanitarie globali.

Ecco che, all’indomani dell’emergenza mondiale connessa alla preoccupante diffusione dell’Ebola, nell’ambito del programma Pandemic Emergency Financing Facility (PEF), partecipato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, si è cercato di dare risposte alle problematiche economiche derivanti dall’insorgere di eventi pandemici; nel 2017, la Banca Mondiale annunciava la concretizzazione e la messa sul mercato dei pandemic bonds e affermava che “con questo nuovo strumento abbiamo fatto un passo enorme, che ha il potenziale per salvare milioni di vite e intere economie […]. Ci stiamo allontanando dal ciclo del panico e della negligenza che hanno tanto caratterizzato il nostro approccio alle pandemie. Stiamo sfruttando la nostra expertise sul mercato dei capitali, la nostra profonda comprensione del settore della sanità, la nostra esperienza nel far fronte alle sfide dello sviluppo, e le nostre forti relazioni con i donatori e l’industria delle assicurazioni per metterci al servizio dei popoli più poveri del mondo”.

Il Pandemic Emergency Financing Facility (PEF) Framework, adottato il 27 giugno 2017, all’art. 1, lett. o), definisce pandemic bondsmeans any catastrophe bond issued or to be issued by the Treasury Manager, under which agreed-upon payout(s) will be made available to the Treasury Manager through a reduction of principal amount of the bond due to the bondholders, upon meeting the Activation Criteria”, cioè quei requisiti che devono essere soddisfatti “to activate a payout under a Pandemic Insurance or a reduction of principal under a Pandemic Bond”.

I pandemic bonds sono, dunque, obbligazioni con cedole ad alto rendimento e, dunque, rappresentano una sottocategoria dei catastrophe bonds, ideati per affrontare le crisi sanitarie aventi carattere globale, e collocati nel 2017 dalla Banca Mondiale, con una scadenza fissata nel mese di luglio 2020, per un controvalore complessivo pari a 320 milioni di dollari.

Vale la pena di evidenziare che siamo dinanzi a strumenti obbligazionari particolari, rispetto ai quali gli investitori mantengono un fine puramente speculativo, mentre per la Banca Mondiale, che li ha emessi, rappresentano la possibilità di incassare fondi, funzionali ad assicurare la disponibilità di “un potenziale cuscinetto per intervenire, in caso di disastri sanitari, soprattutto nelle aree più depresse del mondo”[4]. Dall’altra parte, lo stesso Pandemic Emergency Financing Facility (PEF) Framework esplicitamente individua i due obiettivi perseguiti tramite il collocamento dei Pandemic bonds: “(a) make available surge financing to key responders, including governments, multilateral agencies and civil society organizations, to respond to an outbreak with pandemic potential and to minimize its health and economic consequences; and (b) help catalyze the creation of a global market for pandemic insurance instruments by drawing on resources from insurance, bonds and/or other private sector financial instruments”.

 

Le caratteristiche dei pandemic bonds e la loro utilizzabilità per affrontare l’emergenza Covid-19.

Passando ad esaminare le caratteristiche essenziali di questi strumenti, occorre rilevare, innanzitutto, che collocamento dei Pandemic bonds ha riguardato due distinte categorie di titoli: a) la classe A – a rischio ridotto – che paga interessi del 6,5% maggiorati del tasso Libor in dollari a sei mesi; b) la classe B più rischiosa, con interessi al 11,1% e con identica maggiorazione.

Non diversamente da quanto già rilevato con riguardo ai catastrophe bonds,  anche per i Pandemic bonds il meccanismo di funzionamento appare analogamente strutturato; infatti, in circostanze normali, gli investitori incassano i rendimenti e alla scadenza – come detto fissata per il prossimo mese di luglio – ottengono il rimborso del capitale inizialmente versato. Tuttavia, laddove si verifichi un evento pandemico coperto dal contratto – cioè associato a una delle categorie di virus individuati dal PEF, tra cui compare anche il Coronavirus – e si inverino le condizioni ivi previste, i sottoscrittori perdono la scommessa; la Banca Mondiale trattiene le somme investite e i possessori devono rinunciare al 16,67% di quanto versato, se appartenenti alla classe A,  oppure, quale corollario del maggior rischio assunto a fronte della più elevata redditività, all’intero capitale, se appartengono alla classe B.

L’emergenza sanitaria – e non solo – connessa alla diffusione del coronavirus Covid-19, ora definita “pandemia” dall’Organizzazione mondiale della sanità, ripropone il dibattito sull’utilizzabilità dei Pandemic bonds, quale strumento per far fronte alle necessità finanziarie dei Paesi più disagiati per combattere il diffondersi del virus. Infatti, senza che a tal fine sia richiesta una preliminare adesione al PEF, i beneficiari di questi strumenti sono esclusivamente i Paesi che rientrano tra quelli più poveri del mondo, secondo la lista dell’Agenzia Internazionale per lo Sviluppo. Paesi che, sebbene non compaiano tra gli Stati attualmente più interessati dalla pandemia (pensiamo alla Cina, all’Italia, alla Spagna, agli USA, alla Francia o all’Iran, oppure alla Corea del Sud), laddove colpiti, potrebbero verosimilmente subire conseguenze umane, sociali ed economiche, più che altrove, devastanti; e ciò sul presupposto che “While every country in the world is susceptible to disease outbreaks, low-income countries with relatively weaker health systems tend to be more vulnerable and less capable of mobilizing the financial resources to effectively respond to large-scale outbreaks. Accordingly, all countries that qualify for credits from the Bank’s International Development Association (IDA) are eligible to access PEF funds. In addition, international organizations and NGOs supporting response efforts in affected countries are also eligible to access PEF funds. These organizations are referred to as responding agencies[5].

In realtà, la mera dichiarazione dell’Oms di una pandemia in atto, non è per sé sufficiente a garantire l’innescarsi del meccanismo contrattuale sottostante al collocamento dei pandemic bonds, che anzi implica una complessa valutazione, connessa al verificarsi di una serie di ulteriori condizioni, affidata ad una società ad hoc – l’Air Worldwide Corporation – chiamata a certificare l’evento.

A fronte di un inizio della crisi dichiarato il 31 dicembre 2019, alcune delle condizioni richieste sembrano già essersi verificate, tra queste: a) il coinvolgimento di almeno due Paesi nel mondo, di cui uno nella lista dei più poveri; b) la durata minima di almeno 12 settimane dall’inizio dell’epidemia (raggiunto lo scorso 23 marzo); c) la registrazione di almeno 250 casi nelle prime 12 settimane; d) l’accertamento di almeno 250 decessi in uno dei paesi più poveri del mondo.

Resta da valutare, invece, se il tasso di crescita dei casi sia stato superiore allo 0 per due settimane, compreso il giorno in cui si raggiungono gli altri criteri (come detto il 23 marzo) e se, sempre includendo tale termine, almeno il 20% di casi è stato confermato sul totale, per due settimane consecutive[6].

 

I rischi per gli investitori qualificati e per gli investitori retail.

Già si è detto che, laddove dovessero ritenersi verificate tutte le condizioni contrattualmente previste, gli investitori perderebbero in tutto o in parte il capitale investito. Tuttavia, al riguardo occorre spendere alcune ulteriori considerazioni, che già aprono ad una prima valutazione sull’utilità di questi strumenti rispetto al fine perseguito.

Innanzitutto, la struttura stessa di questi bonds, impone di relativizzare le perdite che gli investitori potrebbero subire. Infatti, ponendo in evidenza le numerose criticità di questi strumenti, AP Felix Stein dell’Università di Cambridge ha evidenziato come, alla fine, siano sempre e comunque gli investitori di Wall Street a beneficiarne, anche perché quando consideriamo gli investitori di questi bonds dobbiamo avere riguardo ai soli investitori qualificati, cui si riferisce il Prospectus Supplement messo a disposizione dalla Banca Mondiale[7]; questi, anche laddove dovessero perdere parzialmente o integralmente il capitale investito, sarebbero stati già ampiamente ripagati dall’elevata rimuneratività delle cedole fin ora percepite a scadenza mensile.

Eppure ciò non deve indurci a ritenere automaticamente che il collocamento dei Pandemic bonds non stia interessato anche i clienti retail, esponendoli inconsapevolmente a un rischio molto elevato e, probabilmente, non adeguato al loro profilo. Infatti, dopo la dichiarazione con cui l’OMS ha definito l’attuale emergenza sanitaria una “pandemia” e nelle more delle valutazioni affidate all’Air Worldwide Corporation, il valore dei bonds è crollato e questo potrebbe aver indotto più di qualche investitore a cercare di allocare altrove i titoli. Dunque, guardando ad un triste recente passato e, in particolare, a quanto già avvenuto con le obbligazioni Parmalat e Cirio, o con quelle emesse dall’Argentina, qualcuno ritiene di non poter escludere che gli intermediari, “sentendo puzza di bruciato”, abbiano inserito i Pandemic bonds nei fondi comuni o nelle gestioni patrimoniali dei risparmiatori semplici[8]; le perdite, per questi ultimi, non sarebbero compensate da nessun guadagno.

 

Quali vantaggi, quali criticità?

Sulla base dei dati attualmente a disposizione , appare lecito ritenere che la pandemia di coronavirus farà attivare il pagamento dei Pandemic bonds, con perdite complessive per i sottoscrittori – seppur alla luce di quanto precedentemente rilevato – pari a 132,5 milioni di dollari, che meccanismi di riassicurazione porteranno fino a 195,8 milioni[9].

Ecco una prima rilevantissima criticità. Indubbiamente si tratta di  fondi destinati ai primi interventi, suscettibili di innumerevoli ed ulteriori stanziamenti per fronteggiare le necessità dei Paesi beneficiari[10], ma restano comunque fondi di modestissimo ammontare, assolutamente inadeguati ad attutire il colpo di una pandemia. E ciò appare ancora più nitido se si considera che il richiamato ammontare dovrà essere suddiviso  tra oltre sessanta Stati e se lo si paragona ai poderosi stanziamenti con cui gli altri Paesi stanno cercando di rispondere ad un’emergenza che non è solo sanitaria, ma anche sociale ed economica.

Inoltre, i numerosi critici di questi strumenti di investimento non hanno mancato di mettere in rilievo come le clausole contrattuali siano eccessivamente numerose[11] e di non immediata valutabilità. Così, mentre gli investitori certamente accumulano nei lunghi periodi di tranquillità cedole generose, l’inverarsi delle condizioni per attivare il pagamento dei Pandemic bonds è, attualmente, solo un’eventualità, che potrebbe anche non concretizzarsi, non diversamente da quanto già accaduto in un passato recente con la diffusione dell’Ebola. D’altra parte, se la già rilevata limitatezza dei fondi ci impone di inquadrarli alla stregua di interventi iniziali, anche quando si dovesse accertare che tutte le condizioni richieste si siano realizzate, la risposta finanziaria si rivelerebbe eccessivamente tardiva.

Alla luce di tutto quanto emerso fino a questo punto, pare il caso di non lasciare spazi ad equivoci o a fraintendimenti. Le criticità rilevate, infatti, non devono indurre a ritenere inutile o sbagliato che il mercato scommetta sui rischi catastrofali, così concorrendo a mettere a disposizione fondi utili per finanziare gli aiuti erogati dagli organismi internazionali, che fino a questo momento hanno potuto contare quasi esclusivamente su risorse pubbliche, ma devono portare, per il futuro, a migliorare le potenzialità di questi strumenti, rivedendo la strutturazione di questi bonds; essi appaiono ai più “certamente migliorabili nella trasparenza delle condizioni, nella loro capacità di essere utilizzati con efficacia e tempestività per i casi in cui sono stati emessi e, infine, negli importi”[12].


[1] Cfr. D’Amico, Il mutamento climatico, l’ambiente ed il settore finanziario, in Pierobon (a cura di), Nuovo Manuale di diritto e gestione dell’ambiente, Rimini, 2012, 1269.

[2] Ferretti, Nuovi orientamenti nella gestione dei rischi, in Cappiello A. (a cura di), Lineamenti normativi ed economico-tecnici delle imprese assicurative, Milano, 2003, 324.

[3] De Pascalis, Il bilancio delle imprese di assicurazione e di riassicurazione, in Prosperetti e Colavolpe (a cura di), Le assicurazioni, Milano, 2012, 429.

[4] Puledda, Pandemic bond, dichiarazione dell’Oms mette a rischio i rimborsi, in www.repubblica.it.

[5] In questi termini PEF Operational Brief, reperibile in www.worldbank.org.

[6] Cfr. Malcangi, I pandemic bonds: perché c’è chi scommette sulle pandemie, in https://it.euronews.com.

[7] Reperibile all’indirizzo http://pubdocs.worldbank.org.

[8] Così in www.altroconsumo.it.

[9] In questi termini Paronetto, Clausole pronte a scattare su 320 milioni di dollari di “pandemic bond”, in www.ilsole24ore.it.

[10] Si pensi che per la pandemia in corso la Banca Mondiale ha già annunciato lo stanziamento di fondi per 12 miliardi di dollari, a beneficio dei Paesi a basso e medio reddito, a cui si aggiungono tutte le altre donazioni e gli strumenti messi a disposizione dalla comunità internazionale.

[11] Si consideri che il Prospetto messo a disposizione dalla Banca Mondiale è di ben 386 pagine.

[12] Timpone, Bond Coronavirus della Banca Mondiale, tra bufale e verità, in www.investireoggi.it.

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