Cosa sono i coronabond?



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Una prima lettura: risvolti giuridici, economici e relazionali tra gli Stati membri.

di Marco Chironi

All’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia del Covid-19, come prevedibile, ha fatto

seguito l’emergenza economica, la quale è destinata ad avere effetti duraturi nel tempo.

Il Governo italiano ha da subito compreso la gravità della situazione, evidenziando la necessità di programmare un sostegno ed un rilancio dell’economia dell’intera Unione Europea.

In ordine al raggiungimento del summenzionato obiettivo, i rappresentanti del nostro Paese hanno avanzato la proposta di emettere alcuni particolari strumenti finanziari, denominati “coronabond”.

Appare opportuno rammentare che con il termine inglese “bond” si intenda l’istituto delle obbligazioni, che costituisce il fondamentale meccanismo di circolazione del credito e, quindi di ricchezza, all’interno della società.

La species in questione, del più ampio genus del rapporto obbligatorio[1], coincidente con le obbligazioni[2] emesse dai soggetti legittimati, costituisce il tipico strumento messo a disposizione delle società azionarie (ma non solo) per la raccolta di capitale di prestito[3].

In altri termini, attraverso l’emissione di obbligazioni lo Stato, gli enti pubblici, le imprese, possono raccogliere del risparmio da chiunque abbia interesse ad effettuare degli investimenti.

Tale operazione ha un duplice vantaggio: la raccolta di denaro consente all’emittente di effettuare propri investimenti, mentre l’acquirente, comprando parte del debito dell’emittente, ne diventa creditore.

Nella situazione non patologica, alla scadenza del periodo dei bond, chi ha concesso denaro riotterrà la parte del capitale investito, che sommato al rendimento di ciascun titolo percepito periodicamente nel tempo, determina il guadagno per l’investitore.

Difatti, ogni obbligazione ha alcune caratteristiche fondamentali:

  • un valore nominale, coincidente col capitale inizialmente versato in favore dell’emittente;
  • una cedola (o coupon), che corrisponde all’interesse periodico che l’emittente paga ai propri obbligazionisti[4];
  • una scadenza (o maturity) entro la quale deve essere versato all’obbligazionista il proprio capitale iniziale;
  • un emittente, ossia l’impresa, lo Stato o gli enti pubblici che hanno emesso le obbligazioni.

Sul punto, a seconda di chi sia il soggetto emittente, si distingue tra diversi tipi di bond, ovvero:

  • Titoli di Stato: sono i titoli del debito di una nazione che viene finanziata in cambio di un interesse (per esempio i BOT e BTP italiani);
  • Corporate bond: sono i titoli di debito emessi da una società che si indebita sul mercato;
  • Obbligazioni sovranazionali o supranational bond: sono i bond emessi da organizzazioni internazionali come la Banca Europea degli Investimenti o la Banca Mondiale.

Esaminando con attenzione l’elencazione appena svolta, è ictu oculi evidente come l’Unione Europea non abbia il potere sic et simpliciter di emettere bond (il cui aggettivo “corona” serve meramente ad identificare di quali bond si discuta).

Per tali motivi, la proposta del Governo italiano[5] prevede che ogni Stato membro dell’Unione Europea emetta singolarmente dei (corona) bond – per complessivi 500 miliardi di titoli – per coprire le spese legate alla diffusione dell’epidemia sia sul piano sanitario sia sul fronte della produttività economica.

In tale operazione, l’Unione Europea avrebbe un ruolo attivo per la garanzia che sarebbe concessa dalla sua Istituzione Finanziaria, ovvero dalla Banca Europea per gli Investimenti (Bei) e non, dunque, dalla Banca Centrale Europea.

In tal guisa, sarebbe possibile finanziare investimenti nei Paesi colpiti dal virus, che potrebbero consentire, tra gli altri, la costruzione di nuovi ospedali, l’incremento del numero di posti in terapia intensiva, le assunzioni di medici e infermieri etc.

Come riportato da Il Sole 24 ore[6], nel caso di specie, i coronabond avrebbero scadenza a 50-100 anni[7] e, nonostante dovessero essere emessi autonomamente da ciascuno Stato, riporterebbero condizioni simili. In tal modo, ad avviso dello scrivente, si eliderebbe il rischio di creare una concorrenza tra i singoli Stati membri circa la previsione dei tassi di interesse.

Sul punto, secondo autorevoli esperti, l’emissione di tale tipologia di bond dovrebbe altresì essere supportata dalla Banca Centrale Europea, la quale al fine di mantenere bassi i rendimenti, dovrebbe acquistare parte di questi titoli[8].

Alcuni Paesi europei, tra cui Austria, Germania e Olanda, si sono dimostrati restii dal concordare l’emissione dei summenzionati bond,in quanto qualora un singolo Paese emettesse tali obbligazioni e risultasse poi inadempiente nel pagamento delle cedole o nella restituzione del capitale, opererebbe la garanzia della Banca Europea per gli Investimenti, di cui sono azionisti tutti gli Stati membri.

Per tali motivi, se un Paese non rispettasse il proprio obbligo, ne risponderebbero in solido tutti gli altri Stati[9]. Tuttavia, proprio grazie al sostengo della Banca Centrale Europea, secondo la dottrina economista[10], il rischio di solvibilità di ogni singolo Stato sarebbe limitato all’evento improbabile che i Paesi rinuncino al loro accordo iniziale.

Al contempo l’Eurogruppo valuta un’alternativa all’emissione dei coronabond, ovvero il ricorso al Fondo salva-Stati, o rectius MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

Tuttavia, è stato osservato che la capacità del MES di concedere prestiti non risolverebbe l’emergenza economica. Come calcolato da Gregory Claeys del Bruegel Institute, l’Italia su un prestito da 34 miliardi (il 2% del Pil), allo zero per cento, risparmierebbe, a condizioni invariate, 510 milioni l’anno, lo 0,03% del Pil[11], una percentuale modesta rispetto ai probabili bisogni[12].

Inoltre, è opportuno evidenziare che il MES non sia un’Istituzione Comunitaria, ma un’organizzazione intergovernativa, sulla quale i Parlamenti nazionali dei singoli Paesi mantengono i diritti di veto, con il concreto rischio, pertanto, che gli interessi di singoli Stati possano prevalere su quelli collettivi.

A chiosa del presente elaborato si evidenzia come, secondo le stime del Wall Street Journal[13], la Cina abbia, nel mese di febbraio, effettuato un’operazione simile all’emissione dei coronabond di cui si sta discutendo in Europa, mettendo in circolazione diversi titoli[14] in supporto alla sanità pubblica e all’industria farmaceutica. Molteplici settori industriali hanno colto questa occasione per finanziarsi a basso costo[15].

A spingere al ribasso i rendimenti sono state le banche statali, che hanno comprato i Coronavirus bond in maniera massiccia, di fatto per sussidiare le imprese cinesi in difficoltà.

L’emissione dei Coronavirus bond è stata anche accompagnata da azioni di aggiustamento di politica monetaria attuate dalla Banca popolare cinese (la Banca Centrale di Pechino), che ha incoraggiato i prestiti alle piccole medie imprese e ha istituito delle speciali linee di credito per gli istituti e le filiali delle province maggiormente colpite[16].


[1] Con riferimento al rapporto obbligatorio si veda il magistrale insegnamento di M. Giorgianni, L’obbligazione, Giuffrè, 1968.

[2] Cfr. E. Ginevra, Le obbligazioni, in Diritto Commerciale, a cura di M. Cian, Giappichelli, 2014, II, pp. 336 ss.

[3] Sulle modalità di emissione delle obbligazioni, cfr. artt. 2410 c.c. ss.

[4] Il termine cedola deriva dalla caratteristica dei primi bond, i quali erano fisicamente muniti di una cedola che si staccava e veniva presentata in banca per avere gli interessi. Il nome è utilizzato ancora oggi nonostante il processo di smaterializzazione della ricchezza.

[5] Si veda Il Sole24 ore del 30.03.2020.

[6] Cfr. Il Sole 24 ore del 30.03.2020, p. 5.

[7] La durata così elevata dei tassi di interesse permetterebbe di spalmare maggiormente nel tempo gli oneri.

[8] F. Giavazzi-G. Tabellini, Covid Perpetual Eurobonds: Jointly guaranteed and supported by the ECB, in Vox.EU.org, 27 marzo 2020.

[9] Per una ricostruzione anche relativa alla posizione dei singoli Stati cfr. M. Zappatore, MES e Coronabond ai tempi del coronavirus, su saudade-blog.it, 30 marzo 2020.

[10] F. Giavazzi-G. Tabellini, ult. cit.

[11] Tali calcoli sono riportati da Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2020, p. 9.

[12] F. Giavazzi – G. Tabellini, ult. cit. Nell’articolo gli Autori spiegano altresì quali possano essere i vantaggi economici dei coronabond rispetto agli evidenti limiti insiti nella proposta di Bénassy-Quéré, et Al., secondo cui dovrebbe essere concessa una linea di credito nel MES.

[13] N. Taplin, The West Can’t Contain the Coronavirus. Should You Shelter in China?, in Wall Street Journal, 26 marzo 2020.

[14] Secondo le stime di Hua Chuang Securities, dai primi di febbraio le aziende cinesi hanno raccolto più di 34 miliardi di dollari.

[15] Il rendimento di questi titoli si aggira in media tra l’1,6% e il 6% (più basso del tipico tasso di interesse posto sui titoli di debito degli stessi emittenti).

[16] In particolare, la Banca Centrale ha istituto delle speciali linee di credito per gli istituti bancari nazionali e locali delle province colpite per un ammontare di 500 miliardi di yuan (71,2 miliardi di dollari). Le compagnie beneficiarie di questi prestiti sono oltre 3 mila. Dati ricavati dal Wall Steet Journal.

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