La rimborsabilità a vista dei buoni fruttiferi postali.



di Antonio Zurlo

Nota a ABF, Collegio di Coordinamento, 2 ottobre 2019.

 

L’Arbitro Bancario Finanziario (d’ora innanzi, ABF), con la recentissima decisione in oggetto, addivenendo alla risoluzione di una risalente controversia ermeneutica sull’estensibilità (o meno) della disciplina specificamente prevista per i libretti postali ai buoni fruttiferi, ha stabilito la rimborsabilità a vista, presso gli uffici di emissione, di questi ultimi, in quanto meri titoli di legittimazione, con l’esclusiva funzione di identificare l’avente diritto a una prestazione.

 

La controversia oggetto del ricorso.

Il ricorrente adiva l’ABF, chiedendo di poter procedere alla riscossione di tre buoni fruttiferi postali giunti a scadenza, da lui sottoscritti unitamente ai propri genitori, ormai defunti. Deduceva, altresì, che tali buoni attribuissero pari facoltà di rimborso ai tre intestatari.

L’Intermediario resistente, in sede di controdeduzioni, eccepiva, ex l’art. 184 del d.p.r. n. 156/1973, comma 1, relativo ai libretti di risparmio postale e applicabile anche ai buoni postali fruttiferi, che il pagamento dei crediti rappresentati dai libretti intestati a persona defunta, oppure a due o più persone una delle quali sia deceduta, dovesse essere effettuato, previa estinzione dei titoli, in base ad autorizzazione dell’Amministrazione e, al contempo, che, ai sensi dell’art. 187 d.p.r. n. 156/1973, comma 1 (anch’esso specificamente previsto per i libretti di risparmio postale, ma applicabile anche ai buoni postali fruttiferi), il rimborso a saldo del credito del libretto cointestato, anche con la clausola di pari facoltà, a due o più persone, una delle quali sia deceduta, dovesse essere eseguito con quietanza di tutti gli aventi diritto.

Il Collegio di Roma, territorialmente competente, riteneva opportuno sospendere la procedura e procedere con la rimessione della questione al Collegio di Coordinamento, considerandone la soluzione di particolare importanza e la contestuale sussistenza di contrasti interpretativi nella giurisprudenza ordinaria.

 

L’ordinanza di rimessione: il parallelismo tra libretti postali e buoni fruttiferi.

Il Collegio rimettente evidenziava come fosse premessa necessitata alla risoluzione del ricorso stabilire se la disciplina espressamente prevista per il rimborso dei libretti postali, in caso di decesso di un cointestatario con clausola “PFR” (comportante la necessità di una quietanza di tutti gli aventi diritto, dunque anche degli eredi del defunto) fosse applicabile anche al caso di rimborso dei BFP, in virtù del rinvio previsto dall’ art. 203 del d.p.r. 256/1989; ovvero, per converso, se il rimborso dei BFP, anche nel caso di decesso di un cointestatario con clausola “PFR”, dovesse più correttamente  sottostare alla disciplina per essi prevista in via generale dall’art. 178 d.p.r. 156/1973 e dall’art. 208, primo comma, del suo regolamento esecutivo d.p.r. 256/1989, che come ricordato prevede il rimborso a vista del titolo, e il pagamento degli interessi.

È stata premura del medesimo Collegio osservare come, sulla questione sì come formulata, vi sia un radicato e diffuso contrasto, tanto nella giurisprudenza arbitrale[1], quanto in quella ordinaria[2]. L’ordinanza di rimessione critica, invero, l’impostazione metodologica sfavorevole all’estensibilità della disciplina dei libretti postali (seguita dalla Corte d’Appello di Milano), osservando che, nel rapporto tra norme giuridiche, la deroga di una norma a una diversa norma postula evidentemente che le due norme si riferiscano alla medesima fattispecie. Lo stesso Collegio remittente, rassegnando la normativa di riferimento, rileva come il titolo VI del d.p.r. n. 256/89, dedicato ai buoni fruttiferi postali, non contenga alcun riferimento alla clausola con pari facoltà di rimborso, nell’ipotesi del decesso di uno dei cointestatari: ne consegue che non possa farsi riferimento alla previsione di raccordo, contenuta nella parte finale dell’art. 203 del d.p.r. n. 256/89, secondo cui le norme relative al servizio dei libretti di risparmio postali si applicano “sempreché non sia diversamente disposto dalle norme del presente titolo VI”, che, viceversa, tace in merito alla fattispecie in esame.

Non potrebbe, peraltro, neppure sostenersi una sorta di autonomia e autosufficienza della disciplina dei buoni fruttiferi, in quanto delegittimerebbe, sotto il profilo sistematico, il rinvio operato dal citato art. 203, indice sintomatico della presenza nella disciplina dei prodotti postali de quibus di alcune lacune, che rinnovano la necessità di affrontare il problema inerente all’applicabilità dell’art. 187.

La stessa ordinanza di rimessione precisa, inoltre, che l’impostazione criticata non è stata neppure condivisa da precedenti decisioni di questo stesso Arbitro, che hanno a più riprese negato l’applicabilità dell’art. 187 ai buoni fruttiferi postali intestati con clausola di pari facoltà di rimborso e che hanno considerato il suddetto articolo limitativo di diritti e come tale da interpretare in modo tassativo applicandolo alla sola fattispecie negoziale (i libretti postali cointestati) per la quale è stato formulato. Pur tuttavia, anche quest’ultima interpretazione non è giudicata convincente dal Collegio remittente, poiché la disposizione de qua non sarebbe limitativa dei diritti di credito del cointestatario, quanto, piuttosto, incidente sul profilo della legittimazione a ottenere il rimborso del titolo. Gli stessi precedenti richiamati hanno omesso, peraltro, di tenere in debita considerazione gli interessi degli altri soggetti coinvolti nella fattispecie in esame, ovverosia i soggetti defunti e i loro eredi: l’art. 187 d.p.r. n. 256/89 è, invero, funzionalmente preordinato a tutelare i soggetti che succedono al defunto nella titolarità del rapporto di credito nel rispetto delle volontà del defunto, ove manifestate, e, in ogni caso, in applicazione delle norme sul diritto successorio. Di tal guisa, se è vero che la norma incida in senso negativo sulla legittimazione a riscuotere le somme recate dal titolo, limitandola, nella prospettiva del cointestatario superstite, essa, al contempo, concorre indubbiamente ad assicurare tutela agli eredi, dal momento che consente a questi ultimi di venire a conoscenza dell’esistenza stessa dei buoni fruttiferi. In sostanza, si assiste a una (sensibile) limitazione della facoltà di disporre per il cointestatario superstite, a favore dell’implementazione di un meccanismo tutelare degli eredi, anche ignari dell’esistenza degli investimenti del de cuius: il punto di equilibrio è da rinvenirsi nell’espressa previsione della quietanza di tutti gli aventi diritto, per procedere alla riscossione.

Da ultimo, in senso avvalorativo di tale ultima considerazione, l’ordinanza del Collegio di Roma, a favore dell’estensibilità della disciplina (che, di fatto, è la tesi, che, neppure tanto surrettiziamente, propone) rileva, da un punto di vista strettamente fiscale, che i buoni fruttiferi postali siano, ai fini dell’imposta di successione (ex art. 12, lett. i, D.lgs. n. 346/1990), equiparati ai titoli di Stato e come da ciò consegua “l’inesistenza di un obbligo giuridico a carico del contribuente (ossia di quei soggetti che sono gravati dal relativo incombente; fondamentalmente i chiamati all’eredità), di inserimento dei buoni postali nel documento fiscale prescritto dall’articolo 28 D.lgs. 346/1990”: non facendo parte, ai fini fiscali, dell’attivo ereditario, può risultare estremamente difficile per gli eredi cointestatari venire a conoscenza della medesima esistenza dei buoni, nonché del credito ivi incorporato.

 

La decisione del Collegio di Coordinamento: la “diversa” natura giuridica dei buoni fruttiferi postali.

Il Collegio di Coordinamento non condivide le conclusioni cui addiviene l’ordinanza di rimessione, In via preliminare, l’ABF evidenzia come la tesi descritta dia per scontata la ricorrenza di un presupposto fattuale che, sebbene corrispondente all’id quod plerumque accidit, non rappresenta circostanza ineludibile: l’intestazione congiunta dei prodotti finanziari non è necessariamente la manifestazione di una donazione indiretta, a favore di un figlio (come nel caso di specie), essendo, contrariamente, possibile che all’acquisto abbiano, totalmente o parzialmente, partecipato tutti i cointestatari, a prescindere dai legami parentali intercorrenti.

In tal senso, si è espressa anche la giurisprudenza di legittimità[3], secondo cui la mera cointestazione di buoni postali fruttiferi, operata da un genitore per ripartire fra i figli anticipatamente le proprie sostanze, possa configurare, ove sia accertata l’esistenza dell’animus donandi, una donazione indiretta, dal momento che, mediante il negozio direttamente concluso con il terzo depositario, la parte che deposita il proprio denaro consegue l’effetto ulteriore di attuare un’attribuzione patrimoniale in favore di colui che ne diventa beneficiario per la corrispondente quota, essendo questi, quale contitolare del titolo nominativo a firma disgiunta, legittimato a fare valere i relativi diritti. Lungi dal rappresentare un automatismo, affinché la cointestazione possa rappresentare una donazione indiretta, occorre, pertanto, accertare la contestuale sussistenza di un elemento oggettivo e di uno soggettivo, ovverosia che: 1) l’acquisto dei buoni fruttiferi sia stato effettuato con esclusiva provvista dei genitori; 2) vi sia l’animus donandi a favore del figlio. 

La richiamata normativa fiscale rappresenta, paradossalmente, un ulteriore ostacolo alla soluzione prospettata: se, difatti, possa essere vero che l’inesistenza di un obbligo giuridico, a carico del contribuente, di inserire i buoni postali nel documento fiscale (escludendoli, quindi, dall’eredità) complichi la conoscibilità degli stessi per gli altri eredi, è altrettanto veritiero che proprio tale esclusione elimina l’obbligo di inserire gli stessi prodotti finanziari nell’asse ereditario, non essendo prescritto da alcuna norma che la disciplina dei buoni postali debba essere volta anche a salvaguardare gli interessi dei coeredi

Secondo il Collegio, un ruolo assolutamente dirimente, a favore della non – estensibilità della disciplina dei libretti postali (e, quindi, dell’infondatezza della tesi proposta nell’ordinanza di rimessione), non può che essere ascritto alla diversa natura giuridica dei buoni fruttiferi postali. Rappresenta, difatti, dato ormai incontrovertibile quello per cui i libretti di risparmio postale siano anche titoli di credito, ovverosia incorporino un diritto di credito esercitabile dal possessore del documento. I buoni fruttiferi, per converso, sì come statuito anche dalla giurisprudenza di legittimità[4], sono meri titoli di legittimazione e hanno, quindi, la sola funzione di identificare l’avente diritto alla prestazione[5].

A tal riguardo, l’art. 2002 c.c. stabilisce testualmente che “le norme di questo titolo (il V, Titoli di credito, del IV libro del codice civile) non si applicano ai documenti che servono solo per identificare l’avente diritto alla prestazione, o a consentire il trasferimento del diritto senza le forme proprie della cessione[6]. Dalla letteralità del dato codicistico consegue l’inapplicabilità ai buoni fruttiferi postali della normativa di rinvio, su cui ha invece fatto leva l’ordinanza di rimessione, restando, viceversa, applicabile l’art. 178 d.p.r. n. 156 del 1973, a mente del quale, i buoni postali sono rimborsabili a vista presso gli uffici di emissione[7]. Una lettura difforme sarebbe sovversiva di tutta la struttura sistematica: se, infatti, i titoli di legittimazione debbano avere quale unica funzione quella di identificare l’avente diritto a una prestazione, senza incorporare alcun diritto cartolare e senza svolgere la funzione di far circolare in credito[8] (a differenza dei titoli di credito), ammettere che il debitore possa legittimamente rifiutare la prestazione, sia pure per tutelare le ragioni di terzi, significherebbe vanificare la funzione che l’ordinamento ha ad essi assegnato.

Per quanto possa essere, nella sostanza, comprensibile la preoccupazione di carattere “tutelare” sottesa all’ordinanza di remissione, la normativa di riferimento non tutela gli interessi dei coeredi, né può ragionevolmente essere distorta per perseguire fini a essa estranei. I soggetti eventualmente pretermessi, venuti a conoscenza aliunde dell’esistenza dei buoni intestati anche ai propri danti causa, potranno, in ogni caso, agire nei confronti del cointestatario superstite, innanzi al giudice ordinario.

Da ultimo, l’accoglimento di una soluzione difforme si porrebbe in una irriducibile conflittualità con il principio, già statuito da questo stesso Collegio[9], per cui “il singolo coerede è legittimato a far valere davanti all’ABF il credito del de cuius caduto in successione sia limitatamente alla propria quota, sia per l’intero, senza che l’intermediario resistente possa eccepire l’inammissibilità del ricorso deducendo la necessità del litisconsorzio né richiedere la chiamata in causa degli altri coeredi[10] e che, al contempo, “il pagamento compiuto dall’intermediario resistente a mani del coerede ricorrente avrà efficacia liberatoria anche nei confronti dei coeredi che non hanno agito, i quali potranno far valere le proprie ragioni solo nei confronti del medesimo ricorrente”.

Per tutte le ragioni diffusamente argomentate, il Collegio conclude accertando il diritto di parte ricorrente alla riscossione dei buoni fruttiferi postali attenzionati, nonché affermando il principio di diritto per cui “Nell’ipotesi di Buoni Fruttiferi Postali cointestati con pari facoltà di rimborso, ciascuno dei cointestatari ha il diritto di riscuoterli anche nel caso di decesso di uno o più degli altri cointestatari”.

 

Qui il testo integrale della decisione.


[1] A tal riguardo, viene evidenziato come fossero tendenzialmente per l’applicabilità alla specie della normativa citata alcune decisioni di Collegi di Milano, Roma, Napoli, Bari, mentre, in senso contrario, si ponessero altre decisioni di Collegi di Milano, Torino, Bologna, Roma, Napoli, Bari.

[2] Come testualmente riportato nella decisione annotata, la Corte d’Appello di Roma ha ritenuto applicabile anche ai buoni postali la normativa relativa ai libretti di risparmio. In senso contrario, la Corte d’Appello di Milano ha affermato che la norma contenuta nell’art. 208 del d.p.r. 256/89, secondo cui “I buoni sono rimborsabili a vista presso l’ufficio di emissione per capitale ed interessi” avrebbe “chiaro contenuto derogatorio rispetto alla disciplina dettata ex art. 203 per il rimborso dei libretti di risparmio postali, risulta perfettamente aderente e in piena conferma del dettato normativo dell’art. 178 d.p.r. 156/73 (del quale il d.p.r. 256/89 costituisce regolamentazione di esecuzione), ai sensi del quale, infatti, “i buoni postali sono rimborsabili a vista presso gli uffici di emissione”; orientamento quest’ultimo condiviso, anche se per ragioni in parte diverse, dalla Corte d’Appello di Torino.

[3] V. Cass. Civ., Sez. II, 9 maggio 2013, n. 10991.

[4] Così, Cass. Civ., Sez. I, 16 dicembre 2005, n.27809.

[5] V. Cass., Civ., Sez. Un. 11 febbraio 2019, n. 3963, con nota di G. Satta, Buoni postali: la parola alle Sezioni Unite, in Diritto & Giustizia, fasc. 28, 2019, 3.

[6] V. Cass. Civ., Sez. I, 28 febbraio 2018, n. 4761, con nota di R. Bencini, Buoni postali fruttiferi: che cosa sono e quando scade il diritto al rimborso, in Diritto & Giustizia, fasc. 38, 2018, 14.

[7] In tal senso, App. Milano, 25 ottobre 2017, in Foro.it., 2017, 12, I, 3748.

[8] V. Trib. S. Maria Capua V., 21 maggio 2015, con nota di G. Rotondo, Regime giuridico dei buoni postali fruttiferi: tra eterointegrazione del contratto e tutela dell’affidamento del cliente., in Banca Borsa Titoli di Credito, fasc. 5, 2016, 633.

[9] V. ABF, Collegio di Coordinamento, 20 dicembre 2018, n. 27252.

[10] In tal senso, Cass. Civ., Sez. I, 3 giugno 2014, n. 12385, in dejure.it; v. anche Cass. Civ., Sez. Un., 15 giugno 2007, n. 13979, in dejure.it.

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