Cointestazione conto corrente e contitolarità dell’oggetto del contratto.



di Antonio Zurlo

Cass. Civ., Sez. II, n. 11375, del 29 aprile 2019, n. 11375/2019

 

 

 


Con la pronuncia in oggetto,la Seconda Sezione della Suprema Corte di Cassazione, senza soluzione di continuità con l’orientamento ormai consolidatosi sulla questione[1], ha evidenziato come la contestazione di un conto corrente, attribuendo agli intestatari la qualità di creditori o debitori solidali (sia nei confronti dei terzi, che nei rapporti interni), concorra a far presumere la contitolarità dell’oggetto del contratto[2] e che tale presunzione legale iuris tantum implichi unicamente un’inversione dell’onere della prova e possa essere superata mediante presunzioni semplici (purché gravi, precise e concordanti)[3].

A tal riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha già avuto modo di precisare come, nel caso di un deposito bancario di titoli in amministrazione cointestato ai coniugi, i rapporti interni tra i depositanti siano regolati dal secondo comma dell’art. 1298 c.c., di tal ché le parti di ciascuno si debbano presumere uguali, se non risulti diversamente[4]. Per superare detta presunzione, non è bastevole  comprovare di aver avuto la proprietà e la disponibilità esclusiva del denaro utilizzato per l’acquisto dei titoli, valendo la cointestazione a rendere solidale il credito, anche laddove il denaro sia stato immesso sul conto da parte di uno solo dei cointestatari, ovvero da un soggetto terzo a favore di uno solo o di entrambi i coniugi; è, per converso, dirimente la prova della pertinenza esclusiva, in base al titolo di acquisto, del denaro versato in capo a uno dei contestatari[5].

La presunzione di eguaglianza, ex art. 1298, secondo comma, c.c., delle quote di ciascuno dei cointestatari di un conto, può essere, quindi, superata non tramite la mera dimostrazione di avere avuto la disponibilità del danaro immesso nel conto (dal momento che, come evidenziato, tale circostanza viene assorbita e superata dalla contestazione in sé), ma mediante la puntuale dimostrazione che il titolo di acquisizione di quel danaro rendeva destinatario dello stesso, in via esclusiva, il solo cointestatario, autore del successivo versamento sul conto[6].

La questione giuridica, alla luce della soluzione elaborata e confermata dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, si presta, in sostanza, a essere affrontata trasversalmente su due fronti: quello dei rapporti cc. dd. esterni, ovverosia tra banca e cointestatari; quello dei cc. dd. rapporti interni, ugualmente indirizzati, come rilevato in apertura, dalla presunzione di contitolarità.

Relativamente al primo profilo, autorevole dottrina ha evidenziato come l’Istituto di credito, nel caso di morte di uno dei cointestatari, possa liberarsi pagando a quello superstite; ciò, pur tuttavia, non escluderebbe, sic et simpliciter, successivi problemi di ripartizione tra il “beneficiario” del prelievo e gli altri eredi del de cuius, assumendo, in tal senso, precipuo rilievo la reale titolarità delle somme, ovvero l’eventuale intento liberale sotteso alla stessa cointestazione[7].

A tal riguardo, addivenendo alle circostanze fattuali caratterizzanti la controversia oggetto del ricorso[8], sia il giudice di primo grado che la Corte d’Appello avevano superato la presunzione di comunione, assumendo, con valore dirimente, una serie di elementi presuntivi, quali la mancata allegazione di un reddito idoneo a giustificare la proprietà delle somme a risparmio, la giovane età di uno dei cointestatari al momento del versamento del denaro sui rapporti, la finalità esclusivamente gestoria della cointestazione di questi ultimi.

 

 


[1] V. Cass. Civ., Sez. II, 4 gennaio 2018, n. 77, già annotata in questa Rivista. V. anche G. Tarantino, Conto cointestato con il de cuius: le quote si presumono uguali, salvo prova contraria, in Diritto & Giustizia, fasc. 4, 2017, 14.

[2] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 5 dicembre 2008, n. 28839; Cass. Civ., Sez. Lav., 23 settembre 2015, n. 18777.

[3] V. Cass. Civ., Sez. I, 1 febbraio 2000, n. 1087.

[4] Alla base di tale assunto vi è una ragione operativa. Difatti, il saldo di conto corrente bancario cointestato, con facoltà di disposizione disgiunta di ciascuno dei contitolari, non può costituire credito “contratto nell’interesse esclusivo” di alcuno dei contitolari del credito stesso, perché ciò contrasterebbe con la funzione stessa del contratto de quo, finalizzato all’espletamento del servizio di cassa in favore (e dunque nell’interesse) di tutti i contitolari, i quali possono liberamente disporre del saldo attivo: così, Cass. Civ., Sez. III, 8 settembre 2006, n. 19305.

[5] Così, Cass. Civ., Sez. III, 24 febbraio 2010, n. 4496. V. anche Cass. Civ., Sez. I, 27 gennaio 2014, n. 1646, con nota di L. Tantalo, La cointestazione di un c/c presume la contitolarità dell’oggetto del rapporto, salvo prova contraria, in Diritto & Giustizia, fasc. 0, 2014, 194.

[6] In questi termini, G. Tarantino, Conto cointestato con il de cuius: le quote si presumono uguali, salvo prova contraria, in Diritto & Giustizia, fasc. 4, 2017, 14. V. anche  Cass. Civ., Sez. III, 5 luglio 2017, n. 16488.

[7] Così, E. Minervini, In tema di conto corrente bancario cointestato e di morte del cointestatario, in Banca Borsa Titoli di credito, fasc. 6, 1 dicembre 2017, 746.

[8] Controversia originata da un giudizio instaurato per l’accertamento dell’esclusiva titolarità di una somma di denaro, depositata su di un libretto cointestato, in capo alla cointestataria defunta. Il Tribunale di Rovigo accoglieva la domanda e la Corte territoriale confermava la sentenza di primo grado.  

 

Qui il testo dell’ordinanza Cass. Civ., Sez. II, n. 11375, del 29 aprile 2019

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