La Suprema Corte sulla differenza ontologica tra interessi moratori e interessi corrispettivi



di Marco Chironi

Cass. Civ., Sez. III, Ord. 17447/2019 del 28.06.2019

 


Nella decisione in commento, la Sezione III della Suprema Corte di Cassazione, ha puntualizzato che gli interessi convenzionali di mora sono soggetti alla disciplina della L. 7 marzo 1996, n. 108, art. 2, comma 4, ma in prospettiva del confronto con il tasso soglia antiusura non possono essere sommati agli interessi corrispettivi, stante l’ontologica alternatività degli stessi, che hanno basi di calcolo diverse.

Fatti di causa.

Due società stipulavano un contratto di locazione finanziaria di un immobile, prevedendo un numero di rate e l’importo di ogni singola rata che il locatario avrebbe dovuto versare.

La società locatrice adiva il tribunale per ottenere la risoluzione per inadempimento del contratto di locazione finanziaria. Il tribunale accoglieva la domanda, ordinando il rilascio immediato dell’immobile. Tale provvedimento veniva confermato dalla Corte d’appello successivamente investita della controversia.

La società locataria ricorreva in Cassazione, eccependo, per quel che in questa sede interessa, la nullità della sentenza impugnata, in quanto il contratto di locazione finanziaria sarebbe stato nullo in quanto avrebbe previso la corresponsione di interessi a tassi usurari.

Motivi di diritto.

La Sezione III della SC ha ritenuto i primi tre motivi inammissibili, ritenendo corretto l’iter logico – giuridico seguito dalla Corte d’Appello, che aveva ritenuto estraneo al tema della causa – avente ad oggetto la risoluzione del contratto per mancato pagamento dei canoni di leasing determinati senza inglobare gli interessi moratori, nonché la restituzione del bene – la nullità del contratto per l’usurarietà degli interessi moratori. In particolare, nella vicenda di esame è stato accertato che l’inadempimento della società ricorrente fosse dovuto al mancato pagamento dei soli interessi corrispettivi.

Ad ogni buon conto, i giudici di legittimità hanno chiarito che una pattuizione di interessi moratori sovrasoglia avrebbe comportato non la nullità di cui all’art. 1815 comma 2 c.c., ovvero la gratuità del contratto, ma esclusivamente la riduzione del tasso convenzionale degli interessi a quello legali (in tal senso cfr. Cass. 30.10.2018 n. 27442).

Nel motivare dettagliatamente e sistematicamente il proprio provvedimento, la Corte di Cassazione ha chiarito la corretta applicazione della normativa vigente.

Innanzitutto, è stata sottolineata la differenza strutturale sussistente tra interessi corrispettivi, che hanno la funzione fisiologica di remunerare il capitale finanziato ed interessi moratori che individuano, invece, il costo patologico che il debitore deve sopportare nel caso di inadempimento. Anche gli interessi convenzionali di mora sono sottoposti alla normativa in tema di usura, L. 7 marzo 1996, n. 108, art. 2, comma 4, ma in prospettiva del confronto con il tasso soglia antiusura (pag. 7 della sentenza) “non è corretto sommare gli interessi corrispettivi ed interessi moratori. Alla base di tale conclusione vi è la constatazione che i due tassi sono alternativi tra loro: se il debitore è in termini deve corrispondere gli interessi corrispettivi, quando è in ritardo qualificato dalla mora, al posto degli interessi corrispettivi deve pagare quelli moratori.

L’ontologica differenza tra i due tipi di tassi è conformata dalla circostanza per cui il tasso corrispettivo si calcola sul capitale residuo, mentre il tasso di mora si calcola sulla rata scaduta, che include l’importo del capitale residuo e l’interesse corrispettivo su di esso calcolato.

Fermi tutti i principi supra esposti, correttamente enunciati e richiamati dalla sentenza che si commenta, la SC ha rilevato altresì, come nel caso di specie, la ricorrente non avesse mai contestato che i canoni non corrisposti fossero stati calcolati attraverso il conteggio di interessi moratori sugli interessi scaduti, ovvero sulla rata di canone già capitalizzata a titolo di interessi corrispettivi.

In definitiva, solo in tale situazione, ovvero di calcolo di interesse moratorio su una rata che è già il frutto dell’applicazione del tasso di interesse corrispettivo sul capitale residuo, il ricorrente avrebbe potuto lamentare che il tasso effettivamente applicato avesse superato il tasso soglia in quanto i singoli canoni, già comprensivi degli interessi corrispettivi, sarebbero stati aumentati ad ogni scadenza dagli interessi moratori (c.d. tesi dell’effettività: usura effettiva e a posteriori); “sono questi i casi in cui la giurisprudenza di legittimità si riferisce quando ritiene che la questione dell’accertamento sub specie usurae non possa liquidarsi sbrigativamente escludendo che gli interessi moratori si sommino a quelli corrispettivi”.

In tali fattispecie, ad avviso dello scrivente, è sempre opportuno verificare l’effettivo pagamento degli interessi moratori da parte del debitore, nonché adeguare la base di calcolo indicata dai decreti ministeriali, stante l’impossibilità di procedere con una semplice sommatoria tra interessi corrispettivi e moratori rapportandola alle soglie indicate nei suddetti decreti il cui valore non tiene conto degli interessi moratori.

Tornando al caso di specie, gli interessi di mora non sono stati oggetto di pagamento da parte del debitore, per cui non possono rilevare nel sindacato usurario per il sol fatto di essere stati promessi/convenuti oltre soglia, in quanto deve essere esclusa la c.d. tesi della potenzialità.

 

Qui il testo della sentenza: Cass. Civ., Sez. III, Ord. 17447/2019 del 28.06.2019

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