La giuridicizzazione dell’informazione nell’intermediazione finanziaria e i riflessi sull’onere probatorio



Di Antonio Zurlo

Commento a Cass. Civ., Sez. I, 11 giugno 2019, n. 15708

 

Premessa. – 1. Breve rassegna delle circostanze fattuali. – 2. La consapevolezza dell’investitore e l’adempimento degli obblighi informativi. – 3. L’adeguatezza/inadeguatezza dell’operazione finanziaria e la funzione preventiva dell’intermediario.

 


Premessa.

Con l’ordinanza in oggetto la Prima Sezione della Suprema Corte di Cassazione, senza soluzione di continuità con l’orientamento consolidatosi sulla questione, evidenzia, in maniera ricognitiva, come, in esito al processo di progressiva giuridicizzazione che ha costantemente interessato il dato informativo nelle attività bancarie e finanziarie, la consapevolezza dell’investitore non possa prescindere da una compiuta e completa informazione preventiva circa la complessiva portata dell’investimento proposto, derivandone rilevanti implicazioni anche in punto di ripartizione dell’onere probatorio.

 

    1. Breve rassegna delle circostanze fattuali.

La Corte d’appello di Salerno, riformando la sentenza di primo grado, accoglieva l’impugnazione formulata dall’Istituto di credito, qualificando il rapporto intercorrente con l’investitore – appellato come di mera negoziazione di strumenti finanziari (e non di gestione) e quest’ultimo come cliente retail (e non “cliente professionale/qualificato”). Affermava, inoltre, che la Banca avesse correttamente adempiuto gli obblighi informativi e, al contempo, avesse provveduto a segnalare tempestivamente l’eventuale inadeguatezza degli ordini di investimento, mediante apposita annotazione, ottenendo, pur tuttavia, sempre conferma scritta da parte dell’investitore.

Avverso tale pronuncia proponevano ricorso per cassazione gli eredi dell’originario attore e l’Istituto di credito  resisteva con controricorso e memoria.

 

    2. La consapevolezza dell’investitore e l’adempimento degli obblighi informativi.

Con il secondo motivo, i ricorrenti lamentavano la violazione degli artt. 21, 26, 28 Reg. Consob n. 11522/1998, nonché degli artt. 1175,1176, 1218, 1375 e 1710 c.c., censurando, così come già rilevato nella consulenza tecnica espletata in primo grado, la mancata compilazione della scheda informativa riguardante la situazione finanziaria del cliente, i suoi obiettivi di investimento, la sua propensione al rischio e l’esperienza acquisita in materia di investimenti in strumenti finanziari; i ricorrenti deducevano, sostanzialmente, la violazione degli obblighi informativi normativamente imposti nella condotta della Banca resistente, non rilevata dalla Corte territoriale, che, contrariamente, disattendendo la giurisprudenza di legittimità e quella unionale, nonché dopo aver erroneamente provveduto a qualificare il rapporto come mera negoziazione di titoli (escludendone, quindi, la configurazione quale gestione patrimoniale), aveva ritenuto sufficiente l’avvertenza circa l’inadeguatezza dell’operazione contestata,

In maniera strettamente inferente, con il terzo motivo di ricorso veniva, altresì, eccepito come la stessa Corte d’appello avesse omesso di esaminare la mancanza di qualsiasi dato, nella scheda informativa del cliente, riguardante la situazione finanziaria del cliente, gli obiettivi dell’investimento, la propensione al rischio e l’esperienza in materia di investimenti in strumenti finanziari, con conseguente violazione degli artt. 21 TUF, 26 e 28, primo comma, lett. a), Reg. Consob n. 11522/1998.

L’analisi del Collegio ha quale premessa necessitata l’attuale atteggiarsi degli oneri informativi gravanti sui soggetti abilitati a compiere operazioni finanziarie. Difatti, relativamente all’obbligo di fornire un’informazione concreta e specifica sulle caratteristiche del prodotto finanziario negoziato, rappresenta, invero, ormai principio consolidato in seno alla giurisprudenza di legittimità[1] quello per cui, in tema di risarcimento del danno per la perdita del capitale investito, conseguente all’acquisto di un prodotto finanziario, debba gravare sull’Intermediario l’onere di provare di aver adempiuto positivamente agli obblighi informativi relativi tanto alle caratteristiche specifiche dell’investimento attenzionato, quanto al grado effettivo di rischiosità.

Per converso, è ascrivibile in capo all’investitore asseritamente danneggiato la prova circa il nesso causale, consistente nell’allegazione specifica del deficit informativo, nonché quella del pregiudizio patrimoniale patito a seguito della negoziazione contestata, potendo essere ritenuta sussistente mediante presunzioni l’eziologia tra l’inadempimento e il danno lamentato.  

Ciò premesso, è evidente come la prova dell’avvenuto puntuale adempimento degli obblighi informativi non possa essere artefattamente derubricata a elemento ininfluente, adducendo l’elevata propensione al rischio dell’investitore, comprovata da pregresse operazioni finanziarie, che non può legittimamente assurgere a circostanza dalla quale desumere che quest’ultimo avrebbe comunque accettato il rischio intrinsecamente connesso all’investimento[2]. Rifuggendo, dunque, da logiche quasi lombrosiane, è, invero, principio fondativo dell’articolata normazione paternalistica posta a presidio del contraente c.d. debole quello in ossequio del quale la consapevolezza nell’esecuzione di un investimento finanziario non possa che ritenersi compiutamente realizzata solo ove preceduta da una preventiva conoscenza delle caratteristiche specifiche del prodotto de quo e, segnatamente, da una comprensione effettiva degli indicatori della rischiosità di quest’ultimo.

 

   3. L’adeguatezza/inadeguatezza dell’operazione finanziaria e la funzione preventiva dell’intermediario.

A completamento, il Collegio evidenzia, inoltre, come la differenziata pluralità degli obblighi gravanti sull’intermediario finanziario (di diligenza, di correttezza e trasparenza, di informazione, di evidenziazione dell’inadeguatezza dell’operazione che si va a compiere), puntualmente enucleati negli artt. 21, primo comma, lett. a) e b), TUF, 28, secondo comma, e 29 del Reg. Consob n. 11522/1998, sia unitariamente funzionalizzata a fungere da warning per l’investitore, ovverosia a segnalargli tempestivamente, in considerazione dell’accertata personale propensione al rischio, l’inadeguatezza delle operazioni di investimento che si accinge a compiere (attività preventiva rientrante nella c.d. “suitability rule”).

 

Un siffatto avvertimento, come puntualmente evidenziato dalla Corte, per non scontare un’inefficacia pragmatica, deve necessariamente contenere specifiche indicazioni concernenti:

1) la natura e le caratteristiche peculiari del titolo, con particolare riferimento alla rischiosità del prodotto finanziario offerto;

2) la precisa individuazione del soggetto emittente, non essendo, ad esempio, sufficiente la mera indicazione che si tratti di un “Paese emergente”;

3) il rating nel periodo di esecuzione dell’operazione e il connesso rapporto rendimento/rischio;

4) eventuali carenze di informazioni circa le caratteristiche concrete del titolo (situazioni cc. dd. di “grey market”);

5) l’avvertimento circa il pericolo di un imminente default dell’emittente[3].

 

 

 


[1] Così, Cass. Civ., Sez. I, 28 febbraio 2018, n. 4727.

[2] In tal senso, Cass. Civ., Sez. I, 16 novembre 2018, n. 29607, già annotata in questa Rivista. V. M. Lecci, L’adeguatezza dell’operazione di investimento non esclude la risoluzione del singolo ordine, https://www.dirittodelrisparmio.it/2018/11/24/ladeguatezza-delloperazione-di-investimento-non-esclude-il-risarcimento-del-danno/.

[3] Sul punto, Cass. Civ., Sez. I, 26 gennaio 2016, n. 1376, con nota di F. Valerio, Investimento troppo rischioso per un cliente non professionale: la segnalazione di inadeguatezza non basta, in Diritto & Giustizia, fasc. 6, 2016, 32.

 

 

Qui la pronuncia: Cass. Civ., Sez. I, 11 giugno 2019, n. 15708

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