L’adeguatezza dell’operazione di investimento non esclude la risoluzione del singolo ordine



Cass. Civ., Sez. I, n. 29607 del 16.11.2018

di Michael Lecci

 

 


«La prova dell’avvenuto puntuale adempimento degli obblighi informativi non può essere ritenuta ininfluente in considerazione dell’elevata propensione al rischio dell’investitore dalla quale desumere che quest’ultimo avrebbe comunque accettato il rischio…».

Con la pronuncia in commento la Suprema Corte evidenzia importanti princìpi in merito agli oneri probatori gravanti sull’investitore nel caso in cui lo stesso lamenti la violazione degli obblighi informativi imposti alla Banca ai sensi dell’art. 21 TUF e del Regolamento Intermediari – ratione temporis – vigente.

IL FATTO IN BREVE

La controversia ha ad oggetto due ordini di acquisto di obbligazioni argentine intervenuti, rispettivamente, il 24.09.2001 ed il 15.01.1999; relativamente al primo, la Corte di Appello accoglieva la richiesta avanzata dall’investitore condannando la Banca al risarcimento del danno per la perdita delle somme investite. Con riferimento all’ordine del 1999, invece, la Corte territoriale rigettava la domanda sul presupposto della mancata prova del nesso di causalità tra l’inadempimento dell’obbligo informativo ed il danno patrimoniale derivatone.

Depurando la vicenda dai motivi di ricorso tacciati di inammissibilità da parte della Suprema Corte, le questioni giuridiche meritevoli di approfondimento vertono intorno ai motivi quarto e quinto del ricorso presentato dall’investitore.

IN DIRITTO

  • Sulla sussistenza degli obblighi informativi anche in presenza di operazioni adeguate

La doglianza in esame (quarto motivo[1]) permette di evidenziare come i rigidi obblighi informativi normativamente previsti trascendano dalla qualità o natura del singolo ordine di investimento concluso dall’investitore.

Sul punto la Corte di Appello, a fronte dell’accertato inadempimento della Banca agli obblighi informativi per (entrambe) le operazioni di investimento, escludeva la sussistenza “dell’importanza dell’inadempimento” (per l’ordine del 1999) rigettando la richiesta di risoluzione dell’ordine, sulla scorta dell’adeguatezza dell’operazione di investimento rispetto al profilo di rischio del cliente.

La soluzione adottata dai giudici territoriali si pone in evidente contrasto con il principio, ripetutamente ribadito dalla Suprema Corte, secondo cui l’inadempimento di non scarsa importanza può comportare la risoluzione non solo del contratto-quadro, ma anche dei singoli contratti di acquisto, cioè degli ordini di investimento, aventi natura negoziale nonché distinti e autonomi dal contratto-quadro, indipendentemente dalla risoluzione di quest’ultimo; ciò in quanto il momento negoziale delle singole operazioni di investimento non è riferibile al contratto-quadro[2].

Nondimeno, evidenziano gli ermellini che l’obbligo di informazione attiva circa la natura, i rischi e le implicazioni della singola operazione e quelli correlati alle situazioni di conflitto di interessi (nel rispetto della clausola generale che impone all’intermediario di comportarsi con diligenza, correttezza e professionalità, nella cura dell’interesse del cliente) assume rilievo non solo in sede di negoziazione del contratto-quadro ma anche nella fase che precede la conclusione dei singoli ordini di investimento, i quali rappresentano pur sempre negozi autonomi rispetto al contratto stipulato dall’investitore[3].

D’altra parte, proseguono i giudici, è conforme alla ratio della normativa la circostanza per cui l’intermediario debba, preliminarmente ad ogni singola operazione, assolvere puntualmente l’obbligo informativo su esso gravante al fine di garantire al cliente l’adozione di una scelta consapevole. Invero, è la normativa primaria e regolamentare di settore ad evidenziare che nella fase attuativa del contratto-quadro si configurano negozi di contenuto complesso, in cui l’intermediario debba prima rappresentare all’investitore le caratteristiche e le implicazioni della singola operazione e poi, se del caso, porla in essere.

Pertanto, al fine dell’accoglimento della richiesta di risoluzione di un singolo ordine di investimento, è sufficiente accertare la sussistenza di un inadempimento di non scarsa importanza (anche nella specie di violazione degli obblighi informativi), indipendentemente dalla teorica adeguatezza di quel singolo ordine investimento.

  • IL NESSO DI CAUSALITÀ TRA L’INADEMPIMENTO ALL’OBBLIGO INFORMATIVO ED IL DANNO

Un ulteriore aspetto oggetto di approfondimento da parte della Suprema Corte è quello inerente alla ricostruzione del nesso di causalità tra l’inadempimento agli obblighi informativi ed il danno  conseguente alla conclusione della connessa operazione di investimento. In merito, evidenziavano i ricorrenti l’erroneità della pronuncia della Corte territoriale nel punto in cui negava il risarcimento del danno (in ragione della mancanza del nesso causale) sul presupposto  per cui l’investitore, anche laddove adeguatamente informato circa la «natura, i rischi e le implicazioni» dell’investimento, avrebbe comunque compiuto l’operazione (ritenuta) conforme al suo profilo di rischio (essendo disposto a correre rischi in acquisti di tipo speculativo, con remunerazione adeguata).

In merito, evidenzia la Suprema Corte che è ormai pacificamente affermato in giurisprudenza che «in tema di risarcimento del danno per la perdita del capitale investito dovuta all’acquisto di un prodotto finanziario, grava sull’intermediario l’onere di provare, ex art. 23 d.lgs n. 58 del 1998, di aver adempiuto positivamente agli obblighi informativi relativi, non solo alle caratteristiche specifiche dell’investimento ma anche al grado effettivo di rischiosità, mentre grava sull’investitore l’onere di provare il nesso causale consistente nell’allegazione specifica del deficit informativo nonché a fornire la prova del pregiudizio patrimoniale dovuto all’investimento eseguito, potendosi fornire la prova presuntiva del nesso causale tra l’inadempimento ed il danno lamentato», cosicché «la prova dell’avvenuto puntuale adempimento degli obblighi informativi non può essere ritenuta ininfluente in considerazione dell’elevata propensione al rischio dell’investitore dalla quale desumere che quest’ultimo avrebbe comunque accettato il rischio ad esso connesso dal momento che l’accettazione consapevole di un investimento finanziario non può che fondarsi sulla preventiva conoscenza delle caratteristiche specifiche del prodotto, in relazione a tutti gli indicatori della sua rischiosità»[4].

Nondimeno, è sempre la Corte di legittimità ad aver affermato, in altre occasioni (Cass. 3914/2018, Cass. 12544/2017), che, in merito al riparto dell’onere probatorio sul nesso di causalità tra l’inadempimento dell’intermediario ed il danno subìto dall’investitore, alla stregua del sistema normativo delineato dagli artt. 21 e 23 del d.lgs. n. 58 del 1998 (TUF) e dal reg. Consob n. 11522 del 1998, la mancata prestazione delle informazioni dovute ai clienti da parte della Banca ingenera una presunzione di riconducibilità alla stessa dell’operazione finanziaria, dal momento che l’inosservanza dei doveri informativi da parte dell’intermediario, costituisce di per sé un fattore di disorientamento dell’investitore che condiziona in modo scorretto le sue scelte di investimento. Ne deriva che, l’omissione informativa è idonea  – sic et simpliciter – a cagionare un pregiudizio all’investitore; tuttavia, è pur sempre consentito all’intermediario di fornire la prova contraria circa la sussistenza di sopravvenienze che risultino idonee a deviare il corso della catena causale derivante dall’asimmetria informativa.

Invero, ai sensi del Regolamento Consob, la valutazione dell’adeguatezza si esplica nel confronto tra le caratteristiche intrinseche dell’investimento proposto (tipologia, oggetto, frequenza e dimensione) ed il profilo di rischio dell’investitore; valutazione che può far ritenere adeguato anche un investimento rischioso nelle ipotesi in cui, dalle informazioni acquisite in ordine all’esperienza dell’investitore, alla sua situazione finanziaria, ai suoi obiettivi d’investimento ed alla sua propensione al rischio, risulti che la forma di investimento prescelta, oltre che apparire compatibile, rientri nel novero delle scelte “consapevoli” (Cass. 23417/2016). In merito, occorre puntualizzare come gli obblighi informativi gravanti sull’intermediario comportano un duplice e reciproco flusso informativo in quanto impongono all’intermediario, da un lato, a procurarsi tutte le informazioni propedeutiche alla ricostruzione del profilo di rischio dell’investitore (c.d. informazione passiva) e, dall’altro, ad informare adeguatamente quest’ultimo circa la natura, i rischi  e le implicazioni della specifica operazione (c.d. informazione attiva), al fine di delineare e proporre all’investitore un prodotto finanziario che sia pienamente conforme con il suo profilo e, a maggior ragione, con l’obiettivo di garantirgli l’effettuazione di una scelta consapevole (Cass. 23417/2016).

Orbene, ove sia accertato un inadempimento dell’intermediario, l’investitore, ai fini dell’esercizio dell’azione risarcitoria e/o di risoluzione del contratto, beneficerà di un alleggerimento dell’onere probatorio che si concretizza nell’accertamento in via presuntiva del nesso di causalità, e non nella qualificazione in re ipsa  del danno.

Complessivamente, ciò che maggiormente rileva è il principio sancito dalla Corte di Cassazione secondo cui anche in presenza di operazioni adeguate, la mancata fornitura di informazioni esaurienti ed appropriate in ordine alla tipologia ed alle caratteristiche dell’impiego suggerito costituisce un indice dell’avvenuta effettuazione di una scelta non consapevole da parte dell’investitore, i cui effetti pregiudizievoli non sono pertanto ascrivibili alla sua volontà.

Il nesso di causalità, pertanto, deve desumersi in via presuntiva, non assumendo alcuna rilevanza la circostanza per cui il cliente, anche ove adeguatamente informato circa la natura ed i rischi dell’operazione, non si sarebbe comunque astenuto dal compierla.

[1] Incentrato sulla la violazione degli artt. 21, co. 1, lett b) del D.Lgs. n. 58/98 e 28, co. 1 e 2 del reg. Consob n. 11522/98, nonché degli artt. 1453 e 1458 c.c.

[2] Sul punto i riferimenti sono: Cass. nn. 12937 e 16861 del 2017, 8394 e 16820 del 2016, 23717 del 2014.

[3] Si veda: Cass. nn. 20617 del 2017, 3950 del 2016; Cass.3261/2018.

[4] La sentenza richiamata, Cass. n. 4727/2018, cassava la sentenza in cui la Corte di Appello escludeva la sussistenza del nesso causale tra l’inadempimento ed il danno sul rilievo che, all’esito della prova testimoniale, l’investitore avrebbe comunque concluso l’operazione, orientamento da un intento speculativo.

 

Qui la pronuncia: Cass. Civ., Sez. I, Ordinanza n. 29607 del 16.11.2018

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