Gestione individuale di portafogli: il punto dell’ACF



di Pierpaolo Verri

 


La Decisione n. 1455 del 1 marzo 2019 dell’Arbitro per le Controversie finanziarie concerne il tema della diligenza e correttezza dell’intermediario nella prestazione del servizio di gestione di portafogli.

FATTO

Il ricorrente allega di aver sottoscritto con il proprio intermediario un contratto di gestione individuale di portafogli connotata da un profilo di rischio basso e caratterizzata dal perseguimento di obiettivi di conservazione del patrimonio. Altresì, il ricorrente espone che il resistente inseriva nel proprio portafoglio il certificato denominato “CBK Income Generator”, strumento finanziario derivato e pertanto caratterizzato da un livello di rischio incompatibile con le caratteristiche della linea di gestione prescelta. Il ricorrente chiede pertanto il ristoro del danno subito a seguito della perdita generata dall’investimento in tali certificati.

L’intermediario resistente si costituisce precisando di aver sempre assolto all’obbligo di invio dei rendiconti di gestione, sicché fuori centro sarebbe la doglianza di aver investito nel certificato senza che il cliente ne fosse consapevole.

DIRITTO

L’ACF ritiene il ricorso infondato. In particolare, il Collegio opera dapprima un chiarimento sull’istituto della gestione individuale di portafogli, specificando che il tratto tipologico di tale servizio è rappresentato, per un verso, dal fatto che l’intermediario – pur nell’ambito di una certa discrezionalità nella determinazione delle operazioni di investimento da compiere per conto del cliente – non può, evidentemente, mai disattendere il limite rappresentato dai criteri che sono predeterminati nelle linee di gestione, e, per altro verso, dal fatto che il cliente non è in una posizione meramente passiva, di soggezione cioè alle scelte compiute dall’intermediario che pur si muovono nell’ambito di detta cornice, ma può concorrere a indirizzarne costruttivamente gli esiti.

Nel caso specifico posto all’esame del Collegio, era espressamente previsto che il gestore potesse investire anche nella categoria di titoli di debito con componente derivativa – ovvero la categoria cui si ascrive il Certificato per cui è controversia – nonostante la linea di gestione dovesse mantenersi prudente e orientata ad una prospettiva di conservazione del patrimonio.

In virtù di tale previsione, è da respingere il rilievo avanzato dal ricorrente circa la mancata comunicazione del cliente, il quale aveva preventivamente approvato la possibilità di acquistare tale tipologia di prodotti al momento della sottoscrizione del contratto. Il cliente, inoltre, aveva piena contezza che parte del portafoglio d’investimento, nei limiti ammessi dal contratto, fosse destinata all’acquisto dei Certificati per cui è stato instaurato il procedimento arbitrale, avendo sempre ricevuto la puntuale comunicazione dei rendiconti periodici, che indicavano espressamente la presenza di tali strumenti nel portafoglio. Per tali motivi, il Collegio ritiene di respingere le doglianze mosse da parte ricorrente.

Qui la decisione: ACF n.1455 del 1 marzo 2019.

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