La banca è responsabile in caso di omessa vendita dei titoli oggetto di pegno?



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Cass. Civ., Sez VI,Ord. n. 24382 del 04 ottobre 2018

di Andrea Fusco

 


Nella fattispecie de qua i giudici della Suprema Corte si esprimono, anche se in maniera non esplicita, in merito alla responsabilità della Banca che, attraverso una condotta di tipo omissivo, contravviene all’obbligo di buona fede prescritto dall’art. 1375c.c. rubricato: “esecuzione secondo buona fede” in combinato disposto con l’art 2795 c.c. rubricato: “vendita anticipata”. In particolare, la vicenda ha ad oggetto il deterioramento e alla perdita di valore dei titoli posti a garanzia della Banca quale creditore pignoratizio.

Fatti di causa

Con ricorso ex 702 bis c.p.c., un privato adiva il Tribunale di Milano, per chiedere la condanna della Banca al risarcimento dei danni arrecatigli dal comportamento omissivo di questa. La controversia nasce dalla condotta della Banca, la quale, in qualità di creditore pignoratizio dei Titoli di proprietà del cliente, non aveva provveduto a liquidarli nonostante il progressivo e forte deterioramento patrimoniale che li vedeva come protagonisti ed i numerosi solleciti da parte del privato alla monetizzazione di quest’ultimi.

Con Ordinanza, il Tribunale di Milano accertava la violazione ex art 1375c.c. condannando la banca al risarcimento del danno da lei causati.

Interposta impugnazione da parte della Banca, la corte d’Appello riformava integralmente quanto deciso dal giudice di prime cure affermando come la Banca non potesse essere considerata inadempiente rispetto ad uno specifico obbligo contrattuale, in quanto la fattispecie concreta può sussumersi sotto la normativa prevista dall’art. 2795 c.c.

Il dato normativo afferma che se la cosa data in pegno si deteriora in modo da far temere che essa divenga insufficiente alla sicurezza del creditore, questi, previo avviso a colui che ha costituito il pegno, può chiedere al giudice l’autorizzazione a vendere la cosa. (2795 comma1 c.c.)

 La norma prevede la possibilità, la facoltà, per il creditore pignoratizio di chiedere al giudice l’autorizzazione a vendere la cosa, oggetto del pegno, se questa è divenuta insufficiente alla soddisfazione del creditore; una forma di tutela prevista per il creditore, il quale può scegliere di avvalersene o meno.

Il costituente può del pari, in caso di deterioramento o di diminuzione di valore della cosa data in pegno, domandare al giudice l’autorizzazione a venderla oppure chiedere la restituzione del pegno, offrendo altra garanzia reale che il giudice riconosca idonea. (2975 comma 3 c.c.) 

Facoltà analoga, cioè quella di richiedere la vendita anticipata, è riconosciuta anche al costituente (e non al debitore in quanto tale), tramite due iter procedurali alternativi tra loro: attraverso un’istanza nei confronti dell’organo giudicante, o richiedendo la restituzione del bene oggetto di pegno dietro altra garanzia reale ritenuta congrua dal giudice.

La corte milanese pertanto ha ritenuto come lo stesso privato, non compiendo le formalità richieste dalla norma, non si sia avvalso della facoltà prescritta dall’art. 2795 comma 3 e, conseguentemente, abbia anch’egli integrato una condotta di tipo omissivo.

Il privato ricorre alla Suprema Corte articolando tre motivi per cassare la Sentenza di Appello.

Il primo motivo ai sensi dell’art.360 n.3 c.p.c., attiene alla violazione dell’art.1375 c.c., laddove la Corte Territoriale individua il metro di valutazione della condotta delle parti solo ed esclusivamente in riferimento a quanto previsto nell’art. 2975 c.c.

Il secondo motivo assume poi, ai sensi dell’art 360 n.5. c.p.c., fatti che se fossero stati correttamente analizzati e presi in considerazione dalla Corte territoriale, avrebbero senz’altro condotto ad un esito diverso della controversia.

Il terzo motivo infine, ai sensi dell’art. 360 n.3. c.p.c., attiene alla violazione, erronea applicazione alle norme 2790 c.c., dell’art 1800 c.c. e degli articoli 1710 e 1718 c.c.

In Diritto

La Suprema Corte nell’analizzare i motivi di ricorso dedotti da parte ricorrente, non fornisce una vera e propria risposta, ma delinea una linea guida, un orientamento, nei confronti della sezione che successivamente si troverà a dover affrontare la questione.

La Suprema Corte, soffermandosi sul primo motivo di ricorso, s’interroga su quale sia la reale portata del principio sancito dall’art.1375 c.c., ovvero quale sia il ruolo della buona fede oggettiva nella disciplina riguardante la vendita della cosa data in pegno.

Invero, ritiene la Corte che la vendita non ha come finalità quella satisfattiva del relativo diritto di credito, come sembrerebbe emergere dal dettato dell’art. 2796 c.c. rubricato “vendita della cosa”, bensì una funzione di garanzia e, a tal proposito, l’art. 2795 c.c., è definito nei termini di vendita anticipata.

Pertanto la Corte di Appello, erroneamente, avrebbe interpretato la norma del 2795 c.c. a prescindere dal canone della buona fede oggettiva, ricostruendo la fattispecie concreta dal punto di vista del creditore pignoratizio. Tanto che la stessa corte afferma “il ruolo del canone di buona fede rispetto alla fattispecie di vendita con funzione conservativa del valore del bene dato in pegno, presenta, in realtà, numerosi e complessi profili problematici”.

Pertanto, la valenza generale dell’applicazione del canone della buona fede oggettiva nell’esecuzione dei rapporti tra privati, in linea di principio, esclude che il caso della vendita anticipata della cosa data in pegno resti per qualche motivo sottratta all’applicazione della clausola generale di buona fede oggettiva. Salvo che, la disciplina formulata dall’art 2795c.c. sia articolata in tal modo da ricomprendere nella norma stessa il canone summenzionato. Sembrerebbe quest’ultima la ricostruzione concepita dalla Corte Territoriale.

Quale ultima ipotesi la Suprema Corte s’interroga in merito all’estensione del canone di buona fede, ovvero della funzione di integrazione degli obblighi e dei doveri previsti dalle singole disposizioni, anche nel caso previsto dalla norma del 2795c.c.

Tanto che la stessa corte afferma “il ruolo del canone di buona fede rispetto alla fattispecie di vendita con funzione conservativa del valore del bene dato in pegno, presenta, in realtà, numerosi e complessi profili problematici”.

Sulla ricostruzione della disciplina prevista dall’art 2795 c.c. comma 1-3

Facendo riferimento al dettato normativo di cui al comma 1, bisogna chiedersi se il creditore pignoratizio abbia l’onere di richiedere l’autorizzazione al giudice per la vendita del bene, anche nel caso in cui sia ictu oculi il consenso del datore di pegno; in quanto, come nella fattispecie in esame, non vi sarebbe alcun contrasto tra le parti rendendo superfluo l’intervento dell’organo giudicante.

Il secondo interrogativo che pone la Suprema Corte concerne il comma 3 della medesima norma.

L’offerta di altra garanzia reale, giudicata congrua dal giudice a sostituire la cosa oggetto di pegno è necessaria sicuramente nell’ipotesi della sostituzione del bene; ma qualora si trattasse  della vendita del bene con contestuale costituzione del pegno sul denaro frutto della vendita della cosa? Se così fosse il soggetto costituente verrebbe travolto da un duplice impegno economico, il denaro frutto della vendita e l’ulteriore bene volto a sostituire il precedente.

Ulteriore quesito sul quale la Suprema Corte ha espresso le proprie perplessità, riguarda il principio ben noto alla giurisprudenza di legittimità, della salvaguardia dell’interesse altrui, nel limite in cui non venga a pregiudicare il proprio interesse oggettivo. In particolare, ci si interroga in merito alla possibilità di considerare il creditore garantito, poichè investito del possesso di un bene, se possa essere investito di un dovere di protezione nei confronti del costituente circa la tempestiva liquidazione del bene in garanzia, nel caso quest’ultimo per determinati fattori subisca via via una perdita di valore.

Pertanto la Suprema corte conclude affermando che le questioni sollevate nel ricorso sono tutt’altro che prive di rilievo e che in merito non risultano diretti precedenti della Suprema Corte.

A norma dell’art. 380 bis, comma 3 c.p.c. il Collegio dispone la rimessione del ricorso alla pubblica udienza della sezione Prima.

 

Qui la pronuncia: Cass. Civ., Sez VI,Ord. n. 24382 del 04 ottobre 2018

 

 

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