Ulteriore intervento ermeneutico della Suprema Corte a proposito della tutela dei diritti vantati sui beni confiscati dall’istituto di credito in buona fede



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Cassazione penale, sez. I, sent. n. 37558 del 2 agosto 2018 
di Donato Giovenzana – Legale d’impresa

Avverso l’ordinanza, emessa dal Giudice dell’esecuzione, con cui la banca creditrice aveva ottenuto, ex art. 52 d.lgs. n. 152/2011* – c.d. codice delle leggi antimafia, recante disciplina sulla tutela del terzo incolpevole in caso di misure di confisca preventiva irrogate sui beni di soggetti appartenenti ad associazioni mafiose – il pagamento del credito ipotecario garantito,  l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia ha proposto ricorso per Cassazione contestando l’adeguata verifica degli stringenti requisiti di incolpevolezza richiesti dal precitato art. 52  in capo al terzo al fine di poter veder tutelate le proprie ragioni di credito.

 
Secondo la Suprema Corte il ricorso risulta fondato e le censure che la ricorrente Agenzia ha dedotto sotto il profilo dell’incorso vizio di motivazione in relazione ai criteri applicati per la individuazione della buona fede appaiono non prive di pertinenza.
 

Ed invero la richiesta di ammissione del credito ipotecario è stata accolta dal Giudice dell’esecuzione che ha ravvisato la sussistenza dei relativi presupposti fattuali e giuridici, rilevando l’assenza di oggettivi elementi di allarme “ambientale” (formale incensuratezza del soggetto richiedente il finanziamento fondiario, assenza di sue conclamate relazioni con compagni criminali); ritenendo che, in assenza di tali elementi, dovesse valutarsi la diligenza del comportamento dell’Istituto creditore in relazione al “mancato scostamento rispetto alle procedure standardizzate per la concessione dei mutui ipotecari“; giudicando sufficienti per escludere ogni contestazione di diligenza, in esito alla verifica svolta, le emergenze dell’incartamento relativo alla svolta istruttoria, allegato alla domanda (acquisizione dei documenti anagrafici del finanziato, svolgimento della perizia di stima tecnica dell’immobile e della relazione notarile, percezione da parte dell’aspirante mutuatario di trattamento pensionistico); escludendo anche “elementi di anomalia tali da legittimare il sospetto di una collusione dolosa” e la ipotizzabilità di un difetto di diligenza per mancato approfondimento di aspetti della pratica di finanziamento oggettivamente problematici.

Tuttavia, secondo gli Ermellini, l’ordinanza impugnata presenta, in tale sviluppo argomentativo, salti logici e vuoti motivazionali, pur procedendo dal presupposto fattuale che il credito aveva data certa anteriore al provvedimento di sequestro, dalla espressa condivisione delle coordinate ermeneutiche tratte dalla giurisprudenza di legittimità, e dalla enunciata affermazione di procedere a una verifica della concreta vicenda avendo riguardo a oggettivi elementi di riscontro delle condizioni soggettive legittimanti l’ammissione del credito.

L’ordinanza, invero, ad avviso della Suprema Corte, omettendo di considerare le ragioni poste a fondamento del provvedimento di sequestro e della successiva confisca, ha del tutto astratto dall’analisi dei pertinenti profili patrimoniali e della proporzionalità tra i redditi del condannato e del coniuge, oltre che dei componenti del nucleo familiare, e gli esborsi rateali per il pagamento del mutuo, mentre, se è evidente che l’istituto di credito non è titolare di autonome prerogative investigative, la dimostrazione, di cui lo stesso è onerato, attiene alla verifica svolta in ordine alle caratteristiche soggettive della parte richiedente l’erogazione del mutuo, e segnatamente, nella specie, con riguardo alla sua affidabilità e solvibilità derivante dalla capacità produttiva di un reddito lecito.

 

Nè – mentre è rimasto generico il riferimento al trattamento pensionistico del finanziato, la cui percezione è indicata come attestata nelle emergenze della istruttoria della Banca, nulla risultando indicato circa la congruenza dello stesso e la sostenibilità delle rate di mutuo – la dimostrazione del livello di verifica svolto può inferirsi dal valore dell’immobile indicato nella relazione giurata e dalla sua compatibilità con la somma erogata, poichè il dato evocato non assicura affatto che attraverso l’erogazione del mutuo non si realizzi un fenomeno di sostanziale ripulitura di capitali di provenienza illecita utilizzati al fine di sostenere le obbligazioni nascenti dal contratto.

Per i Giudici della Cassazione, l’ordinanza, inoltre, esprimendo il giudizio positivo relativo alla buona fede della Banca creditrice, fondato sul solo rilevato rispetto delle procedure tipizzate per la concessione dei finanziamenti, non si è confrontata con il tipo di attività svolta dal terzo creditore, che, tenuto ad attenersi alle specifiche direttive emanate dagli organi di vigilanza, è soggetto a particolari obblighi di diligenza professionale qualificata per la peculiare posizione rivestita per la gestione del credito nel sistema socio-economico.

 

Il rispetto di tali obblighi, che la ricorrente Agenzia ha tradotto nello specifico quid pluris – rispetto alla circostanza dell’avvio di procedura priva di anomalie – richiesto per l’assolvimento dell’onere probatorio posto in capo all’Istituto, avrebbe supposto la dimostrazione da parte dello stesso Istituto che la erogazione del mutuo era avvenuta in presenza di un reale controllo della capacità finanziaria e delle condizioni patrimoniali del richiedente e della famiglia e della sua affidabilità soggettiva, anche alla luce dei rapporti pregressi ovvero pendenti, al momento di tale erogazione, con lo stesso ovvero altri Istituti, refluenti sull’apprezzamento della regolarità della condotta contrattuale della parte beneficiaria e della sua capacità reddituale.

 

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Sulla Gazzetta ufficiale n. 248 del 4 novembre 2017, è stata pubblicata la Legge 17 ottobre 2017, n. 161 recante “Modifiche al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, al codice penale e alle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale e altre disposizioni. Delega al Governo per la tutela del lavoro nelle aziende sequestrate e confiscate“, entrata in vigore il 19 novembre 2017.

L’articolo 20 della citata legge di riforma ha esteso i parametri di estraneità all’attività illecita quale condizione di tutela del terzo creditore. Mentre prima era sufficiente dimostrare la buona fede per il riconoscimento del proprio credito, in virtù del riformato art. 52, comma 1, lettera b) il terzo creditore è tenuto a provare sia la mancanza di strumentalità del credito all’attività illecita, sia la sussistenza non solo della propria buona fede, ma anche dell’inconsapevole affidamento.

Qui la pronuncia: Cass. Pen. sent. 37558 del 2 agosto 2018

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