Fondamentale scrutinio esegetico della Cassazione Penale a proposito della “clausola di non punibilità”, prevista dal 4 comma dell’articolo 648 ter 1 c.p. (autoriciclaggio).



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Cassazione penale, sez. II,  sent. n. 30399, dep. 05/07/2018.

di Donato Giovenzana – Legale d’impresa

 


Per la Suprema Corte la clausola di non punibilità prevista nell’art. 648 ter c.p., comma 4, a norma della quale “Fuori dei casi di cui ai commi precedenti (….)” va intesa ed interpretata nel senso fatto palese dal significato proprio delle suddette parole e cioè che la fattispecie ivi prevista non si applica alle condotte descritte nei commi precedenti. Di conseguenza, l’agente può andare esente da responsabilità penale solo e soltanto se utilizzi o goda dei beni proventi del delitto presupposto in modo diretto e senza che compia su di essi alcuna operazione atta ad ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.

Infatti, secondo gli Ermellini, la norma in questione prevede un peculiare caso di non punibilità che, limitando in negativo la fattispecie criminosa di cui al comma 1, ad essa si affianca contribuendo a definirne, in modo più chiaro, l’ambito di operatività.

Ed invero il comma 4 dispone la non punibilità delle condotte “per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla mera utilizzazione o al godimento personale“. E’ del tutto evidente la differenza rispetto alla condotta del comma 1 che sanziona, invece, la reimmissione nel circuito economico legale dei proventi illeciti: il comma 4, a differenza del comma 1, prevede la “destinazione” alla “mera utilizzazione o al godimento personale“.

Detta norma sottintende:

  1. un uso diretto – da parte dell’agente – dei beni provento del delitto presupposto: ciò può agevolmente desumersi dall’aggettivazione (“mera”:rectius: semplice; “personale”) dei due sostantivi (“utilizzazione”; “godimento”) che non lascia spazio ad alternative. Di conseguenza, non rientra nella fattispecie in argomento una condotta a seguito della quale l’agente utilizzi i beni in modo indiretto, come, ad esempio, il godimento personale di un bene provento del delitto presupposto che, anziché essere goduto o utilizzato personalmente (quindi, direttamente), sia stato, prima di essere utilizzato,sottoposto ad operazioni di riciclaggio che ne abbiano concretamente ostacolato l’identificazione della provenienza delittuosa;                                                                                                            
  2. l’assenza di qualsiasi attività concretamente ostacolativa dell’identificazione della provenienza delittuosa del bene. Infatti se l’agente – per non essere punibile – deve limitarsi a “destinare” direttamente i beni provento del delitto presupposto a sue esigenze “personali”, ne consegue che tale condotta, conseguente a quella del delitto presupposto,non può e non dev’essere caratterizzata da comportamenti decettivi proprio perchè l’agente non avrebbe alcuna necessità “giuridica” di ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa del bene che utilizza.

Con l’introduzione del nuovo reato di autoriciclaggio – precisa la Suprema Corte – il legislatore ha ritenuto di conservare per l’autoriciclatore una ristretta area di “privilegio” limitandola, appunto, ai due tassativi casi di cui al comma 4: mera utilizzazione e godimento personale dei beni provento dal delitto presupposto, con l’obiettivo di sterilizzare il profitto conseguito con il reato presupposto e, quindi, di impedire all’agente sia di reinvestirlo nell’economia legale sia di inquinare il libero mercato ledendo l’ordine economico con l’utilizzo di risorse economiche provenienti da reati.

L’ubi consistam del reato di autoriciclaggio consiste, quindi, nel divieto di condotte decettive finalizzate a rendere non tracciabili i proventi del delitto presupposto, proprio perché, solo ove i medesimi siano tracciabili si può impedire che l’economia sana venga infettata da proventi illeciti che ne distorcano le corrette dinamiche.

Sarebbe, quindi, paradossale consentire all’agente del reato presupposto di effettuare una tipica condotta di autoriciclaggio (rendere non tracciabile i proventi del reato) e, al contempo, consentirgli di usufruire della clausola di non punibilità.

Pertanto la norma è chiara nella sua ratio: limitare la non punibilità ai soli casi in cui i beni proventi del delitto restino cristallizzati – attraverso la mera utilizzazione o il godimento personale – nella disponibilità dell’agente del reato presupposto, perché solo in tale modo si può realizzare quell’effetto di “sterilizzazione” che impedisce – pena la sanzione penale – la reimmissione nel legale circuito economico; ma, anche sicuramente opportuna proprio perché, con la tassativa indicazione dei casi di non punibilità, contribuisce a delimitare, in negativo, l’area di operatività di cui al comma 1 che, invece, descrive, in positivo, la condotta punibile.

 

Qui la pronuncia: Cassazione penale, sez. II,  sent. n. 30399, del 05.07.2018

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