Valutazione dell’adeguatezza di ogni singola operazione di investimento



Cass. Civ., Sez. I, Ordinanza n. 12956 del 24.05.2018

di Lecci Michael

 


Premessa

Nella vicenda de qua, originata da (due) operazioni di acquisto di obbligazioni argentina, le contestazioni degli attori (investitori) si incentravano sulla lesione degli obblighi informativi, sulla mancanza dell’ordine scritto e sulla mancata valutazione del profilo di rischio dell’investitore. Tralasciando le dinamiche processuali succedutesi nel corso dei primi gradi di giudizio, meritevole di attenzione, nella pronuncia in esame, è la ricognizione (ad opera della Suprema Corte) degli obblighi informativi previsti dalla normativa di settore, con particolare attenzione all’incompatibilità tra il profilo di rischio (in concreto) dell’investitore e le operazioni di investimento concluse dallo stesso (anche nella forma esecuzione di ordini).

In Diritto

 

  • Gli obblighi informativi dell’intermediario

Ripercorrendo l’iter argomentativo seguito dai giudici, punto di partenza non può che essere la elencazione degli obblighi gravanti sull’intermediario alla luce del Testo Unico della Finanza e del Regolamento Consob.

Appare oramai indubbio che le norme primarie e regolamentari disciplinanti la prestazione di un servizio di intermediazione finanziaria siano preposte alla corretta e cosciente formazione del consenso in sede di investimento; in particolar modo si fa riferimento a quanto previsto dagli artt. 21 TUF, 28 e 29 Reg. Consob 11522/98; come pare altresì ovvio che, laddove l’intermediario agisca in violazione dei summenzionati articoli, ovvero ometta di fornire le informazioni propedeutiche al compimento dell’operazione di investimento, si instaura una presunzione di riconducibilità ad esso dell’operazione. In altre parole, all’inadempimento consegue in via presuntiva l’accertamento del nesso di causalità del danno subìto dall’investitore.

Più nello specifico, circoscrivendo l’analisi a quanto affermato nella pronuncia de qua, i giudici evidenziano (come già fatto in altre occasioni) come gli obblighi informativi impongano all’intermediario la comunicazione al cliente/investitore  tutte le informazioni conoscibili in base alla necessaria diligenza professionale e l’indicazione, in modo puntuale, di tutte le specifiche ragioni idonee a rendere un’operazione inadeguata rispetto al profilo di rischio dell’investitore, ivi comprese quelle attinenti al rischio di “default” dell’emittente con conseguente mancato rimborso del capitale investito, in quanto tali informazioni costituiscono reali fattori per decidere, in modo effettivamente consapevole, se investire o meno (in tal senso Cass. Civ. Sez. I, n. 12544 del 18 maggio 2017).

D’altronde, l’obbligo gravante sull’intermediario di fornire informazioni dettagliate, ritagliate sul caso concreto, è già abbondantemente ribadito in giurisprudenza di legittimità; invero, attenendosi alle recenti pronunce, l’intermediario ha l’obbligo di fornire all’investitore un’informazione adeguata in concreto, tale cioè da soddisfare le specifiche esigenze del singolo rapporto, in relazione alle caratteristiche personali e alla situazione finanziaria del cliente (Cass. 29 ottobre 2010, n. 22147; Cass. 25 giugno 2008, n. 17340); l’assolvimento degli obblighi informativi gravanti sull’intermediario implica quindi la trasmissione, da parte di questo, di indicazioni idonee a descrivere la natura, la quantità e la qualità dei prodotti finanziari ed a rappresentarne la rischiosità (Cass. 21 aprile 2016, n. 8089; cfr. pure Cass. 9 febbraio 2016, n. 2535 e Cass. 26 gennaio 2016, n. 1376)[1].

  • L’adeguatezza informativa pre e post trade

Un ulteriore aspetto affrontato dalla Suprema Corte è quello inerente l’estensione (temporale) degli obblighi informativi; questi non possono ritenersi esclusivamente limitati alla fase pre-contrattuale del rapporto di intermediazione finanziaria ma devono estendersi alla fase della sottoscrizione del contratto ed alla fase post-negoziale. L’intermediario, infatti, ha l’obbligo di tenere il cliente sempre adeguatamente informato circa l’andamento del titolo di riferimento; più specificamente, nella pronuncia de qua la Suprema Corte ha ribadito l’orientamento (da ultimo con Cass. Civ. Sez. I, n. 20167 del 31 agosto 2017) secondo cui gli obblighi di comportamento sanciti dall’art. 21 del d.lgs n. 58 del 1998 e dalla normativa secondaria contenuta nel reg. Consob n. 11522 del 1998, sorgono sia nella fase che precede la stipulazione del contratto quadro (come quello di consegnare il documento informativo sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari e di acquisire le informazioni sull’investitore circa la sua esperienza in materia di investimenti in strumenti finanziari, la sua situazione finanziaria, i suoi obiettivi di investimento e la sua propensione al rischio), sia dopo la sua conclusione (è il caso dell’obbligo d’informazione cd. attiva circa la natura, i rischi e le implicazioni della singola operazione, di astenersi dal porre in esecuzione operazioni inadeguate e di quelli che sono correlati alle situazioni di conflitto di interessi).

I prefati obblighi, desumibili dal principio generale secondo il quale l’intermediario sia tenuto (ex lege) a comportarsi con diligenza, correttezza e professionalità nella cura dell’interesse del cliente, ineriscono i singoli ordini di investimento, quali negozi autonomi rispetto al contratto-quadro originariamente stipulato dall’investitore.

Gli ermellini già in altre occasioni[2] avevano ribadito il carattere generale di quanto previsto dall’art. 28 Reg. Int. (in tal senso anche Cass. Civ., 3 luglio 2017, n. 16318). In particolare, con ordinanza del 16.02.2018, i giudici[3] della Cassazione avevano evidenziato che le informazioni trasmesse al cliente “devono essere concrete e specifiche, come propriamente ritagliate sul singolo prodotto di investimento”.

In particolare, esigenze maggiormente protezionistiche si sollevano nel caso di negoziazione di prodotti complessi, poco liquidi o altamente rischiosi; in presenza di operazioni ad elevata complessità, pertanto, i presìdi informativi devono intendersi ulteriormente rafforzati alla luce dei pericoli intrinsecamente connessi agli investimenti in prodotti rischiosi e/o illiquidi. In tal senso, la Suprema Corte evidenzia dei rigorosi limiti per l’esonero da responsabilità dell’intermediario che abbia proceduto alla conclusione dell’operazione di investimento senza aver fornito al cliente una informazione specifica ed adeguata.  

Più nel dettaglio, l’intermediario non potrà esonerarsi da responsabilità laddove abbia dato corso alla vendita di titoli ad alto rischio, al cliente/investitore non rientrante nelle categorie di investitori qualificati o professionali,  senza fornire una adeguata rappresentazione informativa; né sarà ipotizzabile un’ipotesi di concorso di colpa dell’investitore medesimo ex art. 1227 c.c. (Cass. Civ. n. 9892 del 13 maggio 2016).

  • Dovere di astensione nel caso di “esecuzione di un ordine” non adeguato

Particolarmente delicato è il profilo dell’adeguatezza dell’investimento nel caso di mera esecuzione di ordini, ovvero nel caso di conclusione di un’operazione di investimento senza il ricorso ad un servizio di consulenza. Al riguardo, nella pronuncia de qua i giudici affermano un principio di non scarso rilievo; ritiene la Cassazione, infatti, che l’intermediario è responsabile anche laddove abbia meramente agito in esecuzione di un ordine (ancorché vincolante) proveniente da un investitore non professionale.  Ciò alla luce della particolare “professionalità” del primo che, oltre che generare un legittimo affidamento nella controparte, lo pone nella posizione di poter valutare l’adeguatezza in concreto dell’investimento rispetto al profilo di rischio dell’investitore[4].

D’altra parte, è lo stesso dato normativo a prevedere, agli artt. 1 e 21 TUF e 28 e 29 Reg. Consob, che l’intermediario debba in ogni caso, e quindi anche nelle ipotesi di incarico di esecuzione di ordini, fornire adeguate informazioni sulle operazioni e sulle criticità relative al profilo di adeguatezza del singolo investimento. In tal senso, l’autodichiarazione del cliente che si qualifichi come investitore con “esperienza alta” con riferimento al prodotto finanziario da acquistare, oppure il rifiuto da parte dello stesso di fornire informazioni sul proprio profilo di rischio, non escludono che l’intermediario debba comunque valutare la “reale” adeguatezza dell’investimento ai sensi delle suesposte norme (Cass. Civ., Sez. I, n. 18702/2016).

Conclusivamente, i principi innanzi illustrati possono essere sintetizzati riportandosi a quanto evidenziato nelle righe finali della pronuncia in commento: l’intermediario è tenuto, nei confronti del cliente non professionale, alla valutazione dell’adeguatezza di ogni singola operazione senza che possa esimerlo da tale obbligo, e da quello specificamente sancito dall’art. 29 del reg. Consob n. 11522/1998, il precedente comportamento del cliente che ha già operato in precedenza su titoli dello stesso tipo.

[1] Obblighi informativi e risoluzione dei singoli ordini di investimento: cass. Civ., n. 20620 del 31/08/2017

[2] Violazione degli obblighi di informazione, Cass. Civ., Sez. 1, Ordinanza n. 3914 del 16/02/2018

[3] In senso conforme: Cass., 23 settembre 2016, n. 18702; Cass., 3 aprile 2017, n. 8619; Cass., 31 agosto 2017, n. 20617; Cass., 23 maggio 2017, n. 12937; Cass., 31 marzo 2017, n. 8314.

[4] In tal senso Cass. Civ. Sez. I n. 7922 del 17 aprile 2015 e n. 136 del 26 gennaio 2016).

Qui la pronuncia:  Cass. Civ., Sez. I, Ordinanza n. 12956 del 24 maggio 2018

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