La propensione al rischio e la conoscenza personale del mercato non assurgono a validi elementi presuntivi a carico dell’investitore



Cass. Civ., Sez. I, 4 aprile 2018, n. 8333

di Antonio Zurlo

 


L’adeguatezza dell’operazione finanziaria proposta, rispetto al profilo di rischio dell’investitore, nonché la buona conoscenza, da parte di quest’ultimo, delle dinamiche proprie del mercato finanziario sono elementi totalmente privi di valore ínferenziale rispetto alla circostanza che il cliente, ove informato dall’intermediario delle caratteristiche dell’investimento, avrebbe comunque proceduto a dare esecuzione all’acquisto[1].

  1. Le circostanze fattuali: la sentenza di secondo grado e le motivazioni della Corte territoriale.

Un investitore proponeva ricorso per cassazione[2] avverso la sentenza della Corte d’Appello di Catania, che, riformando la pronuncia di primo grado, aveva respinto la domanda di risoluzione, formulata dallo stesso ricorrente, per accertare l’inadempimento degli obblighi informativi e di trasparenza da parte dell’Istituto di credito, dopo la sottoscrizione di un contratto di finanziamento finalizzato all’acquisto di quote di fondi d’investimento, gestiti da una controllata dalla stessa Banca, che venivano trattenute da quest’ultima in pegno, a garanzia del rimborso. Siffatta operazione, in conseguenza del cattivo andamento dei fondi acquistati, aveva comportato una perdita significativa per il cliente, della quale quest’ultimo aveva chiesto il rimborso.

Più nello specifico, addivenendo all’iter argomentativo adottato nel pronunciamento de quo, la Corte aveva confermato l’inadempimento da parte della Banca ai generali obblighi d’informazione[3], poiché si era effettivamente limitata a consegnare al cliente un documento sui rischi generali, senza aggiungere le informazioni sulla natura, i rischi e le implicazioni della specifica operazione, elementi necessari per una fattiva consapevolezze circa la struttura e l’operatività dell’investimento proposto; lo stesso Istituto, inoltre, aveva disatteso gli oneri informativi, specificamente previsti[4], nel caso di conflitto di interesse, dal momento che, come anticipato, oggetto dell’operazione finanziaria sarebbero stati delle quote di fondi d’investimento emessi e gestiti da una società controllata dal medesimo gruppo bancario proponente. Ciò accertato in linea di continuità con la pronuncia di primo grado, i giudici del gravame, pur tuttavia, avevano, al contempo, escluso la sussistenza della gravità dell’inadempimento, ex art. 1455 c.c., requisito indefettibile per la giustificazione della risoluzione del contratto; avendo, infatti, rilevato l’astratta compatibilità tra i prodotti oggetto di negoziazione e il profilo finanziario del cliente – investitore (profilatura dalla quale poteva evincersi, ictu oculi, un’elevata propensione al rischio e, contestualmente, una buona conoscenza del mercato), non poteva che concludersi, in ossequio a un generale principio di normalità, che il cliente avrebbe comunque ordinato l’esecuzione dell’investimento, conseguendone l’inconfigurabilità di un danno risarcibile, eziologicamente connesso all’inadempimento dell’intermediario[5].

  1. Le ragioni della decisione: la natura meramente indiziaria (e non presuntiva) della propensione al rischio e conoscenza del mercato.

Con l’unico motivo di ricorso formulato, l’investitore rilevava come la Corte territoriale, conferendo centralità alla risarcibilità del danno, avesse trascurato di tenere in debita considerazione che il rimborso delle somme investite in perdita fosse dovuto in quanto conseguenza meramente restitutoria (e non risarcitoria) della risoluzione del contratto; i giudici d’Appello, al contempo, avevano svalutato l’accertata totale omissione di ogni doverosa informazione sulle caratteristiche della specifica operazione posta in essere, assumendo che, in ogni caso, si sarebbe comunque data esecuzione all’investimento, stante l’attività di negoziazione pregressa e la personale conoscenza del mercato: assunto, a giudizio del ricorrente, illogico e illegittimo, in quanto elusivo della circostanza in virtù della quale le specifiche informazioni sulle caratteristiche dell’operazione siano determinanti al fine di consentire al cliente di assumere piena e fattiva consapevolezza di scelta.  

La Prima Sezione ritiene meritevole di accoglimento la censura, così come formulata.

Secondo gli ermellini, infatti, nel ragionamento sviluppato nel pronunciamento di secondo grado, sarebbe stata posta in essere una certa confusione tra la gravità dell’inadempimento, requisito certamente rilevante ai fini della risoluzione contrattuale, e quella del danno risarcibile, viceversa del tutto indipendente dallo scioglimento rimediale del vincolo. Non può tacersi, infatti, di come l’argomentazione addotta nella sentenza impugnata si fondi su di una sorta di sillogismo intrinsecamente illogico; in altri termini, secondo la Corte territoriale, l’accertato inadempimento posto in essere dalla Banca, rispetto agli obblighi informativi normativamente impostile, non può effettivamente essere qualificato come “grave” (e condurre, consequenzialmente, al risarcimento del danno lamentato), alla stregua dell’art. 1455 c.c., dal momento che, rebus sic stantibus, non incidente sull’interesse della controparte: il cliente, anche laddove l’intermediario avesse adempiuto a quegli obblighi, invero, disattesi, si sarebbe comunque determinato a compiere l’operazione, poiché da lui sostanzialmente conoscibile e comprensibile, nonché adeguata al suo profilo di rischio.

Assumere, tuttavia, la personale conoscenza delle dinamiche del mercato finanziario e la pregressa attività di negoziazione posta in essere dal cliente (e, quindi, l’astratta compatibilità con il profilo di rischio) quali elementi in grado di compensare il deficit informativo causato dall’inadempimento dell’intermediario rappresenta un’evidente forzatura ermeneutica, dal momento che gli elementi de quibus sono totalmente privi di valore ínferenziale quanto alla circostanza che il cliente stesso, se informato, avrebbe comunque proceduto all’acquisto. La propensione per investimenti rischiosi non può assurgere a una rilevanza tale da elidere la circostanza che il singolo investitore possa selezionare scientemente tra i diversi investimenti ad alto grado di rischio quali effettuare, in quanto, a suo giudizio, aventi maggiori probabilità di successo e pare lapalissiano come una simile operazione di scrematura non possa che essere posta in essere solo se preceduta da complete e puntuali informazioni sulla natura e operatività dei titoli attenzionati.

Un ragionamento non dissimile vale per la buona conoscenza del mercato finanziario, anch’essa elemento connotato da relatività e da una natura meramente indiziaria: può, infatti, al più rappresentare un indice della capacità di distinguere tra investimenti consigliabili e sconsigliabili, sempre a patto che si disponga, anteriormente, del bagaglio informativo necessario.

Il cliente – investitore, in definitiva, a prescindere dalla sua propensione al rischio e dalla sua generica conoscenza delle dinamiche finanziarie[6], mantiene uno specifico interesse a essere edotto rispetto alla singola operazione.

In conclusione, la Corte d’Appello, partendo da un’erronea valutazione degli elementi rassegnati, giunge a una conclusione giustificata solo con una motivazione apparente e che, in quanto tale, è passibile di censura, ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c.

Nella valutazione circa la gravità dell’inadempimento della Banca, deve, difatti, essere ripristinata la centralità indefettibile del dovere d’informazione, di cui è gravato l’intermediario finanziario, nei confronti di tutti gli investitori; onere granitico, non assoggettabile ad alcuna graduazione, tantomeno in relazione  alla singola propensione al rischio.

[1] Il principio è stato statuito in Cass. Civ., Sez. I, 4 aprile 2018, n. 8333.

[2] La Banca resistente proponeva controricorso contenente anche ricorso incidentale condizionato per tre motivi (rigetto delle eccezioni di litispendenza e inammissibilità della domanda; violazione dell’art. 23 TUF e dell’art. 28 Reg. Consob n. 11522/98, anche in relazione agli artt. 1218 e 2043 c.c.), dichiarati inammissibili e infondati.

[3] Obblighi informativi normativamente impostile, in qualità di intermediario finanziario, ai sensi dell’art. 28 Reg. Consob n. 11522/98.

[4] Il riferimento è all’art. 27 Reg. Consob n. 11522/98.

[5] Per una maggiore completezza, pare non possa disattendersi un richiamo (così come compiuto nella sentenza annotata) della circostanza che la Corte territoriale abbia disatteso due eccezioni: di litispendenza, in relazione ad altra precedente causa tra le medesime parti e avente ad oggetto il medesimo contratto; d’inammissibilità della domanda di risoluzione contrattuale, in quanto proposta dall’attore soltanto con la memoria di replica ai sensi dell’art. 6 d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 5.

[6] A conclusione diversa potrebbe giungersi assumendo una conoscenza puntuale del mercato e dei canoni della singola operazione, di fonte personale (e non fornita dall’intermediario).

Qui la sentenza: Cass. Civ., Sez. I, 4 aprile 2018, n. 8333

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