Erogazione del finanziamento condizionata alla sottoscrizione di titoli



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ACF, decisione n. 49 del 18 settembre 2017

di Laura Albanese

 


L’Arbitro per le controversie finanziarie si è di recente occupato di valutare – secondo i parametri imposti dall’art. 21 TUF – il contegno dell’intermediario che subordini la concessione di un finanziamento alla sottoscrizione di titoli, spesso di propria emissione.

La pratica, tutt’altro che infrequente, era stata poco prima attenzionata anche all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che dunque aveva già avuto modo di stigmatizzarla, rilevando come «La Banca subordinando l’erogazione dei mutui richiesti dai consumatori alla sottoscrizione da parte dei medesimi di propri titoli ha esercitato un indebito condizionamento nei loro confronti con l’acquisto titoli peraltro difficilmente negoziabili e liquidabili e che nel corso del finanziamento non potevano essere disinvestiti. Si deve poi considerare la situazione di forte asimmetria tra la posizione della Banca concedente il finanziamento e quella potenzialmente debole e vulnerabile del cliente/consumatore, dovuta alle proprie condizioni economiche»[1]. L’Autorità aveva concluso evidenziando come «in base all’art. 20 comma 2 del Codice del Consumo la pratica commerciale in oggetto contrasta con la diligenza professionale che può legittimamente attendersi da un operatore nel settore bancario ed è idonea a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico del consumatore medio».

Nello stesso solco si inscrive la recente decisione dell’ACF, sebbene la stessa attenga la parzialmente diversa posizione di un soggetto non consumatore, che aveva richiesto all’intermediario resistente un finanziamento, al fine di definire una controversia insorta con i precedenti soci.

Al riguardo, il Collegio – dopo aver desunto dall’insieme degli elementi dedotti dalle parti il collegamento funzionale e strumentale tra l’erogazione del finanziamento e l’acquisto di titoli – ha ritenuto che l’ aver subordinato la concessione del finanziamento richiesto alla sottoscrizione di azioni e obbligazioni di propria emissione costituisce certamente violazione – oltre che dei principi di buona fede e correttezza nella formazione ed esecuzione del contratto, che devono informare il comportamento di tutte le parti nell’ambito di qualunque rapporto obbligatorio – anche del principio generale proprio della prestazione dei servizi di investimento di servire al meglio l’interesse del cliente, di cui all’art. 21 TUF. Un obbligo, vale la pena di rammentare, che la dottrina ha ritenuto astrattamente in grado di garantire una protezione rafforzata al cliente rispetto a quella assicuratagli dalla mera applicazione del precetto codicistico, che si limita ad imporre «a ciascuna parte di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra, indipendentemente da specifici obblighi contrattuali, nella misura in cui essi non comportino un apprezzabile sacrificio a suo carico»[2].

[1] Così AGCM, provvedimento del 24 Maggio 2017. Nello stesso senso anche AGCM, provvedimento del 6 Settembre 2016.

[2] Così Di Gaspare, La best execution, in Gabrielli e Lener (a cura di), I contratti del mercato finanziario, Padova, 2011, 1349.

Qui la decisione: decisione_49_2017_52

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