Eccezione di prescrizione priva dell’indicazione delle rimesse



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Cass. Civ., Sez. 1, Ordinanza n. 4372 del 22/02/2018

di Michael Lecci

 


Una volta che la parte convenuta abbia formulato la propria eccezione di prescrizione, compete al giudice verificare quali rimesse, per essere ripristinatorie, o attuate su di un conto in attivo, siano irrilevanti ai fini della prescrizione, non potendosi considerare quali pagamenti.

La vicenda trae spunto dall’azione di ripetizione dell’indebito, proposta da un correntista, con la quale lamentava la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in c/c.

L’iter argomentativo seguito dai giudici della Suprema Corte, traendo spunto dalla sent. n. 24418 della Cass. a Sez. Un., chiarisce che, per la decorrenza del termine rilevante ai fini della prescrizione, occorre distinguere tra versamenti solutori e versamenti ripristinatori. Relativamente a quest’ultimi il termine prescrizionale (decennale) non decorre dalla data di annotazione della singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono registrati. Il diritto alla ripetizione, infatti, sorge nel momento in cui si verifica un atto giuridico, definibile come pagamento, che l’attore ritenga essere indebito. Potranno essere considerati pagamenti solo quelli che determinano un spostamento patrimoniale (indebito) in favore della Banca, ovvero, saranno tali i versamenti eseguiti su un conto passivo privo di apertura a favore del correntista o i versamenti destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’affidamento.

Sulla scorta di tale ricostruzione è intuibile, quindi, che solo i versamenti solutori potranno considerarsi come pagamenti, con la conseguenza che la prescrizione del diritto alla ripetizione dell’indebito decorrerà dal momento in cui le rimesse abbiano avuto luogo.

 

Onere della prova circa la natura della rimessa

Relativamente a tale questione, l’ordinanza in commento afferma che, in un quadro processuale definito dalla presenza degli estratti conto, spetta al giudice, e non alla convenuta (Banca), fornire specifica indicazione delle rimesse solutorie cui è applicabile la prescrizione. L’eccezione di prescrizione, infatti, è validamente proposta quando la parte ne abbia allegato il fatto costitutivo, e cioè l’inerzia del titolare, e manifestato la volontà di avvalersene (in senso conforme: Cass. 29 luglio 2016, n. 15790; Cass. 20 gennaio 2014, n. 1064: Cass. 22 ottobre 2010, n. 21752; Cass. 17 marzo 2009, n. 6459; Cass. 22 giugno 2007, n. 14576; Cass. 22 maggio 2007, n. 11843; Cass. 3 novembre 2005, n. 21231) e che una allegazione nel senso indicato non cessa di essere tale ove la parte interessata correli quell’inerzia anche di atti (nella specie, versamenti ripristinatori) che non spieghino incidenza sul diritto (nella specie,, di ripetizione) fatto valere dall’attore.

È condivisibile il ragionamento seguito dagli ermellini nel momento in cui mettono in evidenza la diversità, in termini di oneri probatori, tra attore e convenuto: al primo, infatti, non è richiesta l’indicazione delle rimesse che, in quanto solutorie, si siano tradotte in un pagamento indebito. Pertanto, sarebbe privo di ragione  far gravare la convenuta di tale onere.

La differenza tra le rimesse solutorie e ripristinatorie non incide sull’ an dell’eccezione, che rimane lo stesso indipendentemente dalla natura dei singoli versamenti. Spetta pertanto al giudice, con l’ausilio del consulente tecnico, selezionare le rimesse che assumano concreta rilevanza ai fini della ripetizione dell’indebito e della prescrizione.

Qui la sentenza: Cass. Civ., Ordinanza n. 4372 del 22.02.2018

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