Illegittima segnalazione alla Centrale Rischi e prova del danno



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Cass. Civ., Sez. I, 25.01.2017, n. 1931

di Michael Lecci

 


In caso di illegittima segnalazione a sofferenza alla Centrale Rischi, il danno non può essere ritenuto in re ipsa: può semmai ammettersi che, ai fini del risarcimento, non già il danno, ma la sua prova sia “in re ipsa”, nel senso che gode di facilitazioni agganciate al congegno presuntivo.

Questo è quanto statuito dalla Corte di Cassazione in una controversia che vedeva contrapporsi un correntista, il quale lamentava l’illegittima segnalazione alla Centrale Rischi chiedendone la tempestiva cancellazione, e un Istituto di credito.

Il giudice di prime cure, considerando che l’iscrizione fosse legittima in quanto non vi era stata contestazione circa la non integrale restituzione delle somme dovute, respinse la domanda. Successivamente, con sentenza del 2009, la Cassazione rilevava che il Tribunale non avesse correttamente valutato il presupposto per la segnalazione, per la quale si deve prendere in considerazione la complessiva situazione finanziaria del cliente e deve emergere una situazione patrimoniale deficitaria, ovvero di grave (e non transitoria) difficoltà economica. Tale difficoltà non può considerarsi sussistente in presenza di un mero ritardo nel pagamento del debito, né tantomeno assume rilievo la manifestazione di volontà di non adempimento se giustificata da una seria contestazione del titolo del credito vantato dalla Banca[1].

Riassunto il giudizio dinnanzi al Tribunale di Roma veniva dichiarata l’illegittimità del trattamento dei dati personali e veniva ordinato alla Banca di procedere alla cancellazione del nominativo dalla categoria «sofferenze» della Centrale Rischi. Il tutto sul presupposto che l’Istituto di credito (BPC) non avesse dato prova dell’esistenza del contratto di finanziamento alla base della segnalazione. Contrariamente, il Tribunale di Roma respingeva, per mancanza di prova, la domanda di risarcimento danni, ex art. 2050 c.c., promossa dal correntista per aversi visto negare la concessione di una linea di credito in seguito alla segnalazione alla Centrale Rischi.

Il correntista, con un solo motivo di ricorso, contestava suddetta statuizione innanzi alla Suprema Corte.  

In primo luogo gli ermellini, nell’affrontare la questione de qua, evidenziano l’erronea qualificazione (in termini di resp. oggettiva) in cui il ricorrente incorre riferendosi alla art. 2050 c.c.; infatti, la giurisprudenza di legittimità più recente propende per il senso opposto (Cass. 20 maggio 2016, n. 10422; Cass. 22 settembre 2014, n. 19872); inoltre, laddove la si ricostruisse in termini di resp. oggettiva o di colpa presunta si dovrebbe comunque dar prova del nesso di causalità tra l’attività ed il danno subìto.  Altresì errata è la considerazione secondo cui il danno, nel caso di illegittima segnalazione alla centrale rischi, debba considerarsi in re ipsa[2]. Ciò in virtù dell’art. 1223 c.c., che nel campo della responsabilità aquiliana trova supporto nell’art. 2056 c.c., in ragione del quale “il danno è una conseguenza dell’illecito (ovvero dell’inadempimento), ossia della lesione dell’interesse protetto, conseguenza riguardata dall’ordinamento sotto specie di «perdita» ovvero di «mancato guadagno», collegati alla lesione dell’interesse protetto per li rami del nesso di causalità”.

La tesi del danno in re ipsa snaturerebbe la natura stessa della norma che, lungi dal perseguire uno scopo sanzionatorio, assume una funzione compensativa, eventualmente concorrente con alter plurime funzioni. Piuttosto si potrebbe affermare che “non già il danno, ma la sua prova sia per così dire in re ipsa, e cioè — più precisamente — goda di facilitazioni agganciate al congegno presuntivo (articoli 2727- 2729 c.c.), distinguendo tra conseguenze generalmente determinate, secondo l’id quod plerumque accidit, da una particolare lesione e conseguenze specificamente legate alla situazione del danneggiato: ma il danno, ed in particolare la «perdita», deve essere sempre oggetto di proporzionata ed adeguata deduzione da parte dell’interessato”.

Pertanto, alla luce del mancato assolvimento all’onere della prova gravante sul correntista, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso.

[1] Nel caso di specie la Banca non aveva prodotto il contratto di finanziamento sottoscritto dall’attore.

[2] Cass., Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972 ore si evidenzia che la tesi del danno in re ipsa «snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un comportamento lesivo»

Qui la sentenza: Cass. Civ., Sez. I, 25.01.2017 n. 1931

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