Difetto di conformità: disciplina consumeristica e semplificazione probatoria.



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Nota a Cass. Civ., Sez. II, 4 luglio 2022, n. 21084.

Massima redazionale

 

In tema di vendita di beni di consumo, si applica innanzitutto la disciplina del codice del consumo (segnatamente, artt. 128 ss.), a fronte della deduzione di una fattispecie che rientri nelle relative previsioni (iura novit curia facta sunt probanda), potendosi applicare la disciplina del codice civile in materia di compravendita solo per quanto non previsto dalla normativa speciale, attesa la chiara preferenza del legislatore per la normativa speciale ed il conseguente ruolo “sussidiario” assegnato alla disciplina codicistica[1].

Invero, sia dal dettato dell’art. 135, comma 2, cod. cons., che prevede che, in tema di contratto di vendita, le disposizioni del codice civile si applicano “per quanto non previsto dal presente titolo“; sia dal disposto dell’art. 1469bis c.c., per cui le disposizioni del titolo secondo del libro quarto del codice civile, dedicato ai contratti in generale, si applicano ai contratti del consumatore “ove non derogate dal codice del consumo o da altre disposizioni più favorevoli per il consumatore“. Nella fattispecie, si fa riferimento all’acquisto di automobile usata, da un concessionario a una persona fisica, per uso personale, sicché avrebbe dovuto trovare applicazione la speciale disciplina dettata per la vendita di beni di consumo (più favorevole al consumatore, nella prospettiva di sanare la fisiologica asimmetria che ricorre rispetto al professionista). Sarebbe stato, quindi, applicabile il codice del consumo, con particolare riferimento al regime probatorio agevolato in favore del consumatore, in quanto l’incendio si era manifestato entro sei mesi dalla consegna, nonostante l’attore non avesse evocato il corrispondente riferimento normativo.

Ai sensi dell’art. 132, commi 2 e 3, cod. cons. il Giudice del gravame avrebbe dovuto accertare se un vizio fosse stato denunciato entro due mesi dalla scoperta e, trattandosi di vizio che asseritamente si era manifestato entro sei mesi dalla consegna, applicare la presunzione circa l’esistenza del difetto alla data della consegna, a meno che tale ipotesi fosse stata incompatibile con la natura del bene o con la natura del difetto di conformità.

Alla luce di tale ricostruzione, resta fermo comunque che (anche ove fosse stata applicata la disciplina speciale sulla vendita dei beni di consumo), non vi sarebbero stati i presupposti per affermare la responsabilità del venditore, benché si sia trattato di un fatto dannoso accaduto sul bene di consumo entro il termine semestrale dall’avvenuto acquisto. Non risulta, infatti, che il consumatore abbia allegato e dimostrato uno specifico vizio (recte, difetto di conformità), da cui era affetta l’autovettura. L’acquirente si è limitato a denunciare l’incendio accaduto, che costituisce un mero evento lesivo (recte un dato puramente effettuale), potenzialmente ascrivibile, sia a vizi o difetti di conformità del bene, sia a cause estranee, senza, pur tuttavia, denunciare alcun difetto di conformità del bene mobile acquistato, quale asserita causa scatenante dell’incendio, secondo la nozione di difetto di conformità che può trarsi dall’art. 129, comma 2, cod. cons. Invero, l’equivoco quadro probatorio raggiunto ha indotto la Corte territoriale a ritenere che non vi fossero elementi sufficienti per ricondurre l’incendio a vizi dell’autovettura, piuttosto che a cause esterne, come un potenziale tamponamento subito dal mezzo, prima che l’incendio si sviluppasse, o l’azione dolosa di terzi. Peraltro, anche ove si fosse condivisa la tesi dell’appellante sulla riconducibilità dell’incendio a un corto circuito, in ogni caso, l’attore-appellante non aveva fornito alcuna prova idonea a dimostrare che il corto circuito fosse stato imputabile a un guasto o a un malfunzionamento intrinseco all’autovettura o, ancora, ad altre cause non ascrivibili al venditore. Sicché è stato precisato, in primis, che anche il corto circuito è, invero, un evento indotto e non un difetto di conformità e, in secondo luogo, che la ricorrenza di tale corto circuito, ad ogni modo, non è stata provata.

Ciò premesso, con precipuo riferimento alla disciplina sulla ripartizione degli oneri probatori in caso di controversia che abbia ad oggetto la vendita di beni di consumo, fermo restando che, in linea di principio, è il consumatore a essere gravato dall’onere di provare che nel bene ricevuto in consegna fosse presente e si sia manifestato, entro i due anni successivi alla consegna stessa, un difetto di conformità e che questo difetto sussistesse sin dal momento in cui il bene gli era stato consegnato, l’art. 132, comma 3, cod. cons. ha previsto, in chiave agevolativa, che, allorché il difetto di conformità si sia manifestato entro il termine di soli sei mesi dalla consegna trovi applicazione la c.d. presunzione legale relativa di preesistenza del difetto, in forza della quale si presume che qualsiasi difetto di conformità che si manifesta entro sei mesi dal momento in cui il bene è stato consegnato esistesse già a tale data, a meno che siffatta ipotesi sia incompatibile con la natura del bene o con la natura del difetto di conformità; tale asserzione, pur tuttavia, non toglie che, in ogni caso, il difetto di conformità debba essere allegato e dimostrato.

Tale conclusione vale anche in ordine alla fattispecie di vendita di autovettura usata da una concessionaria a un consumatore (ovverosia a una persona fisica che abbia acquistato l’automobile per uso personale), poiché, ai sensi degli artt. 128 ss. cod. cons., la specifica tutela riconosciuta al consumatore, in ordine alla responsabilità del venditore per qualsiasi difformità esistente al momento della consegna, presuppone che il consumatore quantomeno alleghi e provi il fatto da cui possa desumersi il difetto di conformità, allo scopo di vincere il meccanismo presuntivo iuris tantum delineato dall’art. 129, comma 2, cod. cons.

In senso avvalorativo si è espressa anche la giurisprudenza unionale, per cui la presunzione di esistenza, al momento della consegna del bene, del difetto di conformità deve essere interpretata nel senso che: a) si applica quando il consumatore fornisce la prova che il bene venduto non è conforme al contratto e che il difetto di conformità in questione si è manifestato, ossia si è palesato concretamente, entro il termine di sei mesi dalla consegna del bene, non essendo, in tal caso, il consumatore tenuto a dimostrare la causa di tale difetto di conformità, né a provare che la sua origine è imputabile al venditore; b) può essere disapplicata solo se il venditore prova in maniera giuridicamente sufficiente che la causa o l’origine del difetto di conformità risiede in una circostanza sopravvenuta alla consegna del bene[2].

L’agevolazione probatoria di cui all’art. 132, cornma 3, cod. cons., si materializza, dunque, nella presunzione legale relativa della preesistenza del difetto, sin dal momento della consegna, ma non esclude affatto che il difetto di conformità debba essere dedotto e provato (iuxta alligata et probata). In altri termini, in tanto può presumersi che il difetto di conformità di un’autovettura (come, a titolo meramente esemplificativo, il fatto che uno sportello non si chiuda o la mancata emissione di aria fredda dal condizionatore o un qualsiasi difetto dell’impianto elettrico, sussistesse al momento della consegna), in quanto si denunci lo specifico difetto entro sei mesi e si dimostri la sua ricorrenza, pur non essendovi l’onere di provare la causa del difetto e la sua imputazione all’alienante. Non si può, invece, aderire all’indirizzo ormai superato, secondo cui è sufficiente che il compratore alleghi l’inesatto adempimento, ovvero denunci la presenza di vizi che rendano la cosa inidonea all’uso al quale è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore, mentre è a carico del venditore, quale debitore di un’obbligazione di risultato ed in forza del principio della riferibilità o vicinanza della prova, l’onere di dimostrare, anche attraverso presunzioni, di aver consegnato una cosa conforme alle caratteristiche del tipo ordinariamente prodotto, ovvero la regolarità del processo di fabbricazione o di realizzazione del bene; ne consegue che, solo ove detta prova sia stata fornita, spetta al compratore di dimostrare l’esistenza di un vizio o di un difetto intrinseco della cosa ascrivibile al venditore[3].

In conclusione, si presume che i difetti di conformità, che si manifestino entro sei mesi dalla consegna del bene, siano sussistenti già a tale data, sicché è onere del consumatore allegare, nonché provare, la sussistenza del vizio, senza doverne dimostrare le cause e l’imputabilità al venditore. Superato il suddetto termine, trova nuovamente applicazione la disciplina generale in materia di onere della prova posta dall’art. 2697 c.c. (ovverosia dovrà essere data, a cura del compratore, anche la prova delle cause e della imputazione all’alienante)[4].

 

 

Qui l’ordinanza.

[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. II, 30.06.2020, n. 13148; Cass. Civ., Sez. III, 30.05.2019, n. 14775.

[2] Cfr. CGUE, 04.06.2015, C-497/13.

[3] Cfr. Cass. Civ., Sez. III, 21.09.2017, n. 21927; Cass. Civ., Sez. II, 02.09.2013, n. 20110.

[4] Cfr. Cass. Civ., Sez. II, 07.02.2022, n. 3695; Cass. Civ., Sez. II, 30.06.2020, n. 13148.

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