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Nota a ABF, Collegio di Milano, 10 febbraio 2022, n. 2504.

di Donato Giovenzana

 

Nel merito, il cliente contesta all’intermediario presso il quale è titolare di un conto corrente di aver negoziato un assegno circolare contraffatto riconducibile all’altro intermediario convenuto, senza verificare opportunamente l’autenticità del titolo e tenendo una condotta poco diligente nel richiedere il bene emissione.

Tale attività, in particolare, sarebbe stata effettuata telefonicamente, quindi in assenza di modalità idonee a garantire che la conferma del bene emissione provenisse da un soggetto realmente riconducibile all’intermediario che ha emesso il titolo.

L’intermediario eccepisce di avere utilizzato, per l’incasso, la procedura Check Image Truncation (CIT), obbligatoria dal 9/7/2018. Di tale circostanza, tuttavia, manca agli atti qualsiasi evidenza. Esso riferisce, inoltre, di aver effettuato tutti i controlli formali sulla regolarità del titolo, che, a suo dire, non presenterebbe alcuna irregolarità rilevabile ictu oculi.

Il Collegio prende visione del titolo oggetto del ricorso e lo confronta con il prototipo di assegno circolare di cui alla Circolare ABI, Serie Tecnica n.5 del 22 marzo 2016, rilevando le seguenti differenze:

  • sul titolo contestato sono riportate le diciture “decine di migliaia di euro” e “migliaia di euro” in luogo, rispettivamente, delle diciture “centinaia di migliaia” e “decine di migliaia”;
  • inoltre, ai sensi della richiamata Circolare ABI, in calce allo spazio destinato all’indicazione del “beneficiario” e dell’“importo in lettere” non dovrebbe essere presente alcuna linea, invece presenti nell’assegno di cui è ricorso.

Quanto alle modalità con cui sarebbe avvenuta la richiesta del bene emissione, il cliente riferisce che l’intermediario avrebbe effettuato tale richiesta effettuando soltanto una telefonata al numero telefonico dell’intermediario putativamente emittente, senza richiedere una conferma scritta e rassicurandolo di aver ottenuto un valido bene emissione del titolo. Riferisce, inoltre, che quanto da lui affermato sarebbero confermato dal direttore della filiale nel corso di un colloquio registrato. L’intermediario, pur confermando che la richiesta è avvenuta telefonicamente, afferma che sarebbe stato il cliente a richiedere frettolosamente l’utilizzo di tale modalità e a consegnare il titolo all’acquirente dell’orologio Rolex (il bene compravenduto) senza attendere che l’accredito dell’importo fosse definitivo (l’accredito iniziale è avvenuto con clausola salvo buon fine in data 15.06.2021 e lo storno è stato effettuato il 18.06.2021). L’intermediario negoziatore evidenzia, inoltre, che il cliente avrebbe tenuto una condotta colposa in quanto non avrebbe seguito il suggerimento del cassiere della filiale il quale, appreso quale fosse l’oggetto della compravendita, gli avrebbe suggerito di perfezionare la transazione tramite un mezzo di pagamento più sicuro quale il bonifico bancario.

Il Collegio, nel valutare la condotta tenuta dall’intermediario negoziatore, richiama la decisione del Collegio di Coordinamento, n. 7283/18, che, dopo aver citato la disciplina introdotta dall’art. 8, comma 7, lettere b), c), d) ed e) del Decreto Legge 13 maggio 2011, n. 70 (convertito con modificazioni dall’art. 1, comma 1, della Legge 12 luglio 2011 n. 106) e dei successivi regolamenti attuativi del MEF e della Banca d’Italia, nonché l’operatività della procedura interbancaria denominata Check Image Truncation (CIT), sottolinea che l’intermediario, di fronte a indizi di irregolarità dell’assegno, deve ottenere una conferma scritta da parte della banca emittente o collocatrice e identificare con modalità più sicure il funzionario che fornisce il bene emissione: deve cioè porre in essere ogni cautela necessaria a ridurre il rischio di frode e non limitarsi alla mera richiesta telefonica.

Tutto ciò considerato, il Collegio conclude che l’intermediario negoziatore ha agito con grave negligenza nel caso di specie, avendo dato seguito alla richiesta di bene emissione senza l’osservanza della diligenza dell’accorto banchiere.

Del tutto diversa è la posizione dell’intermediario asseritamente emittente.

Esso afferma di non aver fornito conferma del bene emissione telefonicamente e di non essere solito farlo; afferma, inoltre, che il riscontro telefonico ricevuto dall’intermediario negoziatore sarebbe stato fornito da un soggetto estraneo alla banca, intromessosi all’interno della sua linea telefonica. Ferma restando, dunque, l’estraneità dell’intermediario in questione alla dinamica della frode, il Collegio è chiamato a valutare se vi siano i presupposti per la sua responsabilità extracontrattuale, fondata sulla colpa (art. 2043) e, segnatamente, sull’omessa adozione di misure sufficienti a evitare la manomissione delle linee telefoniche, nonostante la consapevolezza di essere stato già in passato oggetto di frodi analoghe (come risulta dall’affermazione resa dallo stesso intermediario in sede di querela alla Procura della Repubblica di Firenze, inviata il 06.08.2021 e allegata agli atti). Sul punto, un’ulteriore decisione del Collegio di Coordinamento (n. 10978/2020) ha affermato sussistere “la responsabilità dell’intermediario apparente emittente per difetto d’organizzazione nel controllo delle proprie linee telefoniche abusivamente intercettate da terzi…solamente quanto consti una sua inerzia, o un suo eccessivo ritardo, nel risolvere o contrastare una tale intromissione, una volta che se ne sia acquisita notizia”, precisando che “tale intromissione deve essere oggetto di rigorosa prova da parte di chi l’afferma, ove non ammessa dallo stesso intermediario coinvolto”. Nella querela allegata agli atti e sopra citata l’intermediario precisa e circostanzia di aver tempestivamente segnalato il problema al gestore della linea telefonica, essendo il problema esclusivamente riconducibile alla sfera di controllo di quest’ultimo soggetto. Non appare possibile, pertanto, imputare a tale soggetto un atteggiamento di colpevole inerzia, cosicché la domanda del ricorrente non è meritevole di accoglimento nei suoi confronti.

Va invece accolta la domanda, secondo l’Abf, verso la negoziatrice. Provata, del resto è la circostanza che il cliente abbia consegnato al truffatore il bene oggetto della compravendita – come risulta dalla dichiarazione resa dal ricorrente nella denuncia, non contestata dal convenuto – e che ciò sia avvenuto a seguito delle rassicurazioni ricevute in filiale circa il bene emissione.

 

Qui la decisione.

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