Determinazione tasso soglia e costi assicurativi.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 26 novembre 2021, n. 37058.

di Antonio Zurlo

 

Con la recentissima ordinanza in oggetto, la Sesta Sezione Civile ribadisce il principio di diritto secondo cui, ai fini della valutazione dell’eventuale natura usuraria di un contratto di mutuo, debbano essere conteggiate anche le spese di assicurazione sostenute dal debitore per ottenere il credito, in conformità con quanto previsto dall’art. 644, comma 4, c.p., essendo, all’uopo, sufficiente che le stesse risultino collegate alla concessione del credito, potendo dimostrarsi la sussistenza del collegamento con qualunque mezzo di prova, ed essendo presunto nel caso di contestualità tra la spesa di assicurazione e l’erogazione del mutuo[1].

In particolare, la giurisprudenza di legittimità ha, già, avuto modo di evidenziare la centralità della fattispecie usuraria come definita dall’art. 644, comma 5, c.p., alla quale si devono necessariamente uniformare, e con la quale si devono raccordare, le diverse disposizioni che intervengono in materia; ne consegue l’assenza di alcun rilievo della circostanza per cui, ai fini del calcolo del TEG del singolo rapporto di credito, nelle Istruzioni per la rilevazione del TEGM del 2006, Banca d’Italia non avesse inserito i costi assicurativi. Invero, recentemente, la Corte di Cassazione[2] ha affermato che la circostanza che i decreti ministeriali di rilevazione del TEGM non inseriscano nel calcolo di esso una particolare voce che, secondo la definizione data dall’art. 644, comma 5, c.p., avrebbe dovuto essere inclusa (nella specie, si trattava della commissione di massimo scoperto), rileva ai soli fini della verifica di conformità dei decreti stessi, quali provvedimenti amministrativi, alla legge di cui costituiscono applicazione (in quanto la rilevazione sarebbe effettuata senza tenere conto di tutti i fattori che la legge impone di considerare).

Di talché, la mancata inclusione nei decreti ministeriali non comporta l’esclusione di tale voce ai fini della determinazione della soglia usuraria, imponendo semmai al giudice ordinario di prendere atto dell’illegittimità dei decreti e disapplicarli. Con riferimento all’asserita necessaria omogeneità dei termini di comparazione, la giurisprudenza di legittimità[3], nel ribadire l’orientamento interpretativo secondo cui in nessun caso il giudice sia vincolato al contenuto della normazione secondaria nell’esercizio della propria attività ermeneutica, ha, altresì, affermato, con precipuo riferimento agli interessi moratori, che anche se nei decreti ministeriali, sino al D.M. 22 marzo 2002, difetta la rilevazione (anche se separata) della maggiorazione propria degli interessi moratori (avendo tale rilevazione avuto inizio solo a partire dal decreto ministeriale del 25 marzo 2003) «in ragione dell’esigenza primaria di tutela del finanziato, sia allora giocoforza comparare il T.e.g. del singolo rapporto, comprensivo degli interessi moratori in concreto applicati, con il T.e.g.m. così come in detti decreto rilevato, onde poi sarà il margine, nella legge previsto, di tolleranza a questo superiore, sino alla soglia usuraria, che dovrà offrire uno spazio di operatività all’interesse moratorio lecitamente applicato (punto ii.3. iii)»; data l’eadem ratio, tale ragionamento (che non ritiene, quindi, essenziale l’omogeneità delle grandezze da raffrontare) deve svolgersi anche con riferimento alla mancata rilevazione, fino al D.M. del maggio 2009, dei costi assicurativi, ai fini del calcolo del TEGM, esclusione che non deve rilevare nella determinazione della soglia usuraria del singolo rapporto.

 

Qui l’ordinanza.


[1] Cfr. Cass. n. 8806/2017; Cass. n. 22458/2018.

[2] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., n. 16303/2018.

[3] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., n. 19597/2020.

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