Clausola anatocistica e contrarietà a norme imperative: sulla legittimazione del garante.



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 6 settembre 2021, n. 24011.

di Antonio Zurlo

 

Nella specie, la Corte territoriale, aderendo al consolidato principio di diritto per cui il garante non possa opporre al creditore la nullità del patto relativo al rapporto fondamentale, salvo che questa dipenda da contrarietà a norme imperative o dall’illiceità della causa, ha ritenuto che nel contratto autonomo di garanzia attenzionato, solo il debitore principale (e non anche il garante), potesse far valere la nullità dell’applicazione di interessi anatocistici ed ultralegali. Ciò sul rilievo che l’applicazione di tali interessi non è, di per sé, contraria a norme imperative, essendo regolamentata dalle disposizioni di cui agli artt. 1283 e 1284 c.c. In sostanza, la Corte ha implicitamente ritenuto che, non essendoci nel nostro ordinamento un divieto assoluto di applicazione degli interessi anatocistici e ultralegali, essendo tale applicazione consentita quantomeno alle condizioni rispettivamente previste dai prefati artt. 1283 e 1284 c.c., non venga in considerazione, nel caso di specie, una fattispecie di contrarietà del rapporto contrattuale a norme imperative.

La Prima Sezione non ritiene condivisibile tale impostazione giuridica. Invero, la giurisprudenza di legittimità ha recentemente statuito che, nel contratto autonomo di garanzia, il garante sia legittimato a proporre eccezioni fondate sulla nullità anche parziale del contratto base, per contrarietà a norme imperative, con la conseguenza che possa essere sollevata anche da costui, nei confronti della banca, l’eccezione di nullità della clausola anatocistica, atteso che la soluzione contraria consentirebbe al creditore di ottenere, per il tramite del garante, un risultato che l’ordinamento vieta[1].

In particolare, il garante è legittimato a sollevare nei confronti della banca l’eccezione di nullità della clausola anatocistica, atteso che, ove non ricorrano le particolari condizioni legittimanti previste dall’art. 1283 c.c.[2], la capitalizzazione, fondandosi su un uso negoziale, anziché normativo, deve ritenersi vietata per violazione di una norma cogente, dettata a tutela di un interesse pubblico.

Non è affatto sufficiente, per ritenere che l’applicazione di interessi anatocistici non sia contraria a norme imperative, il rilievo, in astratto, che nel nostro ordinamento il divieto di anatocismo non sia assoluto, per essere quest’ultimo ammesso sia alle particolare condizioni previste dall’art. 1283 c.c., sia, per gli esercenti l’attività bancaria dall’art. 120 TUB, alle condizioni previste dall’art. 2, comma 2, delibera CICR 9 febbraio 2000 (medesima periodicità nella capitalizzazione degli interessi debitori e creditori). Occorre, infatti, esaminare, in concreto, nel testo contrattuale se siano stati o meno pattuiti dalle parti interessi anatocistici in violazione di quanto previsto dagli artt. 1283 c.c. e 120 TUB, essendo indubitabile, in caso affermativo, la contrarietà di tale clausola ad una norma imperativa. Ne consegue che ove il correntista alleghi (come verificatosi nel caso di specie) l’applicazione di interessi anatocistici in virtù di clausole inserite nel contratto di conto corrente in violazione dell’art. 1283 c.c. (o dell’art. 120 TUB), venendo in considerazione fattispecie di applicazione di interessi in contrasto con norme imperative, la nullità si comunica al rapporto di garanzia autonoma e la relativa eccezione può essere fatta valere quindi anche dal garante.

 

Qui l’ordinanza.


[1] Cfr. Cass. 10.01.2018, n. 371; Cass., Sez. Un., n. 3947/2010.

[2] Cfr. Cass., Sez. Un., n. 21095/2004.

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