Dell’auspicato atteggiamento “protettivo” della banca nei confronti della clientela.



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Nota a ABF, Collegio di Napoli, 5 maggio 2021, n. 11617.

di Donato Giovenzana

 

La controversia sottoposta all’esame del Collegio ha ad oggetto la legittimità del protesto levato dall’intermediario in seguito al mancato pagamento di un assegno per difetto di provvista.

Ai sensi dell’art. 46 l. 1736/1933 (c.d. legge assegni), “Il protesto o la constatazione equivalente deve farsi prima che sia spirato il termine di presentazione”. A sua volta, detto termine dipende dal luogo in cui può essere pagato l’assegno: “L’assegno bancario deve essere presentato al pagamento nel termine di otto giorni se è pagabile nello stesso comune in cui fu emesso; di quindici giorni se pagabile in altro comune” (art. 32 legge assegni).

Dalla documentazione in atti risulta che l’assegno in questione è stato emesso a Napoli e portato all’incasso presso la stanza di compensazione di Milano. Si tratta, dunque, di assegno fuori piazza, di conseguenza il termine ultimo per la presentazione dell’assegno (e quindi per la levata di protesto) era di 15 giorni dalla sua emissione (avvenuta il 31.12.2019), ossia il 15.01.2020. In ragione di ciò certamente il protesto del 07.01.2020 è stato effettuato nei termini, ma, nel contempo, non può non rilevarsi che la banca aveva tutto il tempo per non protestare subito l’assegno ed avvertire celermente il cliente, onde consentirgli di dotare il conto della provvista necessaria per evitare il protesto in questione. Il che, invece, non ha fatto.

Tale comportamento dell’intermediario, sia pure tenuto nella sussistenza del proprio diritto, va, però, anche valutato in ordine ad una possibile violazione, nella esecuzione del rapporto di conto corrente, del principio di correttezza e buona fede, che va interpretato alla luce del principio di solidarietà espresso dall’art. 2 della Costituzione, per aver, in certa misura, abusato del proprio diritto. Va infatti, considerato, che il protesto non è una conseguenza inevitabile del mancato pagamento di un assegno presentato nei termini, ma rappresenta una scelta di opportunità della banca da valutarsi non in astratto ma in relazione alla fattispecie concreta, considerate tutte le circostanze che facciano ritenere opportuno il ricorso a tale formalità al fine di indurre il debitore al pagamento di quanto dovuto, evitando al portatore del titolo il disagio e il costo di doversi attivare per recuperare il suo credito (Collegio di Coordinamento, decisione n. 2567/2013).

In quest’ottica, bisogna considerare che, dalla documentazione in atti, risulta che l’assegno è stato presentato all’incasso il 2.1.2020 e il preavviso revoca è stato inviato al cliente il 7.1.2020, in pari data l’intermediario ha elevato il protesto. Orbene, se da un lato era certamente onere della ricorrente, quale correntista, accertarsi di avere una provvista sufficiente nel momento in cui ha emesso l’assegno, dall’altro lato, assume rilievo la circostanza che dal momento della presentazione all’incasso all’invio del preavviso di revoca sono trascorsi ben 5 giorni e l’invio è avvenuto per posta raccomandata, modalità che non permetteva l’immediata conoscenza dello stesso da parte della ricorrente (tanto è vero che la raccomandata è stata ricevuta solo diversi giorni dopo l’invio).

In questo lasso temporale, un comportamento informato ai principi di correttezza e buona fede nei rapporti con la clientela, che integrano il contenuto del contratto secondo quanto disposto dall’art. 1375 c.c., avrebbe richiesto all’intermediario di contattare – anche informalmente – la ricorrente, così da dargli la possibilità di provvedere al pagamento dell’assegno prima della levata del protesto ed evitare il relativo danno di immagine. Tale atteggiamento “protettivo” sarebbe stato ancor più opportuno nel caso di specie, ove si consideri che parte resistente non ha dimostrato, né risulta dalla documentazione in atti, che il cliente che, peraltro, è un piccolo imprenditore, avesse già altre volte emesso assegni scoperti.

In quest’ottica, dunque, l’operato della banca è certamente meritevole di censura ed idoneo a configurare la sussistenza di una responsabilità contrattuale su di essa gravante nella fattispecie in questione.

 

Qui la decisione.

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