Sulla responsabilità del Ministero dell’Economia e delle Finanze per l’affidamento incolpevole degli investitori in una società controllata.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 1 giugno 2021, n. 15276.

di Antonio Zurlo

 

I primi due gradi di giudizio.

Il Tribunale di Lecce aveva condannato il Ministero della Economia e Finanze (MEF) a risarcire il danno subito da due investitori per la perdita di valore dei titoli azionari  dagli stessi detenuti, in conseguenza dell’illecita condotta tenuta dallo stesso dicastero, che, in qualità di socio di maggioranza, aveva colposamente leso l’affidamento incolpevole degli investitori, diffondendo assicurazioni (rivelatesi infondate), in ordine al risanamento aziendale di un’impresa che era da ritenere ormai irreversibilmente decotta, nonché per avere indotto gli stessi soci – risparmiatori a conservare le azioni in loro possesso e ad acquistare nuovi titoli della società, garantendo la continuità industriale, nonostante difettasse alcun fattibile progetto di salvataggio della azienda (rassicurazioni smentite dalla successiva decisione di Borsa italiana di sospendere, prima, e, quindi, di non riammettere definitivamente, poi, i titoli della società alla quotazione di borsa).

La Corte d’Appello di Lecce aveva ritenuto insussistente la prova della condotta illecita del MEF, non trovando riscontro nei documenti prodotti. Aveva escluso, altresì, che fosse stata fornita la dimostrazione di un’incidenza causale dell’attività informativa svolta dal Ministero, in ordine, sia alla induzione all’acquisto di “nuovi” titoli da parte degli investitori, sia anche alla scelta operata dai soci-risparmiatori di non dismettere gli investimenti, già effettuati, in titoli della società. La Corte territoriale aveva, inoltre, ritenuto di escludere, oltre alla responsabilità extracontrattuale, ex art. 2043 c.c., anche quella per danni derivata dalla attività di “direzione e coordinamento” svolta (secondo la tesi dei pretesi danneggiati) dal MEF in qualità di azionista di maggioranza, rilevando che ogni indagine al riguardo rimaneva preclusa in considerazione della norma di legge di interpretazione autentica, di cui all’art. 19, comma 6, del D.L. n. 78/2009, conv. in l. n. 102/2009, che limita espressamente l’applicazione dell’art. 2497, comma 1, c.c., ai soli casi in cui l’attività di direzione della controllata sia riferibile a società o “altri enti”, comunque diversi dallo Stato, che agiscano nell’ambito della propria attività imprenditoriale o per finalità di natura economica o finanziaria.

 

Le ragioni della decisione.

La Terza Sezione Civile evidenzia come l’errore precettivo, asseritamente addebitato alla Corte territoriale da parte degli appellanti, non abbia concorso a determinare alcuna conseguenza pregiudizievole, dal momento che i giudici d’appello hanno ugualmente esaminato anche i documenti depositati nei fascicoli di parte (inclusivi della relazione del 19.11.2008, presentata dal Commissario straordinario), pervenendo a un giudizio negativo sulla consistenza probatoria di detti documenti, ai fini della dimostrazione di una condotta illecita del Ministero; la irreversibile crisi aziendale era da imputare a molteplici cause esterne e fattori concomitanti, verificatisi nel corso di un decennio, ai quali non era stato possibile opporre un’efficace opera di contrasto, nonostante i ripetuti tentativi di salvataggio e la costante ricerca di soluzioni, attuate anche attraverso interventi di sostegno da parte dell’azionista pubblico di riferimento. Da siffatta analisi, non emergevano connotati di illiceità nella condotta posta in essere dal MEF, in qualità di azionista di maggioranza, non avendo il Ministero contribuito a determinare alcun erroneo affidamento nei terzi, tanto rispetto agli atti di gestione compiuti dagli organi amministrativi della società, quanto agli interventi legislativi (culminati nell’amministrazione straordinaria).

Con precipuo riferimento all’asserita responsabilità del Ministero, ai sensi dell’art. 2043 c.c., la Corte d’Appello aveva individuato l’articolo de quo quale parametro normativo da applicare alla fattispecie, verificando, quindi, se fosse stato leso l’interesse (ascrivibile in capo ai risparmiatori) di autodeterminarsi liberamente nelle proprie scelte di investimento; aveva concluso per l’esclusione di una siffatta violazione, in quanto:

  • non erano stati comprovati i comportamenti informativi decettivi, riferibili all’Amministrazione statale/MEF;
  • il riferimento (nella relazione commissariale) ai plurimi interventi legislativi finalizzati al riconoscimento di un indennizzo ai titolari di obbligazioni e di azioni della società collocata in amministrazione straordinaria, mediante cessione dei titoli azionari od obbligazionari allo Stato, in cambio di titoli di Stato di nuova emissione, non rivestiva alcun rilievo confessorio in ordine alle presunte condotte illecite ascrivibili allo stesso azionista di maggioranza;
  • con riferimento al biennio 2007-2008, difettava la prova del nesso eziologico materiale tra il sostegno fornito dal MEF (quale azionista di maggioranza) alle scelte imprenditoriali degli organi amministrativi della società (che avrebbero indotto gli investitori nell’incolpevole affidamento sulle condizioni della società) e l’acquisto di nuove azioni o la scelta di non dismettere la propria partecipazione azionaria.

I ricorrenti impugnavano anche la statuizione della Corte territoriale per cui all’Amministrazione dello Stato, in veste di azionista di maggioranza, fosse inapplicabile l’art. 2497 c.c., in virtù della norma di interpretazione autentica (espressamente escludente lo “Stato-azionista” dalla nozione di “ente”); nello specifico, deducevano l’incostituzionalità di un’applicazione retroattiva della norma de qua. I ricorrenti imputavano al MEF la violazione dei principi di corretta gestione imprenditoriale e societaria, ovverosia le scelte gestionali degli organi amministrativi della società, cui il Ministero avrebbe prestato adesione (quale socio di maggioranza) e che avrebbero cagionato un pregiudizio all’integrità del patrimonio sociale della “controllata”, con riflessi dannosi diretti nella sfera patrimoniale dei singoli soci azionisti. In altri termini, veniva imputata al MEF la scelta di aver optato per la prosecuzione dell’attività d’impresa, nonostante l’assenza di un fattibile piano industriale e la situazione di crisi economica e finanziaria dell’azienda (ormai irreversibile).

Osserva il Collegio come la sintetica esposizione dei fatti, nonché gli stralci delle relazioni versate in atti, non consentano di definire oggettivamente e di apprezzare la condotta materiale tenuta dal socio di maggioranza MEF, attraverso la quale si sarebbe estrinsecata l’attività di “direzione e coordinamento” asseritamente disforme rispetto alle cc.dd. regulae artis della corretta gestione imprenditoriale e societaria; i ricorrenti non hanno, peraltro, neppure addotto indicazioni in ordine alla condotta alternativa, cui l’Amministrazione statale avrebbe dovuto conformarsi. A giudizio del Collegio risulta, quindi, inesplicata la riferibilità al MEF delle attività asseritamente illecite. Del pari, è assente la descrizione della condotta, tenuta dallo stesso Ministero, che avrebbe indotto gli amministratori all’inadempimento dei doveri inerenti alla conservazione dell’integrità del patrimonio aziendale. A tal riguardo, devesi dubitare della validità dell’automatismo “voto determinante, nell’assemblea della controllata, del socio di maggioranza = esercizio della attività di direzione e coordinamento”.

Anche qualora si intendesse individuare nell’approvazione in assemblea (con voto determinante del MEF) del bilancio di gestione un “atto di direzione” del socio pubblico titolare della partecipazione di controllo, la fattispecie normativa richiede (per l’integrazione del diritto al risarcimento del danno) anche l’ulteriore elemento costitutivo della disformità delle scelte di indirizzo e coordinamento, adottate dall’ente di direzione, rispetto a quelle che, nelle situazioni concrete, avrebbero potuto e dovuto essere adottate secondo i sani criteri della gestione economico-aziendale. La descrizione, nel ricorso, dell’elemento di illiceità della condotta ascritta al MEF risulta carente, atteso che allorquando i comportamenti non siano in sé vietati dalla legge o dallo statuto e l’obbligo di astenersi dal porli in essere discenda dal “dovere di diligenza”, l’illecito sia integrato dal compimento dell’atto in violazione di uno dei menzionati doveri (conseguendone ripercussioni anche sulla determinazione dell’onere della prova). Nella specie, i ricorrenti, per contro, si sono limitati ad affermare che il MEF avesse sostenuto la linea del programma gestionale degli amministratori, approvando il bilancio, senza indicare in concreto la ragione per la quale tale condotta avrebbe integrato una violazione del dovere di diligenza (difettando, in particolare, l’indicazione degli elementi circostanziali, in base ai quali emergerebbe la violazione dei principi di corretta gestione imprenditoriale e societaria). Parte ricorrente avrebbe dovuto indicare: se gli amministratori avessero negligentemente omesso di acquisire ulteriori e decisive informazioni di mercato (capaci di orientare in maniera differente le scelte previsionali); se ci fosse stata una valutazione macroscopicamente imprudente della situazione di mercato (compatibile con l’accettazione di un rischio di perdite strutturali incompatibile con la conservazione del patrimonio sociale); se l’unica soluzione fattibile, per evitare un depauperamento del patrimonio societario, fosse quella di procedere anticipatamente alla liquidazione (o al commissariamento) della società.

 

 

Qui la sentenza.

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