Usurarietà degli interessi moratori e rilevabilità d’ufficio della nullità della clausola ex art. 117 TUB.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 13 maggio 2021, n. 12964.

di Antonio Zurlo

 

Con il primo motivo parte ricorrente deduceva la violazione degli artt. 1815 c.c. e 644 c.p. Nello specifico, si sosteneva che: gli interessi di mora fossero soggetti alla regola della usura; la nullità della relativa clausola (per superamento del tasso soglia) implicasse la nullità di ogni altra clausola sugli interessi, ovverosia coinvolgesse anche gli interessi corrispettivi; fosse sufficiente che gli interessi sopra soglia fossero pattuiti affinché la relativa clausola fosse nulla, non essendo necessario l’effettiva corresponsione.

Il motivo, a giudizio della Terza Sezione Civile, è parzialmente fondato. Invero, come recentemente ritenuto dalle Sezioni Unite[1] «la disciplina antiusura, essendo volta a sanzionare la promessa di qualsivoglia somma usuraria dovuta in relazione al contratto, si applica anche agli interessi moratori, la cui mancata ricomprensione nell’ambito del Tasso effettivo globale medio (T.e.g.m.) non preclude l’applicazione dei decreti ministeriali di cui all’art. 2, comma l, della 1. n. 108 del 1996, ove questi contengano comunque la rilevazione del tasso medio praticato dagli operatori professionali; ne consegue che, in quest’ultimo caso, il tasso-soglia sarà dato dal T.e.g.m., incrementato della maggiorazione media degli interessi moratori, moltiplicato per il coefficiente in aumento e con l’aggiunta dei punti percentuali previsti, quale ulteriore margine di tolleranza, dal quarto comma dell’art. 2 sopra citato, mentre invece, laddove i decreti ministeriali non rechino l’indicazione della suddetta maggiorazione media, la comparazione andrà effettuata tra il Tasso effettivo globale (T.e.g.) del singolo rapporto, comprensivo degli interessi moratori, e il T.e.g.m. così come rilevato nei suddetti decreti». In conseguenza, la regola dell’usura deve ritenersi valevole anche per gli interessi di mora.

Inoltre, questa vale sol perché gli interessi vengano pattuiti, in quanto l’art. 644 c.p. qualifica come illecita la condotta di chi si fa dare, ma anche semplicemente promettere, interessi a tasso usuraio; senza considerare che la sanzione della nullità sia finalizzata alla tutela del debitore e sarebbe, quindi, vanificata laddove quest’ultimo potesse agire per la nullità della clausola, solo dopo aver corrisposto gli interessi e, dunque, dopo averla attuata adempiendovi.

Ciò detto, dopo aver affermato che anche la mera pattuizione di interessi moratori a tasso di usura sia nulla, il motivo di ricorso è infondato nella parte in cui viene asserita l’estensione della nullità anche agli interessi corrispettivi. In tal senso, è sufficiente richiamare la regola fissata dalle summenzionate Sezioni Unite, per cui «dall’accertamento dell’usurarietà discende l’applicazione dell’art. 1815, comma 2, c.c., di modo che gli interessi moratori non sono dovuti nella misura (usuraria) pattuita, bensì in quella dei corrispettivi lecitamente convenuti, in applicazione dell’art. 1224, comma l, c.c.».

Con il secondo motivo, la ricorrente eccepiva la nullità della clausola degli interessi, per violazione dell’art. 117 TUB, in quanto parte resistente aveva pubblicizzato interessi inferiori rispetto a quelli effettivamente applicati, ma la Corte territoriale aveva ritenuto tardiva e inammissibile la domanda; per converso, la circostanza che fosse stata regolarmente proposta, avrebbe dovuto deporre in maniera opposta, trattandosi di nullità rilevabile d’ufficio.

La Terza Sezione reputa il motivo fondato. La Corte d’Appello ha ritenuto la domanda come non proposta, in quanto non «supportata da alcuna, financo telegrafica, argomentazione», ma, al contempo, ha anche preso atto che la questione (se non al punto da integrare domanda vera e propria) fosse emersa agli atti, in quanto nelle conclusioni dell’atto di citazione, in via subordinata, era stato chiesto che si accertasse la violazione dell’art. 117 TUB, per violazione delle regole di trasparenza bancaria. Trattavasi, dunque, di una questione comunque emersa, ma, soprattutto, di una questione di nullità rilevabile d’ufficio, espressamente prevista come tale dal sesto comma della disposizione normativa de qua.

Vale la regola, dunque, espressamente affermata per le ipotesi di nullità per difetto di forma di cui al primo comma dell’art. 117 TUB[2], della rilevabilità d’ufficio della nullità, anch’essa, sì come quella per difetto di forma, posta a protezione del contraente. Questa regola fa applicazione del principio[3] per cui il potere di rilievo officioso della nullità del contratto spetti anche al giudice investito del gravame relativo a una controversia sul riconoscimento di pretesa, che suppone la validità ed efficacia del rapporto contrattuale oggetto di allegazione (e che sia stata decisa dal giudice di primo grado senza che questi abbia prospettato ed esaminato, né le parti abbiano discusso, di tali validità ed efficacia), trattandosi di questione afferente ai fatti costitutivi della domanda e, in quanto tale, integrante un’eccezione in senso lato, rilevabile d’ufficio anche in appello, ex art. 345 c.p.c.

 

 

Qui l’ordinanza.


[1] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 18 settembre 2020, n. 19597, già commentata in questa Rivista, con nota di A. Zurlo, Sezioni Unite Civili – Interessi moratori e usura, 18 settembre 2020, Sezioni Unite Civili – Interessi moratori e usura. | Diritto del risparmio.

[2] Il riferimento è a Cass. n. 22385/ 2019.

[3] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., n. 7294/ 2017.

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