Integrazione correttiva dei tassi di interesse nel contratto di leasing ex art. 117 TUB.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 13 maggio 2021, n. 12889.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

SOMMARIO: Le circostanze fattuali. – I motivi di ricorso. – Le ragioni della decisione: la quaestio disputandi. – (segue): i presupposti della correzione legale del tasso di interesse. – (segue): l’applicazione al caso di specie. – La funzione “economica” della trasparenza contrattuale. – Sulla computabilità dei tassi interessi: i precedenti in seno alla giurisprudenza di legittimità. – La determinabilità per relationem del tasso nel contratto di leasing.

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Le circostanze fattuali.

Parte ricorrente esponeva di essere stata convenuta in giudizio, con ricorso ex art. 702bis c.p.c., innanzi al Tribunale di Torino, dal resistente, con il quale aveva stipulato un contratto di locazione finanziaria, affinché, accertata l’illegittima applicazione di interessi ultralegali e di somme e oneri non pattuiti, fosse rideterminato il rapporto di dare-avere tra le parti e il canone di locazione, senza l’applicazione di alcun interesse; in via subordinata, con l’applicazione del tasso di interesse ex art. 117 TUB; in via ulteriormente subordinata, del tasso legale, ai sensi dell’art. 1284 c.c.; in via ulteriormente subordinata, instava per l’applicazione del tasso di interesse indicato nel Documento di sintesi del contratto, con storno e compensazione per le rate a scadere, e, nel caso di scadenza del contratto nelle more del giudizio, con la condanna alla restituzione delle somme indebitamente percepite dalla locatrice, oltre al risarcimento dei danni.

Il Tribunale di Torino condannava la società locatrice, reputando che il tasso indicato nel contratto corrispondesse al TAN e che facesse difetto l’indicazione del TEG, prescritta dall’art. 5 del contratto; consequenzialmente, riteneva applicabile la sanzione di cui ai commi 4 e 7 dell’art. 117 TUB, ovverosia la sostituzione automatica del tasso convenuto con quello fissato ex lege.

La locatrice impugnava l’ordinanza di primo grado innanzi alla Corte d’Appello di Torino, che rigettava il gravame, confermando il pronunciamento del Tribunale. Da ultimo, la società finanziaria ricorreva per cassazione.

 

I motivi di ricorso.

Con il primo motivo, la società deduceva la violazione e falsa applicazione dell’art. 117 TUB e delle Istruzioni della Banca d’Italia (Circ. n. 228/1999), nonché delle Disposizioni di trasparenza della Banca d’Italia del 29 luglio 2009, per avere la Corte territoriale ritenuto le indicazioni del tasso di leasing non conformi alle prescrizioni normative sui tassi di interesse, nonché per aver applicato una illegittima sanzione. Più nello specifico, la sostituzione del tasso convenuto con quello previsto dall’art. 117, comma 7, TUB, sarebbe avvenuta in assenza delle prescrizioni risultanti dal combinato disposto dei commi 4 e 7 della medesima disposizione normativa. Infatti, essendo stato il tasso di interesse indicato nel contratto, ad avviso della ricorrente, non sarebbe risultata integrata la condizione (la mancata indicazione del tasso di interesse) necessaria per l’applicazione della sanzione della sostituzione automatica. In altri termini, la Corte d’Appello avrebbe applicato la sanzione di cui al comma 7 dell’art. 117 TUB, sulla scorta di un presupposto diverso da quello richiesto dalla legge, ovverosia ritenendo che il tasso di interesse indicato nel contratto non fosse quello effettivamente applicato, e, in particolare, reputando la pur minima differenza tra il tasso indicato in contratto e quello effettivamente applicato idonea a determinare la violazione dell’art. 117 TUB. Del pari in maniera erronea sarebbe stato richiamato, per giustificare la sanzione sostitutiva, il comma 8 dell’art. 117 TUB, che, per determinati contratti, impone un contenuto tipico predeterminato, comprendente l’indicazione del c.d. tasso di leasing; segnatamente, l’errore sarebbe consistito nel non aver tenuto conto che il tasso di leasing, risultando disciplinato dalle Istruzioni di Vigilanza della Banca d’Italia, (Circ. n. 229/1999, aggiornamento del 25 luglio 2003), nella Sezione II, relativa alla Pubblicità, e non nella terza riguardante il contratto (che commina l’invalidità per la mancata indicazione del tasso di interesse) non avrebbe giustificato la nullità del contratto, ma solo l’eventuale ricorrenza di una responsabilità contrattuale.

Con il secondo motivo, la ricorrente lamentava la violazione dell’art. 1362 c.c., per avere il giudice a quo ritenuto che il contratto di leasing, contenendo esclusivamente l’indicazione del TAN, avendo come riferimento temporale solo l’annualità e non i rimborsi infra-annuali, non rispettasse le Istruzioni della Banca d’Italia, quanto all’obbligo di indicare il tasso d’interesse. L’art. 5 del contratto, rubricato “Tasso di Leasing”, conterrebbe, ad avviso della società ricorrente, i criteri di calcolo per procedere all’effettiva individuazione del tasso interno di attualizzazione, allorché la periodicità delle rate, come nel caso di specie, sia mensile: tale clausola contrattuale non sarebbe stata correttamente valutata dalla Corte territoriale.

 

Le ragioni della decisione: la quaestio disputandi.

La Terza Sezione, in via preliminare, rileva come la Corte d’Appello, pur confermando la decisione di prime cure, ne avesse modificando la motivazione, escludendo che il problema del contratto oggetto di controversia fosse rappresentato dalla mancata indicazione e/o dal mancato raffronto del tasso di interesse applicato con il TEG (comprensivo delle componenti non finanziarie del costo del credito, ma che sono irrilevanti ai fini della determinazione del tasso di leasing), rilevando solo l’assenza di rilievo della periodicità dei pagamenti e, quindi, dell’effettivo costo del credito formato dalla sole componenti di capitale e interessi prescritte dalla Banca d’Italia per il leasing, per cui a fronte di un TAN pari al 3,743%, il tasso di leasing o TIR (misura del tasso di costo/rendimento rappresentabile, nella matematica finanziaria, come una sequenza temporale di flussi finanziari in entrata ed in uscita) in caso di rata mensile, sarebbe risultato pari a 3,808%.

Il contratto recava l’indicazione del tasso di leasing, ma questo risultava quantitativamente difforme da quello che, ex lege (ovverosia ai sensi delle evocate Istruzioni della Banca d’Italia), avrebbe dovuto applicarsi nel caso di specie: nel quale, infatti, essendo state previste rate infra-annuali, il tasso indicato, espresso su base annua indipendentemente dalla periodicità dei pagamenti convenuti, risultava, in relazione a ogni singola clausola, pari a 3,743%, mentre, per soddisfare l’esigenza di rendere eguale il prezzo del bene e il valore attuale dei canoni e del prezzo di opzione finale (cui è funzionale il tasso di leasing), il saggio dell’interesse avrebbe dovuto essere quantificato nella misura del 3,808%.

A fronte di questa difformità, la quaestio disputandi è se, nel caso in esame, si fossero verificati i presupposti circostanziali per ricorrere all’integrazione cogente del contenuto del contratto, ovvero all’inserzione delle misure direttamente conformative del contratto, di cui all’art. 117, comma 7, TUB, al fine di correggere la clausola determinativa del tasso di leasing. Integrazione cogente e correttiva adottata dalla Corte d’Appello, con la seguente ratio giustificatrice: «la pur minima differenza tra il tasso indicato nel contratto da quello effettivamente previsto ed applicato, non può certo evitare di constatare l’avvenuta violazione dell’art. 117 TUB e la conseguente applicazione della sanzione ivi prevista, non trattandosi di materia in cui sia consentito al giudice di apprezzare discrezionalmente una concreta capacità offensiva».

 

(segue): i presupposti della correzione legale del tasso di interesse.

Il comma 7 dell’art. 117 TUB introduce la sanzione della correzione legale del tasso di interesse subordinandola al verificarsi di un duplice alternativo quadro circostanziale: a) l’inosservanza del comma 4, in ossequio a cui «i contratti indicano il tasso d’interesse e ogni altro prezzo e condizioni praticati, inclusi, per i contratti di credito, gli eventuali maggiori oneri in caso di mora»; b) la ricorrenza di nullità indicate nel comma 6, ai sensi del quale «sono nulle e si considerano non apposte le clausole contrattuali di rinvio agli usi per la determinazione dei tassi di interesse e di ogni altro prezzo e condizione praticati nonché quelle che prevedono tassi, prezzi e condizioni più sfavorevoli per i clienti di quelli pubblicizzati».

 

(segue): l’applicazione al caso di specie.

Nella specie, a giudizio del Collegio, il fulcro del problema è rinvenibile nell’affermazione della Corte territoriale, per cui: «il tasso di leasing nel caso di specie è stato indicato in 3,743% alla lettera F delle condizioni particolari di contratto, come affermato dal CTU a pag. 20 della relazione ad esso corrisponde di fatto al “tasso annuale nominale”, ma il TAN non è il tasso di leasing effettivamente previso nel caso de quo».

Secondo i giudici di seconde cure, la rappresentazione del tasso di interesse indicato nel contratto era fuorviante, non per il raffronto con il TEG (come pure ritenuto dal CTU), ma perché non dava conto della periodicità dei pagamenti e, quindi, dell’effettivo costo del credito formato dalle sole componenti di capitale e interessi prescritte dalla Banca d’Italia per il leasing, non essendo il tasso effettivamente praticato ricavabile dividendo per dodici il TAN.

In altri termini, nel contratto non faceva difetto l’indicazione del tasso di leasing, ma quest’ultimo, per un verso, non forniva all’utilizzatore un’effettiva conoscenza del costo dell’operazione (visto che, applicato alla rateizzazione infra-annuale del canone mensile, non coincideva con quello pattuito e, verosimilmente, pubblicizzato), e, per altro, non corrispondeva ai parametri stabiliti dalla Banca d’Italia. Il tasso, pur espressamente indicato come tasso di leasing, soddisfaceva solo formalmente, ma non anche sostanzialmente le prescrizioni della Banca d’Italia in ordine all’indicazione del TIR.

La differenza rilevata dalla Corte territoriale è quella che corre tra TAN e TEG o TIR (nel contratto di leasing). Del primo si è soliti affermare (sì come rilevato dalla sentenza impugnata) che si tratti di un tasso solo nominale, perché non tiene conto del tipo di rateizzazione, tant’è che la sola ipotesi in cui il TAN coincida con il tasso reale degli interessi è quella in cui il pagamento degli interessi abbia luogo una tantum a fine anno insieme con la restituzione totale della somma capitale[1].

Tutto ciò premesso, la Terza Sezione reputa non sufficientemente chiara la premessa giuridica adottata dalla Corte d’Appello per motivare il ricorso alla sanzione sostitutiva, dal momento che i riferimenti contenuti nella sentenza possono essere tendenzialmente adattati sia al difetto della trasformazione ed equiparazione in equivalenza finanziaria dell’operazione che rappresentava il saggio di interessi in ragione di una non ricorrente restituzione annua del «prezzo» del leasing in quella concretamente occorsa (ove, per contro, la restituzione del prezzo del leasing era stata prevista per periodi inferiori all’anno), sia, al tempo stesso, a una rilevata differenza tra il tasso convenuto e quello applicato. Tantomeno può escludersi, in verità, che la fuorvianza di cui parla la Corte territoriale debba riferirsi alla divergenza tra le condizioni effettivamente praticate rispetto a quelle pubblicizzate.

Le tre ipotesi non integrano tutte, però, il quadro condizionale previsto dall’art. 117, comma 7, TUB.

Certamente non giustificherebbe l’applicazione della sanzione sostitutiva la seconda ipotesi, perché l’eventuale applicazione da parte della società locatrice di un tasso diverso da quello convenuto non integra alcuna delle condizioni circostanziali previste dall’art. 117 Tub, presentando gli estremi di una violazione in cui la stessa società sarebbe incorsa nella fase di esecuzione del contratto.

Se il problema riscontrato fosse quello della divergenza tra il tasso contenuto nel contratto rapportato a un timing di pagamento annuale e quello da applicare alla restituzione infra-annuale, si porrebbe un problema non di mancata indicazione del tasso di leasing (ovverosia, di una parte del contenuto obbligatorio del contratto), quanto di opacità dell’operazione, non in grado di mettere l’utilizzatore nella condizione di conoscere l’effettivo costo dell’operazione posta in essere. L’utilizzatore avrebbe, infatti, formato la propria volontà sul tasso indicato in contratto, ma non sarebbe stato oggetto di accordo che le rate fossero da determinare secondo un metodo il cui risultato fosse quello di aumentare l’importo degli interessi e, quindi, far emergere un tasso annuo effettivo superiore a quello risultante dalle clausole contrattuali[2]. Si sarebbe posto un problema di trasparenza del costo del leasing.

 

La funzione “economica” della trasparenza contrattuale.

Ciò non significa, tuttavia, che non avrebbe potuto applicarsi la sanzione sostitutiva. Invero, la funzione della trasparenza non è più quella meramente “bancaristica”, orientata a introdurre il principio di concorrenza all’interno del settore bancario, né quella di mero contenimento di scelte irrazionali, ma, per contro, deve essere intesa alla stregua di un valore che merita di essere in sé e per sé considerato per la sua idoneità a incidere sull’equilibrio delle relazioni contrattuali, tanto da imporre il sindacato ex lege del contenuto del contratto. Allo stato se ne può affermare la declinabilità in senso economico, giacché poggia sul convincimento che il contratto trasparente sia quello che lascia intuire (o, perlomeno, prevedere) il livello di rischio o di spesa del contratto di durata: trasparente è solo il contratto corredato di clausole la cui giustificazione economica risulti comprensibile, di talché senza tale trasparenza a risultare opaco sia il costo totale del credito, donde una rilevanza di rimbalzo della trasparenza, come si è detto, sull’equilibrio economico del contratto.

Il viatico all’adozione di una nozione di trasparenza declinata in senso economico si è avuto su sollecitazione della giurisprudenza comunitaria (rectius, unionale)[3], ove essa ha assunto lo stesso rango di norma di ordine pubblico, la cui imperatività di fatto sostituisce all’equilibrio formale, che il contratto determina fra i diritti e gli obblighi delle parti contraenti, un equilibro reale, finalizzato a ristabilire l’eguaglianza tra queste ultime. In sostanza, la trasparenza economica è da considerarsi scientemente una sorta di antidoto a quell’opacità precontrattuale, che il diritto comune rinserra nel perimetro tassativi dei vizi del consenso.

In considerazione di quanto puntualmente e metodologicamente dedotto dalla Terza Sezione, la Corte d’Appello avrebbe dovuto premettere all’applicazione della sanzione un accertamento che, per converso, ha fatto difetto: avrebbe dovuto, cioè, verificare (non risultando bastevole, a tale scopo, l’avere escluso che il tasso di leasing effettivo potesse ricavarsi semplicemente dividendo per dodici il tasso annuo nominale indicato nel contratto) se il tasso di leasing fosse comunque determinabile, anche mediante ricorso a calcoli di tipo matematico, a prescindere dalla difficoltà.

 

Sulla computabilità dei tassi interessi: i precedenti in seno alla giurisprudenza di legittimità.

La giurisprudenza di questa Corte ha avuto occasione di occuparsi della determinabilità del tasso di interesse in varie occasioni, stabilendo[4] che, in tema di contratto di mutuo, affinché una clausola di determinazione degli interessi corrispettivi sulle rate di ammortamento scadute sia validamente stipulata, ai sensi dell’art. 1346 c.c., sia sufficiente che la stessa (nel regime anteriore all’entrata in vigore della legge 17 febbraio 1992, n. 154) contenga un richiamo a criteri prestabiliti ed elementi estrinseci, purché obiettivamente individuabili, funzionali alla concreta determinazione del saggio di interesse. A tal fine occorre che quest’ultimo sia desumibile dal contratto con l’ordinaria diligenza, senza alcun margine di incertezza o di discrezionalità in capo all’Istituto mutuante, non rilevando la difficoltà del calcolo necessario per pervenire al risultato finale, né la perizia richiesta per la sua esecuzione. Del pari è stato statuito[5] che, nella vigenza dell’art. 117, comma 4, TUB, il tasso di interesse possa essere determinato per relationem, con esclusione del rinvio agli usi, ma, in tal caso, il contratto debba richiamare criteri prestabiliti ed elementi estrinseci che, oltre a essere oggettivamente individuabili e funzionali alla concreta determinazione del tasso, non devono essere determinati unilateralmente dalla società di leasing.

 

La determinabilità per relationem del tasso nel contratto di leasing.

La Corte chiarisce che tale possibilità si possa desumere in via indiretta dall’art. 117 TUB (perché non avrebbe senso vietare il rinvio agli usi, se non fosse possibile ammettere la determinazione per relationem alle altre condizioni del contratto attraverso fonti esterne, purché non dipendenti dalla unilaterale volontà della banca), oltre che dalla ratio della norma individuata nell’esigenza di salvaguardia del cliente sul piano della trasparenza e dell’eliminazione delle cc.dd. asimmetrie informative; la prescrizione che fa obbligo di indicare nel contratto «il tasso d’interesse e ogni altro prezzo e condizione praticati» intende porre il cliente nelle condizioni di conoscere e apprezzare con chiarezza i termini economici dei costi, dei servizi e delle remunerazioni che il contratto programma: tale finalità può essere perseguita, con riguardo alla determinazione dell’interesse, non solo attraverso l’indicazione numerica del tasso, ma anche col rinvio a elementi esterni obiettivamente individuabili, la cui materiale identificazione sia suscettibile di attuarsi in modo inequivoco[6].

La determinabilità per relationem del tasso di leasing escluderebbe, dunque, l’irrogazione della sanzione sostitutiva applicata nel caso di specie, riservata alle ipotesi nelle quali nel contratto manchi la relativa pattuizione[7]: ipotesi cui deve essere equiparata quella in cui il tasso sia indicato nel contratto, ma esso porti ad un ammontare del costo dell’operazione variabile in funzione dei patti che regolano le modalità di pagamento, sì da ritenere che il prezzo dell’operazione risulti so[1]stanzialmente inespresso e indeterminato, oltre che non corrispondente a quello su cui si è formata la volontà dell’utilizzatore[8].

In maniera pressoché complementare, l’altro profilo di opacità della decisione è rinvenibile nella circostanza per cui non appaia chiaro se la sanzione applicata sia stata giustificata dalla non coincidenza tra il tasso indicato nel contratto e quello pubblicizzato.

In conclusione, il ricorso merita accoglimento e la sentenza viene cassata con rinvio, affinché il giudice d’appello rivaluti la vicenda, accertando l’eventuale ricorrenza dei presupposti circostanziali giustificativi dell’applicazione della sanzione sostitutiva, di cui all’art. 117, comma 7, TUB.

 

 

Qui la pronuncia.


[1] Sicché, se il TAN fosse dell’x% e la somma ricevuta a prestito fosse 100, a fine anno verrebbe restituita la somma di 100 + X%: 100 a titolo di capitale e X a titolo di interesse.

[2] Cfr. Cass. 21.03.2011, n. 6364.

[3] Il riferimento è a CGUE, 21 dicembre 2016, cause riunite C-154/15, C-307/15, C-308/15.

[4] Il riferimento è a Cass. 30.03.2018, n. 8028.

[5] V. Cass. 26.06.2019, n. 17110.

[6] Cfr. Cass. 19.05.2010, n. 12276.

[7] Cfr. Cass. 26.06.2019 n. 17110; Cass. 26.06.2019, n. 16907.

[8] Cfr. Cass. 21.03.2011, n. 6364.

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