Verba volant, scripta manent: sull’onere della prova documentale nell’azione di accertamento negativo del credito.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 9 marzo 2021, n. 6480.

di Antonio Zurlo 

 

 

 

 

Con la recentissima ordinanza in oggetto, la Sesta Sezione Civile ha cassato la pronuncia della Corte d’Appello di Bari, con cui ha ritenuto che, nei giudizi in materia di obbligazione, l’onere della prova documentale debba incombere sulla parte che si sia affermata creditrice, anche nel caso in cui l’azione abbia ad oggetto l’accertamento negativo del credito.

In via preliminare, il Collegio pone in essere un distinguo. Difatti, il problema della prova del contratto di conto corrente non si pone con riferimento alla pratica dell’anatocismo, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 425/2000, che, come noto, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo (nello specifico, per violazione dell’art. 76 Cost.) l’art. 25, terzo comma, d.lgs. n. 342/1999. In altri termini, la capitalizzazione degli interessi passivi deve essere sempre eliminata, quale che sia il preciso contenuto delle disposizioni pattizie, giacché il contratto non avrebbe potuto validamente contemplarla.

Il criterio indicato dalla Corte territoriale non può, per contro, ritenersi suscettibile di applicazione con riguardo agli interessi ultralegali e alla commissione di massimo scoperto, giacché ambedue non sono vietati in senso assoluto, potendo essere convenuti contrattualmente, ma devono esserlo per iscritto, a pena di nullità, in ossequio agli artt. 3 e 4 1. n. 154/1992 e 117 TUB, oltre che in base alla disposizione di cui all’art. 1284, terzo comma, c.c. (applicabile agli interessi ultralegali, nel periodo anteriore alla vigenza della disciplina introdotta dalle citate norme della legge sulla trasparenza bancaria e del testo unico bancario).

La necessità della pattuizione scritta, con riguardo agli interessi ultralegali e alla commissione di massimo scoperto, è riconosciuta dalla stessa Corte d’Appello, ma da tale proposizione non sono state fatte discendere le necessarie conseguenze in punto di diritto. Se, difatti, gli interessi superiori al tasso legale e la commissione di massimo scoperto debbano essere pattuiti per iscritto, il cliente avrà l’onere di provare l’inesistenza della causa giustificativa dei pagamenti effettuati, mediante la produzione del contratto, giacché è attraverso tale documento che potrà dimostrare l’assenza delle disposizioni che potrebbero giustificare l’addebito delle somme corrispondenti[1]. Tale principio, di carattere generale, sempre operante ove si faccia questione di un contratto pacificamente concluso per iscritto, si presta a essere diversamente modulato con riferimento a due particolari ipotesi (derogatorie), entrambe collegate a un’allegazione attorea circa la conclusione del contratto verbis tantum o per fatti concludenti.

È possibile che quest’ultima allegazione sia incontroversa tra le parti, nel qual caso il giudice deve dare senz’altro atto dell’integrale nullità del negozio e, quindi, anche dell’assenza di clausole che giustifichino l’applicazione degli interessi ultralegali e della commissione di massimo scoperto.

È, del pari, possibile che la domanda basata sul mancato perfezionamento del contratto nella forma scritta sia contrastata dalla banca (che quindi sostenga la valida conclusione, in quella forma, del negozio): in tale seconda ipotesi, non può, ugualmente, gravarsi il correntista, attore in giudizio, dell’onere di addurre la prova negativa della documentazione dell’accordo, incombendo semmai in capo all’Istituto convenuto di comprovarne la sussistenza.

Nel caso di specie, la Corte d’Appello si è limitata a rilevare che l’onere della prova della conclusione dei contratti gravasse alla Banca, quale creditrice: enunciazione, nei termini assoluti in cui è stata espressa, errata.

 

 

Qui l’ordinanza.


[1] Cfr. Cass. 13 dicembre 2019, n. 33009.

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