Della valenza del benchmark.



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 27 ottobre 2020, n. 23568.

di Donato Giovenzana

 

Secondo la ricorrente il giudice del merito avrebbe attribuito al benchmark una valenza contrattuale che esso non aveva; l’indicazione di esso — assume l’istante — “non dà origine a diritti del cliente, né ad obblighi di condotta dell’intermediario, ulteriori rispetto a quelli tipici del mandato di gestione, ma si limita a fornire al primo uno strumento per valutare i risultati dell’attività del secondo”.

La Suprema Corte ritiene invece che la ricorrente, a torto, reputa che il parametro di riferimento non sia vincolante per il gestore. Come è stato condivisibilmente ritenuto in sede di legittimità., il benchmark, se anche non impone al gestore di acquistare titoli nelle proporzioni indicate, costituisce un modo per valutare la razionalità e l’adeguatezza dell’attività dell’intermediario, per cui, ove la gestione sia risultata in contrasto con il predetto parametro e, quindi, con i rischi contrattualmente assunti dagli investitori, l’intermediario risponde delle perdite che gli stessi abbiano, per l’effetto, subìto .

La sentenza impugnata, che ha rilevato uno scostamento rilevante rispetto al benchmark (scostamento indicato nella misura del 20% alla data del 31 marzo 2000) appare, dunque, pienamente conforme al richiamato principio.

 

 

Qui la pronuncia.

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