Principi in tema di usura



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 9 novembre 2020, n. 24971.

di Donato Giovenzana

 

La Suprema Corte ha ricordato innanzitutto che nei contratti di mutuo, allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura, come determinata in base alle disposizioni della legge n. 108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula, né la pretesa del mutuante, di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato, può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di detta soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto; con ciò, dunque, è stata esclusa la configurabilità di una usurarietà sopravvenuta, rilevando il momento della stipula.

Ha poi ribadito che nel contratto di mutuo, la nullità ex art. 1815, secondo comma, c. c., della clausola di previsione degli interessi, richiede la prova del loro carattere usurario ai sensi dell’art. 644, terzo comma, secondo periodo, c. p., ossia la dimostrazione della sproporzione degli interessi convenuti, con uno squilibrio contrattuale, per i vantaggi conseguiti da una sola delle parti, che alteri il sinallagma negoziale e per il cui apprezzamento il parametro di riferimento è dato dal superamento del tasso medio praticato per operazioni similari, nonché della condizione di bisogno di colui che promette gli interessi, desumibile non dai soli debiti pregressi, ma dall’impossibilità di ottenere, pur fuori dallo stato di bisogno, condizioni migliori per la prestazione di denaro che richiede: la prova di entrambi i presupposti grava su colui che afferma la natura usuraria degli interessi, senza che, accertato lo stato di difficoltà economica, la sproporzione possa ritenersi “in re ipsa“, dovendo comunque dimostrarsi il vantaggio unilaterale conseguito dalla banca; è infatti evidente che la grave difficoltà di far fronte alle proprie obbligazioni, non va confusa con lo stato di bisogno in parola, diversamente incorrendosi nella semplificazione tautologica per cui chi non adempie alle proprie obbligazioni lo fa legittimamente perché non può.

 

 

Qui la pronuncia.

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