La sentenza Lexitor non si applica alle ipotesi di credito immobiliare al consumo.



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Nota a ABF, Collegio di Napoli, 9 ottobre 2020, n. 17588.

di Donato Giovenzana

 

La domanda del ricorrente è relativa al riconoscimento del diritto ad una riduzione del costo totale del finanziamento anticipatamente estinto e del conseguente rimborso delle spese di istruttoria, nel presupposto che i principi affermati dalla Corte di Giustizia nella sentenza dell’11 settembre 2019 in causa C-383/18 (Lexitor) trovino applicazione anche nella specie in conseguenza del richiamo dell’art. 125 sexies, co. 1, t.u.b. da parte dell’art. 120 novesdecies t.u.b.

La decisione della Corte (resa con provvedimento dell’11 settembre 2019 in causa C383/18) è stata che l’art.16 della Direttiva deve essere interpretato nel senso che “il diritto del consumatore alla riduzione del costo totale del credito include tutti i costi posti a carico del consumatore”.

Il Collegio di Coordinamento, investito della questione relativa agli effetti della menzionata sentenza, con decisione n. 26525/2019, ha enunciato i seguenti principi di diritto:

A seguito della sentenza 11 settembre 2019 della Corte di Giustizia Europea, immediatamente applicabile anche ai ricorsi non ancora decisi, l’art.125 sexies t.u.b. deve essere interpretato nel senso che, in caso di estinzione anticipata del finanziamento, il consumatore ha diritto alla riduzione di tutte le componenti del costo totale del credito, compresi i costi up front. Il criterio applicabile per la riduzione dei costi istantanei, in mancanza di una diversa previsione pattizia che sia comunque basata su un principio di proporzionalità, deve essere determinato in via integrativa dal Collegio decidente secondo equità, mentre per i costi recurring e gli oneri assicurativi continuano ad applicarsi gli orientamenti consolidati dell’ABF.

La ripetibilità dei costi up front opera rispetto ai nuovi ricorsi e ai ricorsi pendenti, purché preceduti da conforme reclamo, con il limite della domanda. Non è ammissibile la proposizione di un ricorso per il rimborso dei costi up front dopo una decisione che abbia statuito sulla richiesta di retrocessione di costi recurring. Non è ammissibile la proposizione di un ricorso finalizzato alla retrocessione dei costi up front in pendenza di un precedente ricorso proposto per il rimborso dei costi recurring

In particolare, nel caso esaminato, il Collegio di Coordinamento ha ritenuto che il criterio preferibile per quantificare la quota di costi up front ripetibile debba essere analogo a quello che le parti avevano previsto per il conteggio degli interessi corrispettivi, costituendo essi la principale voce del costo totale del credito espressamente disciplinata in via negoziale.

La questione che la domanda del ricorrente solleva non è, dunque, tanto quella dell’accertamento o meno del suo diritto alla restituzione dei costi del credito a seguito della estinzione anticipata del mutuo, quanto quella della rimborsabilità di detti costi secondo i criteri stabiliti dalla Corte di Giustizia nella interpretazione dell’art. 16 della Direttiva 2008/48/CE del 23 aprile 2008 relativa ai contratti di credito ai consumatori e alla stregua degli effetti della stessa nell’ordinamento interno, come determinati dal Collegio di Coordinamento nella decisione n. 26525/2019. Nel presupposto, quindi, che i costi di cui si chiede il rimborso siano relativi ad attività svolte precedentemente alla conclusione del contratto e dunque qualificabili come up front, il Collegio è chiamato a verificare se debba trovare applicazione nella specie l’orientamento emerso in sede di credito ai consumatori.

È bene rimarcare, innanzi tutto, il fatto che la richiamata sentenza della Corte di Giustizia si riferisce esclusivamente alla prima delle due direttive più volte citate e che, dunque, non può postularsene la diretta ed automatica applicazione anche alla seconda, a quella cioè sul credito immobiliare al consumatore.

Orbene, in ordine alle conseguenze derivanti dalla estinzione anticipata del finanziamento, l’art. 25, paragrafo 2, della direttiva 2014/17, stabilisce che “gli Stati membri possono provvedere affinché l’esercizio del diritto di cui al paragrafo 1 sia soggetto a determinate condizioni. Tra queste condizioni possono figurare restrizioni temporali sull’esercizio del diritto, un trattamento diverso a seconda del tipo di tasso debitore o del momento in cui il consumatore esercita il diritto, o restrizioni relative alle condizioni alle quali il diritto può essere esercitato”.

Questa facoltà attribuita agli Stati membri non compare nell’art. 16 della direttiva 2008/48, che non fornisce sul punto alcun margine agli Stati membri per regolamentare l’esercizio del diritto, sia in ordine al momento in cui il rimborso anticipato può avvenire, sia in ordine al trattamento conseguente all’estinzione anticipata. L’art. 16 della direttiva del 2008, infatti, dopo l’affermazione, contenuta nel paragrafo 1, del diritto del consumatore alla riduzione del costo totale del credito, passa direttamente alla disciplina dell’eventuale indennizzo spettante al creditore a seguito dell’anticipata estinzione, riconoscendogli il diritto «ad un indennizzo equo ed oggettivamente giustificato per eventuali costi direttamente collegati al rimborso anticipato del credito, sempre che il rimborso anticipato abbia luogo in un periodo per il quale il tasso debitore è fisso». Il riconoscimento dell’equo indennizzo in favore del creditore si riduce, invece, nella direttiva 2014/17, al rango di mera facoltà per gli Stati membri. Facoltà – è bene sottolineare – non esercitata dal nostro ordinamento, che richiama nell’art. 120 noviesdecies t.u.b. il solo primo comma dell’art. 125 sexies t.u.b.

Il che ha, ad avviso del Collegio, un rilievo non marginale, considerato che il diritto del creditore a un indennizzo equo ed obiettivo è stato considerato dalla Corte di Giustizia come elemento diretto a bilanciare gli oneri derivanti dall’obbligo di rimborso anche dei costi che non dipendono dalla durata del contratto, sottolineando che “il fatto di includere nella riduzione del costo totale del credito i costi che non dipendono dalla durata del contratto non è idoneo a penalizzare in maniera sproporzionata il soggetto concedente il credito. Infatti, occorre ricordare che gli interessi di quest’ultimo vengono presi in considerazione, da un lato, tramite l’articolo 16, paragrafo 2, della direttiva 2008/48, il quale prevede, a beneficio del mutuante, il diritto ad un indennizzo per gli eventuali costi direttamente collegati al rimborso anticipato del credito, e, dall’altro lato, tramite l’articolo 16, paragrafo 4, della medesima direttiva, che offre agli Stati membri una possibilità supplementare di provvedere affinché l’indennizzo sia adeguato alle condizioni del credito e del mercato al fine di tutelare gli interessi del mutuante”.

Converrà anche sottolineare – secondo il Collegio – che nella specie il mutuo stipulato dalle parti non prevede l’obbligo del mutuatario di pagare alcunché alla banca per l’estinzione anticipata del mutuo (cfr. art. 4 del contratto e art. 5.3 delle condizioni generali).

Se si passa poi all’esame delle disposizioni relative all’efficacia vincolante delle direttive le differenze tra i due provvedimenti riemergono.

Solo nell’art. 22, paragrafo 1, direttiva 2008/48, si afferma che “nella misura in cui la presente direttiva contiene disposizioni armonizzate, gli Stati membri non possono mantenere né introdurre nel proprio ordinamento disposizioni diverse da quelle in essa stabilite”. Pur sottolineando nella rubrica dell’art. 41 la natura vincolante della direttiva 2014/17, il legislatore, in maniera meno stringente, stabilisce che “gli Stati membri assicurano che: a) i consumatori non possano rinunciare ai diritti loro conferiti dalla normativa nazionale di recepimento della presente direttiva; b) le disposizioni adottate per il recepimento della presente direttiva non possano essere eluse in un modo che possa determinare la perdita della protezione concessa ai consumatori dalla presente direttiva attraverso particolari formulazioni dei contratti, in particolare includendo contratti di credito che rientrano nell’ambito di applicazione della presente direttiva in contratti di credito la cui natura o finalità consenta di evitare l’applicazione di tali disposizioni”.

Orbene, la non perfetta coincidenza tra i due testi normativi, per l’Abf, induce a dubitare che le conclusioni raggiunte in tema di credito ai consumatori a seguito dell’arresto della Corte di Giustizia del 2019 possano essere riproposte negli stessi termini per la fattispecie in esame. Giova al riguardo ricordare che l’interpretazione dell’art. 16, direttiva 2008/48, fornita dalla Corte di Giustizia muove in primo luogo dalla equivocità dell’espressione “restante durata del contratto”, presente nel paragrafo 1 della disposizione citata, la quale «potrebbe essere interpretata tanto nel senso che essa significa che i costi interessati dalla riduzione del costo totale del credito sono limitati a quelli che dipendono oggettivamente dalla durata del contratto oppure a quelli che sono presentati dal soggetto concedente il credito come riferiti ad una fase particolare della conclusione o dell’esecuzione del contratto, quanto nel senso che essa indica che il metodo di calcolo che deve essere utilizzato al fine di procedere a tale riduzione consiste nel prendere in considerazione la totalità dei costi sopportati dal consumatore e nel ridurne poi l’importo in proporzione alla durata residua del contratto». Orbene, se è vero che tale espressione è presente anche nella direttiva 2014/17, è pur vero tuttavia, da un lato, che, come prima evidenziato, quest’ultima attribuisce agli Stati membri (art. 25, paragrafo 2) la possibilità di stabilire che il diritto di estinzione anticipata sia sottoposto a particolari condizioni, elencate in maniera non tassativa ma solo esemplificativa nel secondo periodo del paragrafo; dall’altro lato che il richiamo della disciplina del rimborso anticipato dettata per il credito ai consumatori è limitato al primo comma, non essendosi avvalso il legislatore interno della facoltà prevista dal paragrafo 3 dell’art. 25 della direttiva 2014/17.

Il che porta a ritenere che le conclusioni raggiunte dal Collegio di coordinamento riguardo alla disciplina del credito ai consumatori nell’interpretazione dell’art. 125 sexies t.u.b. non possono essere riproposte in questa sede, atteso che la direttiva, questa volta, espressamente consente agli Stati membri di determinare le conseguenze derivanti dall’esercizio del diritto di estinzione anticipata. L’intermediario non è più, insomma, vincolato alla restituzione dei costi del credito sulla base della interpretazione dell’art. 16 della direttiva 2008/48, atteso che ben può ciascuno Stato membro stabilire le modalità e/o le condizioni del rimborso. Nel che sembra rientrare anche la possibilità per lo Stato membro di prevedere la restituzione – secondo i criteri di volta in volta applicabili alla specie – soltanto dei costi cd. recurring, come pacificamente ritenuto nell’interpretazione dell’art. 125 sexies t.u.b. fino al più volte citato intervento della Corte di Giustizia. Né pare che la conclusione che precede dia luogo ad una elusione delle disposizioni della direttiva, vale a dire a una violazione dell’art. 41, lett. b), della stessa.

Non è, infatti, qui in discussione una “particolare formulazione dei contratti” ma la presa d’atto del fatto che il legislatore interno, restringendo la rimborsabilità dei costi a quelli cd. recurring, si è avvalso della possibilità prevista dal secondo paragrafo dell’art. 25 della direttiva 2014/17, con conseguente rinvio “statico” e non “dinamico” alla norma interna dell’art. 125 sexies t.u.b. come di fatto modificata a seguito della Lexitor, per le ragioni sopra esposte riferibili alla sola disciplina europea relativa al credito ai consumatori.

Per il che il Collegio napoletano ha respinto il ricorso.

 

 

Qui la decisione.

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