L’accesso non autorizzato ad un c/c di soggetto terzo ed il riferire notizie di esso a persona estranea può costituire ipotesi di reato (D.lgs. n. 196 del 2003) e giusta causa di licenziamento.



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Nota a Cass. Civ., Sez. Lav., 16 novembre 2020, n. 25977.

di Donato Giovenzana

 

L’ impiegato di una società di informatica bancaria viene licenziato per giusta causa, in considerazione delle molestie nei confronti di colleghe di lavoro, nonché per avere effettuato un accesso non autorizzato sul c/c del marito di una di queste, alla quale poi riferisce le informazioni ottenute sul saldo di tale rapporto.

Il dipendente propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte territoriale che ha ritenuto legittimo il suo licenziamento.

La Suprema Corte non accoglie il ricorso.

La condotta contestata (dopo essersi procurato il nome del marito della collega, aver visionato il conto corrente ed aver riferito alla stessa il saldo del conto) era stata rilevata dalla società a seguito di una richiesta di chiarimenti del titolare del conto corrente. Gli accertamenti effettuati dalla datrice di lavoro rientravano, quindi, nella categoria dei cd. “controlli difensivi” che esulavano dall’ambito applicativo dell’art. 4, co. 2, della legge n. 300 del 1970. Si trattava, infatti, di verifiche dirette ad accertare comportamenti illeciti e lesivi dell’immagine aziendale e costituenti, astrattamente, reato; ed invero la contestazione, facendo riferimento ad accessi ad un conto corrente di terze persone e all’avere riferito notizie di esso a persona estranea al conto medesimo, era riferibile inequivocabilmente alla ipotizzabilità di illeciti penali di cui al D.Igs. n. 196 del 2003.

Per il che i fatti addebitati (comportamenti tenuti dal lavoratore consistiti nelle molestie sessuali avvenute in ufficio nei confronti della collega e accessi non autorizzati sul conto corrente del marito della predetta) si è ritenuto fossero di gravità tale da integrare l’ipotesi della giusta causa di licenziamento e da giustificare, quindi, l’applicazione della massima sanzione espulsiva, osservando che la particolare gravità della condotta portava a ritenere il comportamento del lavoratore idoneo a vulnerare, in maniera irreparabile, il peculiare vincolo di fiducia con la società e, quindi, a considerare il licenziamento sorretto da giusta causa; in ordine alla proporzionalità è stato, poi, rilevato che i fatti posti in essere integravano una grave lesione dell’elemento fiduciario del rapporto di lavoro e che il datore di lavoro, tenuto al rispetto dell’art. 2087 c.c., non poteva non adottare una sanzione espulsiva a fronte della gravità dei fatti accertati.

 

 

Qui la pronuncia.

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