Il mero possesso di una ingente somma di denaro e l’addebito di riciclaggio.



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Nota a Cass. Pen., Sez. II, 23 settembre 2020, n. 32112.

di Donato Giovenzana

 

La Suprema Corte ha ribadito il principio costantemente affermato dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui il mero possesso di una pur ingente somma di denaro non può giustificare ex sé, in assenza di qualsiasi riscontro investigativo, l’addebito di riciclaggio senza che sia in alcun modo stata verificata l’esistenza di un delitto presupposto, anche delineato per sommi capi, attraverso, ad esempio, il riferimento all’esistenza di relazioni tra i ricorrenti ed ambienti criminali, ovvero la precedente commissione di fatti di reato dai quali possa attendibilmente essere derivata la provvista, o l’avvenuto compimento di operazioni di investimento comunque di natura illecita a qualsiasi titolo.

Per il che ha affermato che, ai fini della configurabilità del reato di riciclaggio, pur non essendo necessaria la ricostruzione del delitto presupposto in tutti gli estremi storici e fattuali, tuttavia occorre che esso sia individuato nella sua tipologia, rimarcando la necessità che il provvedimento cautelare fornisca anche indicazioni circa le ragioni d’esclusione della clausola di riserva contenuta nell’art. 648 bis c. p. e specifichi la condotta tipica del delitto di riciclaggio oggetto di provvisorio addebito, non potendo essere considerata tale quella del mero possesso di denaro, inidonea ad integrare l’attività diretta alla “sostituzione, al trasferimento, o ad altre operazioni” intese ad occultare la provenienza delittuosa del denaro.

Pur dovendo ribadirsi, in adesione al pacifico orientamento della giurisprudenza di legittimità, che ai fini della configurabilità del delitto di riciclaggio ( al pari di quello di ricettazione) non è necessaria la ricostruzione del delitto presupposto in tutti gli estremi storici e fattuali, nondimeno ciò non esonera il giudice dalla necessità di individuare la tipologia di delitto all’origine del bene da sottoporre a vincolo, in quanto appunto di provenienza delittuosa, non risultando all’uopo sufficiente il richiamo ad indici sintomatici privi di specificità in ordine alla derivazione della disponibilità oggetto di espropriazione e suscettibili esclusivamente di provare un ingiustificato possesso di danaro.

Deve, dunque, concludersi che ai fini della legittimità del sequestro preventivo di cose che si assumono pertinenti al reato di riciclaggio di cui all’art. 648-bis c. p., pur non essendo necessario la specifica individuazione e l’accertamento del delitto presupposto, è tuttavia indispensabile che esso risulti, alla stregua degli elementi di fatto acquisiti e scrutinati, almeno astrattamente configurabile e precisamente indicato, situazione non ravvisabile quando il giudice si limiti semplicemente a supporne l’esistenza, sulla sola base del carattere asseritamente sospetto delle operazioni relative ai beni e valori che si intendono sottoporre a sequestro. Analogamente, nella specie, è del tutto mancante la motivazione relativa all’individuazione degli elementi di fatto in grado di rappresentare a quale delle condotte tipiche indicate dall’art. 648 bis c. p. sia riconducibile il comportamento tenuto dagli indagati, come accertato in sede di indagini.

Il ricorso è stato pertanto ritenuto fondato.

 

Qui la sentenza.

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