Bond argentini: legittimazione e risarcimento.



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 22 ottobre 2020, n. 23132.

di Donato Giovenzana

 

Secondo la Suprema Corte, non risulta dalla lettura della sentenza impugnata che la banca avesse contestato che unico sottoscrittore degli ordini – e dunque unica controparte negoziale – era stato solo l’attore, né del resto tale contestazione è contenuta nel controricorso della medesima banca.

Ne consegue che – se così è – il giudice di appello non avrebbe potuto affermare che (non solo il conto deposito, ma anche) gli ordini di acquisto erano riconducibili al ricorrente ed a sua moglie. Ne discende ancora – come ulteriore corollario – che correttamente il tribunale aveva accolto integralmente la domanda del solo attore, il quale si legittimava, in realtà, quale unica parte contrattuale della banca nell’acquisto dei titoli: qualità certamente sufficiente a consentirgli di pretendere l’integrale risarcimento e non già il risarcimento pro quota, come poi invece affermato dalla corte di appello capitolina.

Ebbene, la mancata censura da parte della società appellante dell’affermazione giudiziale contenuta nel primo pronunciamento secondo cui la piena legittimazione dell’attore si giustificava per l’aver quest’ultimo stipulato da solo i contratti di acquisto titoli (senza alcuna partecipazione della cointestataria del dossier titoli) determina invero il denunziato vizio di ultrapetizione, posto che – allorquando la corte territoriale aveva statuito la legittimazione dell’attore ad agire per ottenere la reclamata tutela risarcitoria solo per la quota del 50% – la stessa si era pronunciata su una domanda ad essa non devoluta con i motivi di gravame.

In merito all’ulteriore motivo di doglianza, la Cassazione precisa che la domanda attorea si incentrava nella richiesta di un ristoro risarcitorio a fronte dell’allegato inadempimento della banca ai suoi obblighi informativi, e non già nella richiesta della risoluzione giudiziale dei contratti di acquisto, di talchè del tutto corretta risulta essere la disposta compensatio lucri cum damno.

Ed invero, la detrazione dal quantum debeatur del valore delle cedole incassate dall’investitore non deve essere intesa come la risultante di una domanda restitutoria conseguente alla risoluzione del vincolo contrattuale ex art. 1453 c.c. (domanda di cui si assume la mancata presentazione da parte della banca e dello stesso cliente), quanto piuttosto la più corretta determinazione della somma dovuta a titolo risarcitorio, a fronte dell’eccezione sollevata da parte dell’istituto di credito in ordine ad una ingiustificata locupletazione da parte del cliente che, diversamente opinando, avrebbe tratto un ristoro risarcitorio esagerato che non teneva in considerazione degli effetti economici positivi discendenti dalla negoziazione dei titoli, effetti che costituivano il “guadagno” comunque ottenuto dal cliente.

Per il che detta censura è ritenuta infondata.

 

 

Qui la pronuncia.

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