Riforma delle BCC: alla Consulta la parola sulla ragionevolezza dell’imposizione differenziata.



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Commento a Cass. Civ., Sez. V, 2 luglio 2020, n. 13484.

di Francesco Vantaggiato.

 

 

 

 

SOMMARIO: 1. Il quadro normativo e il caso. – 2. Irragionevolezza dell’imposizione differenziata dopo la conversione del decreto legge. – 2.1. Irrilevanza del carattere straordinario del prelievo. – 2.2. Vulnus alla concorrenza interna. – 3. Sguardo ad alcuni precedenti.

 

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1. Il quadro normativo e il caso.

Quando, nel 2016, il legislatore intese riformare il quadro normativo inerente alla forma e la struttura delle Banche di Credito Cooperativo, si puntava a superare talune problematiche di cui alla previgente disciplina di settore, derivanti tanto dal modello di attività (con riferimento, ad es., all’andamento dell’economia del territorio di riferimento), quanto dalle dimensioni ridotte della maggior parte delle banche di credito cooperativo. L’idea di rafforzare i patrimoni delle banche di credito cooperativo era, d’altronde, speculare all’esigenza di prevenire situazioni di crisi, “perseguendo l’obiettivo di porre il settore in grado di competere in un contesto Europeo caratterizzato da profondi mutamenti sul piano delle regole prudenziali, dell’attività di vigilanza e del livello di concorrenza[1].

Gli strumenti adottati in tale direzione furono essenzialmente due nel Decreto legge 14 febbraio 2016 n. 18, con scelta obbligatoria per gli istituti coinvolti di adesione ad uno dei seguenti modelli societari, fatto salvo altrimenti l’obbligo di scioglimento e liquidazione dell’istituto:

  1. La partecipazione ad un Gruppo bancario cooperativo (cd. GBC) con al vertice una capogruppo (holding) in forma di società per azioni, avente un patrimonio minimo di un miliardo di Euro e partecipata a maggioranza dalle stesse Banche cooperative affiliate, con ampi poteri di direzione e coordinamento delle stesse (ex artt. 37-bis e 37-ter TUB, quali inseriti dal D.L. n. 18 del 2016, art. 1, comma 5, come convertito dalla L. n. 49 del 2016). In tal caso, la Banca cooperativa affiliata avrebbe continuato ad operare secondo il proprio regime, senza conseguenze sul suo patrimonio in virtù dell’adesione al Gruppo;
  2. Con riguardo alle BCC aventi un patrimonio netto superiore a 200 milioni di euro al 31/12/2015, previa autorizzazione, la trasformazione in società per azioni, con la conseguenza di devolvere il patrimonio sociale ai fondi mutualistici, in virtù di quanto previsto dall’ultimo periodo del comma 3 dell’art. 2 del decreto in esame come modificato in sede di conversione, per effetto del quale “Resta fermo quanto previsto dal D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, art. 150-bis, comma 5, come modificato dal presente decreto“, secondo il cui ultimo periodo “(…) In tal caso, le riserve sono affrancate corrispondendo all’erario un’imposta straordinaria pari al venti per cento della loro consistenza”). Il versamento “si poneva quale strumento per l’affrancamento delle riserve che avrebbero dovuto essere altrimenti devolute ai Fondi mutualistici, venendo, in quel caso, a cessare del tutto, per effetto della volontaria trasformazione in società per azioni, l’ente di credito cooperativo e dunque la finalità di mutualità prevalente[2].

Tuttavia, in sede di conversione sono state apportate modifiche che hanno ridisegnato le modalità di esercizio della c.d. “way out” e incidendo sulle modalità di esercizio di quella che è venuta a configurarsi come un’ulteriore opzione. In particolare si è intervenuti sull’art. 150-bis, comma 5, TUB (Decreto Legislativo 1° settembre 1993, n. 385), che prima della legge di conversione, prevedeva: “Nei casi di fusione e trasformazione previsti dall’art. 36, nonchè di cessione di rapporti giuridici in blocco e scissione da cui risulti una banca costituita in forma di società per azioni, restano fermi gli effetti di devoluzione del patrimonio stabiliti dalla L. 23 dicembre 2000, n. 388, art. 17. Tali effetti non si producono se la banca di credito cooperativo che effettua le operazioni di cui al periodo precedente ha un patrimonio netto superiore a duecento milioni di Euro. In tal caso, le riserve sono affrancate corrispondendo all’erario un’imposta straordinaria pari al venti per cento della loro consistenza“.

Ebbene, in ordine al citato comma quinto, la legge di conversione n. 49 dell’8 aprile 2016, ha aggiunto (a mezzo dell’art. 2 del decreto legge) i commi 3-bis, 3-ter e 3-quater:

3-bis. In deroga a quanto previsto dal D.Lgs. 10 settembre 1993, n. 385, art. 150-bis, comma 5, la devoluzione non si produce per le banche di credito cooperativo che, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, presentino alla Banca d’Italia, ai sensi del D.Lgs. n. 385 del 1993, articolo 58, istanza, anche congiunta, di conferimento delle rispettive aziende bancarie ad una medesima società per azioni, anche di nuova costituzione, autorizzata all’esercizio dell’attività bancaria, purchè la banca istante o, in caso di istanza congiunta, almeno una delle banche istanti possieda, alla data del 31 dicembre 2015, un patrimonio netto superiore a duecento milioni di Euro, come risultante dal bilancio riferito a tale data, su cui il revisore contabile ha espresso un giudizio senza rilievi.

3-ter. All’atto del conferimento, la banca di credito cooperativo conferente versa al bilancio dello Stato un importo pari al 20 per cento del patrimonio netto al 31 dicembre 2015, come risultante dal bilancio riferito a tale data, su cui il revisore contabile ha espresso un giudizio senza rilievi.

3-quater. A seguito del conferimento, la banca di credito cooperativo conferente, che mantiene le riserve indivisibili al netto del versamento di cui al comma 3-ter, modifica il proprio oggetto sociale per escludere l’esercizio dell’attività bancaria e si obbliga a mantenere le clausole mutualistiche di cui all’art. 2514 c.c., nonché ad assicurare ai soci servizi funzionali al mantenimento del rapporto con la società per azioni conferitaria, di formazione e informazione sui temi del risparmio e di promozione di programmi di assistenza. Non spetta ai soci il diritto di recesso previsto dall’art. 2437 c.c., comma 1, lett. a). In caso di inosservanza degli obblighi previsti dal presente comma e dai commi 3-bis e 3-ter, il patrimonio della conferente o, a seconda dei casi, della banca di credito cooperativo è devoluto ai sensi della L. 23 dicembre 2000, n. 388, art. 17[3]. In caso di mancato ottenimento delle autorizzazioni indicate al comma 3-bis entro il termine stabilito dal comma 1, la banca di credito cooperativo può chiedere l’adesione a un gruppo cooperativo già costituito entro i successivi novanta giorni. In caso di diniego dell’adesione si applica il comma 3“.

Dal sistema finale emerso dalla riforma è emersa, perciò, come notato dalla Corte di Cassazione nell’ordinanza in commento, una “terza opzione, in cui l’ente cooperativo persiste, ma, a seguito del conferimento dell’azienda bancaria in società per azioni di nuova costituzione, muta il proprio oggetto sociale, continuando a perseguire la propria prevalente finalità mutualistica attraverso il pacchetto azionario partecipato nella società per azioni di nuova costituzione per effetto del conferimento in essa dell’azienda bancaria, con i relativi limiti nella distribuzione degli utili”.

I dubbi di carattere costituzionale, in particolare sulla ragionevolezza della scelta legislativa ex artt. 3 e 53 Cost. e sulla coerenza con gli obiettivi della riforma stessa, sono allora sorti nell’analisi della conservazione del prelievo sul patrimonio netto dell’Ente, pur essendo venuti meno, con la conversione in legge, i presupposti a cui era stato riferito.

Nel caso di specie, affrontato da Cass. civ., Sez. V, Ord., (ud. 05-11-2019) 02-07-2020, n. 13484, la questione è sorta in conseguenza dell’opzione di cui al D.L. 14 febbraio 2016, n. 18, art. 2, comma 3-bis (convertito con modificazioni dalla L. 8 aprile 2016, n. 49), la c.d. “way out”, da parte dell’Ente xxxxxx Società Cooperativa per Azioni (già Banca di Credito Cooperativo di xxxxxxx Società Cooperativa per Azioni), conferendo l’azienda bancaria in una società per azioni e modificando lo statuto in modo da escludere l’esercizio dell’attività bancaria e mantenendo nel contempo le clausole mutualistiche di cui all’art. 2514 c.c..

L’Ente cooperativo formulò, dapprima, istanza di rimborso alla Direzione provinciale di Firenze e alla Direzione Regionale dell’Agenzia delle Entrate, impugnando quindi il silenzio – rifiuto formatosi su detta istanza dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Firenze. Dopo il rigetto del ricorso da parte della Commissione provinciale, anche la Commissione tributaria Regionale della Toscana, con sentenza n. 2245/4/2018 respinse le doglianze dell’Ente.

Nel ricorso per cassazione l’Ente xxxxxxx ha proposto quindi dieci motivi, con i quali si deduceva l’incompatibilità della disciplina normativa con il diritto primario e secondario dell’Unione Europea, con richiesta (in via subordinata all’istanza di disapplicazione della normativa suddetta nella parte in cui subordina l’esercizio della succitata opzione al versamento dell’imposta sopra indicata) di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Si chiedeva, altresì, di sollevare questione di legittimità costituzionale in relazione agli artt. 3, 42, 45 e 53 Cost. oltre all’art. 1 del Protocollo n. 1 addizionale alla Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo in tema di protezione della proprietà e, ancora, in relazione agli artt. 45, 47 e 77 Cost.; infine, con riferimento agli artt. 41 e 117 Cost. nonché 16 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea a presidio del principio della libera concorrenza.

 

2. Irragionevolezza dell’imposizione differenziata dopo la conversione del decreto legge.

Nel descritto quadro normativo e fattuale si inseriscono le interessanti osservazioni svolte dalla Suprema Corte di Cassazione, nell’ordinanza n. 13484 depositata il 2 luglio 2020, in merito alla ragionevolezza della imposizione scaturente dalla citata riforma in caso, come sopra visto, di cd. “way out”.

In via preliminare, gli Ermellini hanno dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale afferente all’art. 42 Cost., terzo comma, anche con riferimento all’art. 1 del Protocollo n. 1 Addizionale alla CEDU, in tema di protezione della proprietà, poiché non è stata ravvisata la natura espropriativa del prelievo in esame. Ed infatti, ciò discende dalla volontarietà dell’adesione alla terza opzione consentita dalla riforma e del conseguente esborso.

I dubbi, fondati, sulla legittimità costituzionale dell’imposizione nascono, invece, da un altro elemento cruciale: come già evidenziato dalla CTR, ciò “che impedisce l’attribuzione al tributo in esame della suddetta natura di imposta sul patrimonio netto dell’impresa, è da cogliere in relazione all’individuazione della base imponibile, rappresentata da una percentuale (pari al 20%) del patrimonio netto, ad una data specifica (31 dicembre 2015), sganciata da quella della cessione dell’azienda bancaria”. In proposito la Suprema Corte di Cassazione esclude anche che “il prelievo colpisca il conferimento dell’azienda bancaria da parte della Banca di credito cooperativo nella società per azioni di nuova costituzione, operazione di cui, già in virtù della disciplina nazionale di riferimento (art. 176 TUIR), è previsto lo svolgimento in regime di neutralità fiscale”.

L’imposizione scaturente per il caso de quo non è neanche giustificabile in base alla tesi difensiva dell’Agenzia delle Entrate secondo cui sarebbe calibrata sulla detassazione degli utili di cui ha fruito la Banca di credito cooperativo, attraverso un prelievo sul patrimonio netto, in ragione della rilevante consistenza quale specifico indice di capacità contributiva (poiché si è formato il patrimonio della Banca anche grazie alle agevolazioni fiscali godute D.P.R. 29 settembre 1973, n. 601, ex art. 14, in relazione alla normativa settoriale di riferimento). Secondo la Corte di Cassazione, tale assunto era in linea con la configurazione del prelievo secondo l’originaria formulazione del D.L. n. 18 del 2016, in cui il versamento era strumento per l’affrancamento delle riserve che avrebbero dovuto essere altrimenti devolute ai Fondi mutualistici.

La difesa erariale non ha tenuto conto, in sostanza, della mutata situazione nel caso della cd. terza opzione “in cui l’ente cooperativo persiste, ma, a seguito del conferimento dell’azienda bancaria in società per azioni di nuova costituzione, muta il proprio oggetto sociale, continuando a perseguire la propria prevalente finalità mutualistica attraverso il pacchetto azionario partecipato nella società per azioni di nuova costituzione per effetto del conferimento in essa dell’azienda bancaria, con i relativi limiti nella distribuzione degli utili”.

Orbene, la conservazione del prelievo sul patrimonio netto dell’Ente, in carenza degli originari presupposti non è ritenuto dall’ordinanza in esame coerente con la ratio della riforma sotto il profilo della ragionevolezza della scelta legislativa, in relazione al parametro costituzionale di cui all’art. 3 Cost.  in una all’art. 53 Cost. (dacché la capacità contributiva deve essere informata a criteri di progressività, in quanto specificazione settoriale del più ampio principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., in spirito di solidarietà politica, economica e sociale, come statuito da Corte Cost. 11 ottobre 2012, sent. n. 223 e Corte Cost. 17 luglio 2001, ord. n. 258).

Premessa la finalità della riforma di rimediare all’incapacità delle banche di credito cooperativo di fare affidamento sulla tradizionale risorsa, propria del settore, dell’autofinanziamento per le esigenze di patrimonializzazione e della privilegiata opzione dell’adesione al GBC onde favorire la permanenza sul mercato, in regime di libera concorrenza, l’adesione alla differente e legittima opzione della cd. way out non può, secondo la Corte di Cassazione, far assoggettare la Banca cooperativa al versamento del tributo nella misura stabilita, in difetto dell’originario presupposto di cui alla formulazione del decreto ante legge di conversione. Una siffatta imposizione contrasta con i suddetti parametri costituzionali, poiché l’ente, attraverso il conferimento dell’azienda bancaria nella società per azioni di nuova costituzione, benché trasformato, “continua ad operare nel settore della mutualità prevalente attraverso il possesso delle azioni nella società conferitaria partecipata, secondo un modus operandi già riconosciuto dall’ordinamento”.

Pertanto, l’eccezione di legittimità costituzionale è ritenuta non manifestamente infondata in relazione agli artt. 3 e 53 Cost., poiché manca, in concreto, uno specifico indice di capacità contributiva idoneo a spiegare la destinazione del prelievo alla fiscalità generale. D’altronde, la Corte ricorda che le imposizioni differenziate non sono in sé vietate dall’ordinamento ma devono pur sempre ancorarsi a una adeguata giustificazione obiettiva, che deve essere coerentemente proporzionalmente e ragionevolmente tradotta nella struttura dell’imposta.

 

2.1 Irrilevanza del carattere straordinario del prelievo.

Nell’ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale, inoltre, si ritiene inidoneo a giustificare la dedotta imposizione il carattere straordinario del prelievo in quanto posto nell’ambito di una disciplina di carattere transitorio. Infatti, anche in tal caso si è in difetto di esplicitazione di specifiche esigenze solidaristiche legittimanti l’attribuzione alla fiscalità generale: dalla lacuna in esame discende l’oggettivo contrasto, paradossalmente, con la stessa esigenza di consolidamento della struttura del credito cooperativo. In altri termini, si colpisce un ente “che pur a seguito delle modifiche statutarie, conserva la sua natura di cooperativa a mutualità prevalente cui, anche a livello Europeo, viene tradizionalmente riconosciuta una ridotta capacità contributiva (cfr. CGUE 8 settembre 2011, cause riunite C-78/08 e C-80/08)”.

Sul punto, per di più, il Supremo Consesso giudica non pertinente il richiamo svolto dalla Commissione tributaria Regionale a Cass. civ., Sez. 5, 12 agosto 2004, n. 15637 (in senso conforme anche Cass. civ., Sez. 5, 10 dicembre 2009, n. 25872) in ordine alla legittimità dell’imposta sul patrimonio netto delle imprese istituita dal D.L. 30 settembre 1992, n. 394, art. 1 (convertito, con modificazioni, dalla L. 26 novembre 1992, n. 461, successivamente abolita dal D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 36 con effetto dal primo gennaio 1998). Da un lato la diversità dei presupposti delle due relative imposizioni, dall’altro lato la considerazione che in quella precedente sede se ne era valutata la sola compatibilità con il diritto secondario dell’Unione (Direttiva del Consiglio n. 69/335/CEE (modificata nella Direttiva 10 giugno 1985, n. 85/303/CEE), e non invece direttamente con i parametri costituzionali.

 

2.2. Vulnus alla concorrenza interna.

La Suprema Corte di Cassazione ha, altresì, affermato la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale delle norme in questione in relazione agli artt. 41, 45 e 47 Cost., sulla tutela della libertà dell’iniziativa economica privata, della concorrenza (in particolar modo) e del risparmio.

In riferimento al principio di libertà dell’iniziativa economica privata ex art. 41 Cost., comma 1, , che trova oggi conforto anche nell’art. 16 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e già principio fondante del diritto dell’Unione Europea (cfr. l’art. 3 TFUE, comma 3, e gli artt. 101, 102, 120 e 173 del suddetto Trattato), a seguito dell’evoluzione ermeneutica del principio va rilevato che esso è anche base costituzionale del principio di tutela della concorrenza e del mercato, fermo restando il vitale ruolo della clausola generale del rispetto del limite dell’utilità sociale, nella sua elasticità, nel quadro del relativo bilanciamento d’interessi. Va, peraltro, ricordato che la Corte Costituzionale ha posto in luce la coincidenza della nozione interna di concorrenza con quella dell’ordinamento comunitario (così Corte Cost. 22 luglio 2010, n. 270, par. 8, nel richiamare anche le precedenti decisioni n. 45 del 12 febbraio 2010, n. 430 del 14 dicembre 2007 e n. 12 del 13 gennaio 2004)[4].

Tenuto conto di quanto appena esposto, nell’ottica del bilanciamento del suddetto principio con altri valori della Carta Costituzionale, la Corte, “alla stregua di quanto sopra esposto in ordine alla stessa linea ispiratrice della riforma delle banche di credito cooperativo, tesa ad assicurare l’effettivo sviluppo della concorrenza sul mercato unico Europeo nel quadro comunque del consolidamento dell’intera struttura del credito cooperativo”, rinviene la chiave di lettura del bilanciamento “nel riconoscimento, a livello costituzionale, da parte dell’art. 45 Cost., comma 1, della funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata” .

Gli Ermellini, premesso tale ragionamento, ritengono, pertanto, la immutata imposizione in diretto contrasto con lo stesso riconoscimento costituzionale della funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata alla luce della perdita di prelievo, post conversione in legge dell’originario decreto, della funzione di affrancamento delle riserve altrimenti da devolvere ordinariamente ai fondi mutualistici. L’obiezione della Corte è svolta con determinazione poiché “si rileva che ad essere colpita dall’imposizione è proprio quella banca dotata di caratteristiche di rilievo patrimoniali tali da assicurare di per sè il rispetto di quei requisiti strutturali tali da garantirne la capacità competitiva sul relativo settore di mercato senza perdere nel contempo lo specifico collegamento col territorio di riferimento, a prescindere quindi dall’adesione al GBC pure ipotizzata dal legislatore come la via maestra della riforma del settore del credito cooperativo”.

La Corte di Cassazione, poi, individua una ulteriore nota dolente in riferimento al principio della concorrenza e, segnatamente, in relazione alla capacità di erogare credito da parte dell’azienda neonata, poiché le riserve restano indivisibili, giusta il disposto dell’art. 2545-ter c.c.: ciò si verifica a differenza di quanto previsto nell’originaria formulazione della norma a fronte della trasformazione dell’originaria banca di credito cooperativo in società per azioni, con veste lucrativa.

Infine, il prelievo in questione, pare anche contrastare con il principio della tutela del risparmio, ex art. 47 Cost., comma 1, in base al quale la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme. Sebbene tale principio non impedisca al legislatore ordinario di emanare norme volte a disciplinare il gettito delle entrate, esso comunque incontra il “limite della vera e propria contraddizione o compromissione di detto principio” (così Corte Cost. 4 maggio 1995, sentenza n. 143)[5]. Tale contraddizione è ritenuta insita nel caso di specie alla luce della previsione del tributo al quale è stata subordinata l’adesione ad un modulo societario piuttosto che ad un altro nell’ambito dello stesso settore del credito cooperativo, settore generalmente interessato da analoghe esigenze di rafforzamento patrimoniale e di capitalizzazione: si cita non a caso in proposito, infatti, la sentenza della Corte costituzionale n. 99/2018, con cui è stata riconosciuta la legittimità costituzionale del D.L. n. 33 del 2015, art. 1 (convertito con modificazioni, nella L. n. 33/2015), con riferimento, in deroga alle norme ordinarie, alla limitazione del diritto del socio in caso di recesso al rimborso delle azioni.

 

3. Sguardo ad alcuni precedenti.

In attesa che si esprima la Consulta sui dubbi di legittimità avanzati dalla Suprema Corte di Cassazione, è doveroso sottolineare che dato il carattere transitorio della normativa impugnata, la norma in questione si riverbererà di fatto esclusivamente sul caso di specie poiché solo l’Ente superò il vaglio dell’Autorità di Vigilanza, mentre altre due Banche cooperative non ebbero la necessaria approvazione[6]. Tuttavia, la decisione della Corte Costituzionale si rileverà ugualmente interessante poiché potrebbe costituire l’opportunità[7] per potersi esprimere in generale sul criterio di ragionevolezza dell’imposizione differenziata, da un lato, e sulla consistenza della tutela attribuita dall’ordinamento alle banche di credito cooperativo.

In tema di clausole di sfavore nei confronti delle banche popolari e dei suoi soci a fronte di un interesse generale, può essere utile, ad esempio, ricordare quanto affermato dalla Consulta nella sentenza 15.05.2018, ud. 20.03.2018, n. 99, in cui il Giudice delle leggi ha ritenuto legittimi i limiti al rimborso del recedente – previsti dall’art. 1 del D.L. n. 3 del 24 gennaio 2015 – sulla disciplina delle banche popolari, anche a seguito di trasformazione in s.p.a. o di esclusione del socio. Il Consiglio di Stato, quale Giudice rimettente, dubitava della legittimità dell’art. 1 D.L. n. 3/2015 “nella parte in cui prevede che, disposta dall’assemblea della banca popolare la trasformazione in società per azioni secondo quanto previsto dal nuovo testo dell’art. 29, comma 2-ter, del D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, il diritto al rimborso delle azioni al socio che a fronte di tale trasformazione eserciti il recesso possa essere limitato (anche con la possibilità, quindi, di escluderlo tout court), e non, invece, soltanto differito entro limiti temporali predeterminati dalla legge e con previsione legale di un interesse corrispettivo” per il ritardo nel rimborso. Sotto il detto profilo, la norma avrebbe potuto violare gli artt. 41, 42 e 117, primo comma, Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 1 del protocollo addizionale alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU).

La Consulta rigettò i dubbi di legittimità costituzionale escludendo anche l’incompatibilità con l’art. 1 del protocollo addizionale alla CEDU poiché la disciplina contestata rispettava “le condizioni alle quali, in base alla giurisprudenza della Corte EDU, l’ingerenza di un’autorità pubblica nel pacifico godimento di un bene è giudicata compatibile con la tutela convenzionale della proprietà, ossia che essa sia legittima, necessaria per la tutela di un interesse generale e proporzionata (ex plurimis, Corte Europea dei diritti dell’uomo, sentenza 17 novembre 2015, Preite contro Italia; sentenza 31 maggio 2011, Maggio contro Italia; sentenza 23 settembre 1982, S. e L. contro S.)”. Infatti, la disciplina, oltre a rispettare le regole prudenziali Europee in materia, “appare necessaria al perseguimento dei superiori interessi pubblici alla stabilità del sistema bancario e finanziario e tanto più appare tale nel caso delle banche popolari nel quale il rischio di recessi in grande numero e di rimborsi conseguentemente di ampie dimensioni può mettere gravemente a repentaglio la stabilitàdelle banche interessate e, con esse, dell’intero sistema. La disposizione censurata risulta inoltre proporzionata al fine da realizzare, bilanciando in maniera non irragionevole le esigenze dell’interesse generale della comunità e la tutela dei diritti fondamentali della persona, e ciò senza oneri individuali eccessivi”. È fondamentale, ictu oculi, notare come nel caso di specie l’esigenza di tutela di superiori interessi pubblici individuati nella stessa stabilità del sistema bancario (di tipo popolare e non) fosse ben evincibile dalla disciplina impugnata ed idonea a giustificare la compressione di tutela dei diritti asseritamente lesi, oltre che proporzionata e bilanciata.

            Più in generale, con riferimento alla ragionevolezza dell’adozione da parte del legislatore di meccanismi di imposizione differenziata, la Corte Costituzionale ha avuto modo di pronunciarsi, tra le altre, nella sentenza 11.02.2015 (ud. 13.01.2015), n. 10. Precisamente, in quella sede fu ritenuta non conforme agli artt. 3 e 53 Cost. la maggiorazione dell’aliquota IRES gravante su determinati operatori dei settori energetico, petrolifero e del gas, come configurata dall’art. 81, commi 16, 17 e 18, del D.L. n. 112 del 25 giugno 2008 (e successive modificazioni). Fu rammentato, allora, come in numerosi casi è stato ritenuto legittimo un temporaneo inasprimento dell’imposizione tributaria, ad esempio con riferimento a determinati settori produttivi o a determinate tipologie di redditi e cespiti, come pure hanno superato il vaglio della Consulta diverse ipotesi di differenziazione tributaria per settori economici o per tipologie di reddito con carattere strutturale[8]. Infatti, ivi si rimarca una volta in più, riprendendo l’ordinanza 24 luglio 2000 n. 341 e la sentenza 8 ottobre 2012, n. 223, che “la Costituzione non impone affatto una tassazione fiscale uniforme, con criteri assolutamente identici e proporzionali per tutte le tipologie di imposizione tributaria”; piuttosto essa esige “un indefettibile raccordo con la capacità contributiva, in un quadro di sistema informato a criteri di progressività, come svolgimento ulteriore, nello specifico campo tributario, del principio di eguaglianza, collegato al compito di rimozione degli ostacoli economico-sociali esistenti di fatto alla libertà ed eguaglianza dei cittadini-persone umane, in spirito di solidarietà politica, economica e sociale (artt. 2 e 3 della Costituzione)”. Da oltre un ventennio, d’altronde, il controllo della Corte Costituzionale in ordine alla lesione dei principi di cui all’art. 53 Cost., come specificazione del fondamentale principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., è inteso quale “giudizio sull’uso ragionevole, o meno, che il legislatore stesso abbia fatto dei suoi poteri discrezionali in materia tributaria, al fine di verificare la coerenza interna della struttura dell’imposta con il suo presupposto economico, come pure la non arbitrarietà dell’entità dell’imposizione” (sentenza n. 111 del 9-22 aprile 1997).

E’, infine, interessante riportare alla memoria un ulteriore principio espresso dal Giudice delle leggi, in particolare nella sentenza 8 ottobre 2012, n. 223[9], sull’imposizione differenziata, in pejus, a carico di magistrati e dirigenti pubblici, laddove si affermò: “Nella specie, pure considerando al giusto la discrezionalità legislativa in materia, la norma impugnata si pone in evidente contrasto con gli articoli 3 e 53 Cost. L’introduzione di una imposta speciale, sia pure transitoria ed eccezionale, in relazione soltanto ai redditi di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione víola, infatti, il principio della parità di prelievo a parità di presupposto d’imposta economicamente rilevante”.

            In conclusione, alla luce delle predette pronunce in tema di ragionevolezza sull’imposizione differenziata e sulla rilevanza costituzionale del credito cooperativo, non può che presumersi, dunque, che, indipendentemente dalla natura eccezionale della imposta prevista per il caso della cd. “way out” delle BCC in questione (rectius, del solo Ente xxxxxx, a quanto risulta), l’imposizione risultante nel caso di specie sia costituzionalmente illegittima. Infatti, va constatata la parità di presupposto d’imposta economicamente rilevante prima e dopo la formale trasformazione del modello societario delle BCC, laddove – proprio per effetto della normativa censurata – non poteva mutare il profilo della mutualità prevalente (a differenza della versione originaria del decreto legge).

In merito, da ultimo, all’esigenza di tutela di superiori interessi pubblici quali la stabilità del sistema bancario di tipo popolare, non paiono prospettabili soluzioni differenti. In tal proposito, invero, l’imposizione differenziata sfavorevole costituisce di fatto – nella peculiare “terza via” oggetto di vaglio costituzionale –  un ulteriore ostacolo in più alla stessa stabilità della BCC coinvolta poiché, a differenza del caso di cui alla sentenza 15.05.2018, ud. 20.03.2018, n. 99, l’imposta grava sulla stessa banca popolare – che la normativa intendeva stabilizzare – e non limita sic et simpliciter il diritto al rimborso del socio recedente.

 

Qui la pronuncia.


[1] In questi termini l’ordinanza in commento, par. 12.

[2] Così nell’ordinanza in commento, par. 18.

[3] In merito al citato art. 17, pare opportuno riportare quanto ricordato dalla sentenza in commento in ordine alla sua legittimità costituzionale: “12.4. Detta ultima disposizione, riconosciuta costituzionalmente legittima quale norma d’interpretazione autentica da Corte Cost. 23 maggio 2008, n. 170, aveva previsto che allo stesso obbligo di devoluzione di cui al D.Lgs., art. 26. Capo provvisorio dello Stato 14 dicembre 1947, n. 1577, ratificato, con modificazioni, dalla L. 2 aprile 1951, n. 302, art. 11, comma 5, della L. 31 gennaio 1992, n. 59, dovessero intendersi soggette le stesse società cooperative e loro consorzi nei casi di fusione e trasformazione (ove non vietati dalla normativa vigente) in enti diversi dalle cooperative per le quali vigono le clausole di cui al citato art. 26, nonchè in caso di decadenza dai benefici fiscali. La Corte costituzionale aveva, in particolare, chiarito che la ratio del succitato L. n. 388 del 2000, art. 17, è quella di “garantire che i benefici conseguiti grazie alle agevolazioni previste per incentivare lo scopo mutualistico non siano destinati allo svolgimento di un’attività priva di tale carattere e, comunque, non siano fatti propri da coloro che ne hanno fruito”. Ulteriori dubbi erano stati espressi sulla ragionevolezza dell’entità del prelievo finalizzato all’affrancamento delle riserve, se rapportato all’incidenza del complesso delle agevolazioni fiscali godute che avevano contribuito alla formazione del patrimonio della banca di credito cooperativo che avesse optato per la trasformazione in società per azioni”.

[4] In particolare, si legge in Corte Cost., Sent., (ud. 22.06.2010) 22.07.2010, n. 270: “Le più recenti decisioni di questa Corte, dopo la modifica dell’art. 117 Cost. ad opera della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione) e la previsione della «tutela della concorrenza» come materia attribuita alla competenza legislativa esclusiva dello Stato, hanno posto in luce che la nozione interna di concorrenza riflette «quella posta dall’ordinamento comunitario» (sentenze n. 45 del 2010, n. 430 del 2007 e n. 12 del 2004). In particolare, si è rilevato che detta locuzione «comprende, tra l’altro, interventi regolatori che a titolo principale incidono sulla concorrenza, quali: le misure legislative di tutela in senso proprio, che hanno ad oggetto gli atti ed i comportamenti delle imprese che influiscono negativamente sull’assetto concorrenziale dei mercati e ne disciplinano le modalità di controllo, eventualmente anche di sanzione; le misure legislative di promozione, che mirano ad aprire un mercato o a consolidarne l’apertura, eliminando barriere all’entrata, riducendo o eliminando vincoli al libero esplicarsi della capacità imprenditoriale e della competizione tra imprese, in generale i vincoli alle modalità di esercizio delle attività economiche. In tale maniera, vengono perseguite finalità di ampliamento dell’area di libera scelta sia dei cittadini, sia delle imprese, queste ultime anche quali fruitrici, a loro volta, di beni e di servizi» (sentenze n. 430 e n. 401 del 2007). «Si tratta, in altri termini, dell’aspetto più precisamente di promozione della concorrenza, che è una delle leve della politica economica del Paese» (sentenze n. 80 del 2006, n. 242 del 2005, n. 175 del 2005 e n. 272 del 2004)”.

[5] Cfr. Corte Cost., (ud. 04.05.1995) 4.05.1995, sentenza n. 143: «Venendo, infine, alla censura relativa alla presunta violazione dell’art. 47 della Costituzione, per non aver tutelato e incoraggiato il risparmio, è sufficiente rammentare che l’invocato precetto costituzionale – come la Corte ha già avuto occasione di rilevare – contiene soltanto un principio programmatico al quale deve ispirarsi il legislatore ordinario, ma non può certo impedire al medesimo di emanare, in materia finanziaria, quelle norme giuridiche che siano volte a disciplinare il gettito delle entrate, con l’unico limite della vera e propria contraddizione o compromissione dell’anzidetto principio.».

[6] In tal senso v. M. Bindelli, Bcc e Cambiano, cosa cambia dopo la Cassazione, 2020, su startmag.it.

[7] Laddove, si intende, la Corte si esprimesse nel merito, superato il vaglio di ammissibilità e rilevanza.

[8] Nella citata Corte Cost. sentenza 11.02.2015 (ud. 13.01.2015), n. 10, si rinvengono diversi sulle due ipotesi. Per il primo caso «basti menzionare la sovraimposta comunale sui fabbricati (sentenza n. 159 del 1985), l’imposta straordinaria immobiliare sul valore dei fabbricati (sentenza n. 21 del 1996), il tributo del sei per mille sui depositi bancari e postali (sentenza n. 143 del 1995), il contributo straordinario per l’Europa (ordinanza n. 341 del 2000)”. Per la seconda ipotesi “Si può, a titolo esemplificativo, ricordare l’addizionale sulle remunerazioni in forma di bonus e stock options, ritenuta tutt’altro che irragionevole, arbitraria o ingiustificata da questa Corte con la sentenza n. 201 del 2014; ovvero la normativa esaminata con la sentenza n. 21 del 2005, in cui la Corte ha giudicato che la previsione di aliquote dell’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) differenziate per settori produttivi e per tipologie di soggetti passivi fosse sorretta da non irragionevoli motivi di politica economica e redistributiva, individuati principalmente nell’esigenza di neutralizzare tanto il maggiore impatto del nuovo tributo sui settori agricolo e della piccola pesca, quanto il minore impatto del medesimo sui settori bancario, finanziario e assicurativo, i quali, non ingiustificatamente, sono stati assoggettati ad una maggiore aliquota.».

[9] Trattavasi del giudizio di legittimità costituzionale, promosso dai TAR per la Campania, Piemonte, Sicilia, Abruzzo, Veneto, Trento, Umbria, Sardegna, Liguria, Calabria, Emilia-Romagna e Lombardia, nei confronti degli articoli 9, commi 2, 21 e 22 e 12, commi 7 e 10 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, inerente i tagli agli stipendi ai magistrati e ai dirigenti pubblici.

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