Infondatezza della richiesta della Banca di un atto di acquiescenza al testamento da parte di un legittimario (pretermesso) del defunto.



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Nota a ABF, Collegio di Milano, 25 giugno 2020, n. 11418.

di Donato Giovenzana

 

Il ricorso verte sostanzialmente sulla valutazione del comportamento dell’intermediario, e in particolare della sua decisione di non consentire il subentro della cliente/ricorrente nel rapporto di mutuo già intestato al defunto e di non liquidare le somme a credito di due conti correnti aperti presso l’intermediario stesso; la ricorrente e il defunto risultano essere stati contitolari dei rapporti bancari in questione.

L’intermediario non ha consentito il subingresso della ricorrente nei rapporti del defunto alla luce del rischio che il padre del defunto, quale legittimario pretermesso, possa successivamente reclamare la propria qualità di erede. Ha richiesto quindi un atto di acquiescenza alla successione da parte di quest’ultimo tramite il quale lo stesso rinunciasse all’esercizio delle specifiche azioni che la legge riconosce a tutela dei suoi diritti ereditari, posto che nel testamento del de cuius è nominata erede universale la ricorrente; in alternativa l’intermediario ha richiesto un’istanza di liquidazione sottoscritta dalla ricorrente e dall’erede legittimario.

La domanda della ricorrente di accertamento del suo diritto di subentrare, in qualità di unica erede universale, nei rapporti bancari del defunto (di cui era già cointestataria) risulta, ad avviso del Collegio, meritevole di accoglimento.

Infatti, di recente il Collegio di Coordinamento (decisione n. 27252/2018), sulla scia dell’ordinanza della Corte di Cassazione n. 27417 del 20/11/2017 (per la quale il coerede può far valere il credito del de cuius nella sua interezza senza che sia necessario che dimostri di agire anche nell’interesse degli altri coeredi e quindi della comunione), ha affermato che “il singolo coerede è legittimato a far valere davanti all’ABF il credito del de cuius [nei confronti dell’intermediario] caduto in successione sia limitatamente alla propria quota, sia per l’intero, senza che l’intermediario resistente possa eccepire l’inammissibilità del ricorso deducendo la necessità del litisconsorzio né richiedere la chiamata in causa degli altri coeredi. Il pagamento compiuto dall’intermediario resistente a mani del coerede ricorrente avrà efficacia liberatoria anche nei confronti dei coeredi che non hanno agito, i quali potranno far valere le proprie ragioni solo nei confronti del medesimo ricorrente”.

Alla stregua di quanto sopra il singolo coerede, indipendentemente da qualsivoglia concorrente volontà degli altri eredi, può pretendere la liquidazione dell’intero credito ereditario, senza che il debitore, ossia l’intermediario, possa eccepire e richiedere l’intervento di tutti gli eredi, dovendosi in ogni caso ritenere che il pagamento compiuto dall’intermediario resistente a mani del coerede ricorrente avrà efficacia liberatoria anche nei confronti dei coeredi che non hanno agito.

Per l’Abf di Milano, il principio espresso dal Collegio di Coordinamento risulta applicabile anche al caso di specie, a maggior ragione se si considera che, per il prevalente orientamento dell’Arbitro, al legittimario pretermesso, in assenza del vittorioso esperimento dell’azione di riduzione, non spetta la qualifica di “erede” (cfr. Coll. Milano, n. 25531/2019, Coll. Roma, n. 27111/2018; Coll. Bologna, n. 6839/2017, nel senso della mancanza, in capo al legittimario pretermesso, della qualifica di “successore a qualunque titolo” ai fini dell’esercizio del diritto previsto dall’articolo 119, comma 4, del TUB[1], nonché della mancanza della legittimazione attiva a far valere pretese restitutorie basate sul titolo ereditario, non trovandosi il legittimario pretermesso nella situazione di aspettativa giuridicamente tutelata propria dell’erede o del chiamato all’eredità e potendo solo esercitare le azioni di riduzione previste dalla legge. Per il principio secondo cui il legittimario pretermesso, fino all’eventuale vittorioso esperimento dell’azione di riduzione, non vanta alcun diritto quale erede, v. anche Cass. n. 12221/2014 e Cass. n. 12632/1995). 

Sotto questo profilo, le stesse intese contrattuali in essere col defunto invocate a difesa dall’intermediario depongono, invero, a favore della pretesa della ricorrente. Tali intese, infatti, prevedevano fra l’altro che “nel caso di morte…di uno dei cointestatari, l’altro può disporre separatamente sul rapporto, nei limiti della quota di sua pertinenza, che si presume essere pari al 50% (cinquanta per cento) del saldo del conto. Gli eredi del cointestatario deceduto, congiuntamente…possono invece disporre separatamente della quota di pertinenza…del cointestatario deceduto…che si presume essere pari al 50% (cinquanta per cento) del saldo del conto”.

Posto che, come detto, la ricorrente risulta essere, allo stato, l’unica erede del defunto e il padre del de cuius non ha alcun titolo di erede, non vi sono ragioni per negare alla prima il subentro nella quota di pertinenza del defunto medesimo. A rafforzamento delle superiori considerazioni si consideri che nei precedenti dell’Abf (comunque anteriori alla pronuncia indicata del Collegio di Coordinamento) in cui si è ritenuto che la banca non fosse tenuta a soddisfare le richieste di svincolo del saldo attivo di conto corrente da parte dell’erede testamentario (v. Coll. Milano, nn. 2012/2012, 629/2013; 3626/2013; Coll. Roma, n. 3902/2013), risultava formalizzata l’opposizione da parte dei legittimari pretermessi e promosso un procedimento giudiziale volto a invalidare le disposizioni testamentarie, ciò che non risulta assolutamente nel caso di specie.

 

Qui la decisione.


[1] Detto orientamento invero ha subito – nel corso del 2020 – una profonda revisione, in virtù di alcune significative decisioni dell’Abf sia di Roma che di Milano stessa, peraltro tutte commentate proprio su “Diritto del Risparmio” (Cfr. a) “Il diritto del legittimario pretermesso all’accesso alla documentazione bancaria, con riferimento all’art. 119 TUB ed al d.lgs 196/2003” – Nota a ABF, Collegio di Milano, 7 febbraio 2020, n. 1966 di Donato Giovenzana; b) “L’ambito soggettivo di applicazione dell’art. 119, comma 4, T.U.B e, segnatamente, la sua estendibilità al legittimario pretermesso” – Nota a ABF, Collegio di Roma, 29 aprile 2020, n. 7843 di Donato Giovenzana; c) “I diritti successori del coniuge separato del de cuius, intestatario di rapporti con la banca, pretermesso testamentariamente, in riferimento all’art. 119, co. 4, TUB” – Nota a ABF, Collegio di Roma, 6 aprile 2020, n. 6333 di Donato Giovenzana), in guisa delle quali “Secondo l’Abf ……, nella decisione della controversia in argomento viene in soccorso la decisione n. 11554/2017 della Cassazione che stabilisce quanto segue:   “La richiamata disposizione dell’art. 119, viene a porsi tra i più importanti strumenti di tutela che la normativa di trasparenza – quale attualmente stabilita nel testo unico bancario vigente (“trasparenza delle condizioni contrattuali e dei rapporti con i clienti”, secondo la formale intitolazione del titolo VI di tale legge) – riconosca ai soggetti che si trovino a intrattenere rapporti con gli intermediari bancari. Come è stato rilevato, con tale norma la legge dà vita a una facoltà che non è soggetta a restrizioni (diverse, naturalmente, da quelle previste nella stessa disposizione dell’art. 119) e con cui viene a confrontarsi un dovere di protezione in capo all’intermediario, per l’appunto consistente nel fornire degli idonei supporti documentali alla propria clientela, che questo supporto venga a richiedere e ad articolare in modo specifico. Un dovere di protezione idoneo a durare, d’altro canto, pure oltre l’intera durata del rapporto, nel limite dei dieci anni a seguire dal compimento delle operazioni interessate”.   In detto contesto normativo e giurisprudenziale, il Collegio ABF di Milano ritiene che la formulazione del comma IV dell’art. 119 TUB, il quale riconosce il diritto di ottenere copia della documentazione bancaria sia al cliente, sia a “colui che gli succede a qualunque titolo” (oltre che a “colui che subentra nell’amministrazione dei suoi beni”) debba necessariamente essere intesa in senso ampio, come puntualizzato dalla Suprema Corte nella decisione citata, così da ricomprendere non solo l’erede, ma anche il chiamato all’eredità o comunque chi – come il ricorrente il quale, figlio del de cuius, nel caso di specie assume la posizione dell’erede legittimario pretermesso – possa dimostrare di vantare un’aspettativa qualificata a titolo ereditario.   È evidente che per l’esercizio di tutta una serie di azioni, diritti e facoltà in capo al chiamato all’eredità, quale ad esempio la scelta se accettare, rifiutare o accettare con beneficio di inventario, sia necessario poter accedere ai dati del defunto così da ricostruirne la situazione patrimoniale.”.

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