Nullità della clausola che rimette (entro determinati limiti minimi e massimi) la determinazione degli interessi alla discrezionalità della Banca.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 18 giugno 2020, n. 11876.

di Donato Giovenzana

 

I FATTI DI CAUSA  

Chiusi i rapporti di conto corrente, la Banca ha preteso, a saldo del debito, il pagamento di una determinata somma. Di contro, correntista e fideiussori hanno reclamato un maggiore credito in ragione dell’assunta applicazione di interessi connessi a clausole nulle per indeterminatezza dell’oggetto e anatocismo, come pure per indebita postergazione delle valute e illegittima applicazione della commissione di massimo scoperto.   I Giudici di prime e seconde cure hanno accolto la domanda attorea, condannando la Banca al pagamento di una data somma.   La Banca ha quindi proposto ricorso in Cassazione.  

 

LA DECISIONE DELLA SUPREMA CORTE 

Secondo la Cassazione la sentenza impugnata, nel ritenere non determinato, né determinabile il tasso in questione, ha espressamente riscontrato che non risultava “indicata la maggiorazione nel caso di superamento del fido”; e pure che “inoltre, trattasi di “apparente” determinabilità”: la “banca poteva applicare qualunque tasso ricompreso tra la maggiorazione del TUS e il limite minimo del 24% o del 18,50%”; il tasso, perciò risultava “racchiuso in un range variabile di almeno venti punti percentuali”.   Una simile valutazione – osservano gli Ermellini – è senz’altro coerente con la regola della necessaria determinatezza dell’oggetto e del contenuto del contratto, secondo quanto è prescritto dalla norma-principio dell’art. 1346 c. c.   La clausola, oggetto di esame, stabilisce l’applicazione di un tasso in sé stesso variabile: non già, però, in relazione a fattori esterni, su cui le parti contrattuali non hanno (in quanto tali) l’oggettiva possibilità di incidere; bensì in relazione alla mera discrezionalità di una di esse. Trattasi, dunque, di un tasso variabile secondo la volontà di una delle parti del contratto: la misura del range di scorrimento, così stabilito, mettendo correlativamente in oggettiva, trasparente, evidenza la dimensione reale della discrezionalità assegnata in tale maniera.   In relazione, poi, al motivo di doglianza concernente la presunta violazione dell’art. 117 TUB, la Suprema Corte precisa che come indica chiaramente la formula di apertura del comma 7 dell’art. 117 TUB (“in caso di inosservanza del comma 4 e ipotesi di nullità indicate nel comma 6”), la disciplina “rimediale”, prevista da tale norma, riguarda unicamente le ipotesi in cui la nullità sia stata dichiarata in ragione della violazione delle citate disposizioni.   Rileva altresì che la regola rimediale dettata nel comma 7 dell’art. 117 si pone come disciplina correttiva e limitativa del principio della c.d. “nullità a vantaggio” (di protezione del cliente, cioè), che – ai sensi dell’art. 127 comma 2 – informa le peculiari ipotesi di nullità previste dal titolo del TUB, dedicato alla materia della “trasparenza” delle condizioni contrattuali (su queste peculiari nullità v. ora la sentenza di Cass., SS.UU., 4 novembre 2019, n. 28314); la causa di nullità prevista dalla norma dell’art. 1346 c. c. – in punto di determinatezza dell’oggetto e del contenuto del contratto – è, invece, di ordine generale; la stessa dunque richiama, per la definizione dei suoi aspetti disciplinari ed effettuali rispetto alla relativa dichiarazione, le semplici regole di diritto comune.   Per il che il ricorso viene respinto.

 

Qui la pronuncia.

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