Ricettazione nel caso di assegno bancario denunciato smarrito e successiva detenzione priva di spiegazione circa la liceità delle modalità di riacquisizione.



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Nota a Cass. Pen., Sez. II, 11 febbraio 2020, n. 17558.

di Donato Giovenzana

 

Il Tribunale monocratico ha mandato assolto l’imputato dal delitto di ricettazione per insussistenza del fatto: all’imputato si era contestato di avere al fine di profitto acquistato o comunque ricevuto un assegno non trasferibile recante l’importo di 2.000 Euro, di provenienza illecita perché denunziato come smarrito dal traente. La motivazione a fondamento dell’esito assolutorio è stata che l’imputato si era appropriato di un bene non già oggetto di reato, bensì semplicemente smarrito (e il delitto di cui all’art. 647 c. p. risulta depenalizzato).   La Procura della Repubblica ha proposto ricorso per cassazione deducendo come unico motivo l’erronea applicazione della legge penale poiché l’assegno bancario conserva i segni esteriori di un possesso altrui, con la conseguenza che chi se ne appropria non realizza la condanna descritta dall’art. 647 c. p., ora depenalizzata, bensì il reato di furto, perché non è venuto meno il potere di fatto del proprietario sull’oggetto smarrito.
La Suprema Corte ha accolto il ricorso, atteso che la giurisprudenza di legittimità è sul punto concorde nel ritenere come nel caso di appropriazione di “cose che, come gli assegni o le carte di credito, conservino chiari ed intatti i segni esteriori di un legittimo possesso altrui, il venir meno della relazione materiale fra la cosa ed il suo titolare non implica la cessazione del potere di fatto di quest’ultimo sul bene smarrito, con la conseguenza che colui che se ne appropria senza provvedere alla sua restituzione commette il reato di furto e non quello di appropriazione di cose smarrite” (così Sez. 2, n. 12824 dell’8/03/2018 e n. 46991 del 08/11/2013, Rv. 257432, nello stesso senso cfr anche Sez. 2, n. 24100 del 03/05/2011, Rv. 250566 e, in precedenza, Sez. 2, n. 8109 del 26/04/2000, Rv 216589).
In termini analoghi, con riferimento al telefono mobile, Sez. 5 sentenza n. 1710 del 06/10/2016 dep. 13/01/2017 Rv. 268910 – 01 imputato Corti, secondo cui “integra il reato di furto – e non quello di appropriazione di cosa smarrita, depenalizzato dal D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 7 – la condotta di chi si impossessi di un telefono cellulare altrui oggetto di smarrimento, trattandosi di bene che conserva anche in tal caso chiari segni del legittimo possessore altrui e, in particolare, il codice IMEI stampato nel vano batteria dell’apparecchio“.   Pertanto, secondo la Cassazione, il principio di diritto cui  dovrà attenersi il Giudice del rinvio è che  

  • la detenzione successiva dell’assegno (così come della carta di credito) in assenza di una specifica e convincente spiegazione circa la liceità delle modalità attraverso le quali tale detenzione è stata conseguita, integra necessariamente, anche da un punto di vista soggettivo, il reato di ricettazione.”

 

Qui la sentenza.

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