Nullità del contratto e decorrenza degli interessi: la prova della malafede.



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 5 marzo 2020, n. 6200.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Le circostanze fattuali.

Un investitore aveva convenuto in giudizio la propria Banca, per la declaratoria di nullità, annullamento e/o inefficacia, del contratto denominato «4You» e la conseguente condanna dell’Istituto alla restituzione delle somme addebitate e prestate, dalla data del versamento alla definitiva cessazione delle pretese; aveva chiesto, in subordine, la risoluzione del contratto e il risarcimento del danno, pari agli importi versati o alla diversa somma stabilita, oltre interessi e danno da svalutazione monetaria, ex art. 1224 c.c.

Il Tribunale aveva rigettato la domanda e compensato integralmente le spese processuali. Avverso tale pronunciamento, l’investitore aveva proposto gravame e la Corte d’Appello di Lecce dichiarava la nullità del contratto «4You», stipulato tra le parti, e condannava la Banca alla restituzione della somma risultante dalle rate versate, compensando le spese processuali del grado.

L’investitore, quindi, ricorreva per cassazione con tre motivi, oltre alla riproposizione delle domande assorbite nel giudizio di merito. La Banca presentava controricorso.  

 

I motivi di ricorso e le ragioni della decisione.

Con il primo motivo, l’investitore lamentava la violazione e applicazione degli artt. 2033, 1332, 1337, 1338 e 1375 c.c., con riferimento alla buona fede della Banca e alla decorrenza interessi. In particolare, il ricorrente deduceva che la Corte territoriale avesse disposto la decorrenza degli interessi dalla data della domanda, in assenza di un’adeguata motivazione, così da ritenere implicitamente che l’Istituto fosse stato ritenuto in buona fede.

A giudizio della Prima Sezione Civile il motivo è infondato. Invero, in materia di indebito oggettivo, la buonafede dell’accipiens, rilevante ai fini della decorrenza degli interessi dal giorno della domanda, secondo consolidato indirizzo interpretativo, deve essere intesa in senso soggettivo, alla stregua dell’ignoranza dell’effettiva situazione giuridica, derivante da un errore di fatto o di diritto, anche dipendente da colpa grave, non trovando applicazione il secondo comma dell’art. 1147 c.c., relativo alla buona fede nel possesso: essendo questa presunta per principio generale, grava sul solvens, che intenda conseguire gli interessi dal giorno del pagamento, l’onere di dimostrare la malafede dell’accipiens all’atto della ricezione della somma non dovuta, quale consapevolezza della insussistenza di un suo diritto a conseguirla[1].

Lo stesso principio è stato affermato in tema di risoluzione del contratto, evidenziando che, in tema di intermediazione finanziaria, allorché sia stata pronunciata la risoluzione del contratto per inadempimento della Banca, non possa reputarsi in re ipsa la prova della malafede, traendo tale convincimento dalla mera imputabilità a essa dell’inadempimento che abbia determinato la risoluzione del contratto. Ne consegue che il credito del cliente, avente a oggetto il rimborso del capitale investito, produca interessi in base ai principi in tema di ripetizione dell’indebito, solo a seguito della proposizione della domanda giudiziale, gravando sul richiedente la decorrenza dalla data del versamento l’onere di provare che la Banca fosse in malafede[2].

Nel caso in esame, dalla lettura della sentenza impugnata non risulta che il ricorrente abbia prima allegato e poi provato la malafede dell’Istituto di credito, che di conseguenza non è stata mai oggetto di accertamento nel giudizio di merito.

Con il secondo motivo, si lamenta la violazione dell’art. 360, primo comma, nn. 3, 4 e 5, c.p.c., in relazione all’art. 1224 c.c., all’art. 112 c.p.c., con riferimento alla domanda di svalutazione monetaria. Più nello specifico, il ricorrente lamentava che la Corte d’Appello di Lecce non si fosse espressa sulla richiesta, formulata in primo grado e ribadita in appello, di condanna all’ulteriore danno da svalutazione monetaria, ex art. 1224 c.c.

Anche questo motivo è infondato. A tal riguardo, le Sezioni Unite hanno già avuto occasione di precisato che, nel caso di ritardato adempimento di una obbligazione di valuta, il maggior danno di cui all’art. 1224, secondo comma, c.c., possa ritenersi esistente in via presuntiva in tutti i casi in cui, durante la mora, il saggio medio di rendimento netto dei titoli di Stato, con scadenza non superiore a dodici mesi, sia stato superiore al saggio degli interessi legali. Ricorrendo tale ipotesi, il risarcimento del maggior danno spetta a qualunque creditore, a prescindere dalla qualità soggettiva o dall’attività svolta (e, quindi, tanto nel caso di imprenditore, quanto nel caso di pensionato, impiegato, ecc.), fermo restando che se il creditore domanda, a titolo di risarcimento del maggior danno, una somma superiore a quella risultante dal suddetto saggio di rendimento dei titoli di Stato, avrà l’onere di provare l’esistenza e l’ammontare di tale pregiudizio, anche per via presuntiva; in particolare, laddove il creditore abbia la qualità di imprenditore, avrà l’onere di dimostrare o di avere fatto ricorso al credito bancario, sostenendone i relativi interessi passivi, ovvero, attraverso la produzione dei bilanci, quale fosse la produttività della propria impresa, per le somme in essa investite; il debitore, specularmente, avrà, invece, l’onere di dimostrare, anche attraverso presunzioni semplici, che il creditore, in caso di tempestivo adempimento, non avrebbe potuto impiegare il denaro dovutogli in forme di investimento che gli avrebbero garantito un rendimento superiore al saggio legale[3].

Nel caso di specie, il ricorrente ha formulato la domanda di risarcimento del maggior danno ai sensi dell’art. 1224, secondo comma, c.c., in modo estremamente generico, limitandosi a chiedere il «danno da svalutazione monetaria» senza neppure dedurre che, nel periodo di interesse, il saggio medio di rendimento netto dei titoli di Stato, con scadenza non superiore a dodici mesi, fosse stato superiore al saggio degli interessi legali.

Con il terzo e ultimo motivo, l’investitore lamentava la violazione dell’art. 360, primo comma, nn. 3 e 4, in relazione agli artt. 91 e 92 c.p.c., nonché omessa motivazione in odine alla compensazione delle spese. Ad avviso del ricorrente la Corte aveva compiuto un’errata applicazione dei prefati articoli, poiché i giusti motivi devono essere specificati e motivati, e che la laconica motivazione («reputa la Corte che la peculiarità della questione giustifichi la compensazione delle spese processuali») si sostanziava in un grave vizio di motivazione.

Il motivo è infondato, dal momento che rappresenta orientamento consolidato in seno alla giurisprudenza di legittimità quello per cui la compensazione delle spese costituisca una facoltà discrezionale riservata al giudice di merito e, in quanto tale, non sindacabile in sede di legittimità[4]; quando il giudice di merito decide di compensare le spese, non limitandosi a fare riferimento all’esistenza di “giusti motivi”, ma indicando specificamente le ragioni della sua pronuncia, il sindacato di legittimità si deve estendere alla verifica dell’idoneità in astratto dei motivi posti a giustificazione della pronuncia[5].

Nel caso in esame, la Corte territoriale ha compensato le spese in considerazione della peculiarietà della questione, facendo implicito riferimento alla non chiara formulazione della domanda di nullità (poi accolta), nell’atto di citazione introduttivo del giudizio.

Da ultimo, il ricorrente ha reiterato le domande ritenute assorbite dalla Corte d’Appello di Lecce. Siffatte domande non configurano motivi di ricorso e questa Corte non è tenuta a pronunciarsi.


[1] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. VI, 18 novembre 2016, n. 23543, in dejure.it.

[2] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. I, 16 febbraio 2018, n. 3912, in dejure.it.

[3] Così, Cass. Civ., Sez. Un. 16 luglio 2008, n. 19499, con nota di G. Di Martino, Ritardato pagamento di una somma di denaro e superamento delle «categorie creditorie»: una funzione sostanziale punitiva del maggior danno ex art. 1224, comma 2, c.c.?, in Giustizia Civile, fasc. 9, 2009, 1937B. V. anche G. Ianni – G. Buffone, Nelle obbligazioni pecuniarie il maggior danno è presunto: Cadono le “categorie creditorie”, in Responsabilità Civile e Previdenza, fasc. 9, 2009, 1858B; P. Tartaglia, Ancora le sezioni unite sul «maggior danno»: il definitivo superamento delle categorie creditorie., in Giustizia Civile, fasc. 1, 2009, 0127B.

[4] In tal senso, Cass. Civ., Sez. II, 20 dicembre 2017, n. 30592, in dejure.it.

[5] V. Cass. Civ., Sez. III, 31 maggio 2018, n. 13767, in dejure.it.

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