I limiti alla “doverosità” del protesto di un assegno bancario.



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Nota a ABF, Collegio di Roma, 18 aprile 2019, n. 10770.

di Donato Giovenzana

 

Per il Collegio capitolino unico presupposto per procedere ad una legittima levata di protesto è che l’assegno sia stato presentato per il pagamento in tempo utile e non vi siano fondi sufficienti per onorarlo   Sennonchè,  evidenzia che altro è la legittimità del protesto, altro la sua doverosità.   Ed invero richiama il Collegio di Coordinamento, secondo cui la levata di protesto è “‘doverosa’ per la banca trattaria – alla stregua dei principi di correttezza e buona fede che gli intermediari sono tenuti ad osservare nelle loro relazioni d’affari (Banca d’Italia, Disposizioni sulla trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari, 29 luglio 2009, Sez. I, § 1.3) – tutte le volte che le circostanze del caso concreto facciano ritenere opportuno il ricorso a tale formalità al fine di indurre il debitore al pagamento di quanto dovuto, evitando al portatore del titolo il disagio e il costo di doversi attivare per recuperare il suo credito” (Collegio di Coordinamento, decisione n. 2567/2013). Dall’arresto del Collegio di Coordinamento discende che l’intermediario può legittimamente omettere di levare il protesto nei casi in cui le ragioni del suo mandante abbiano già ricevuto altrimenti una tutela ugualmente idonea (ex multis, cfr. Collegio di Milano, decisione n. 5987/2014). Tale tutela è stata ravvisata, in particolare, nella segnalazione in CAI del mancato pagamento di un assegno, segnalazione “la cui incidenza negativa nella vita di relazione del debitore inadempiente è […] ben più grave di quella determinata dalla pubblicazione del protesto, i cui effetti sono destinati ad operare solo sul piano reputazionale. […] Ciò è ancora più evidente quando l’avvio della procedura per la segnalazione sia determinata dal mancato pagamento per difetto di provvista. In questo caso, infatti, la segnalazione è preceduta da un “preavviso di revoca” diretto ad offrire al traente la possibilità di evitare l’iscrizione in CAI effettuando il pagamento dell’importo facciale dell’assegno – maggiorato degli interessi, della penale e delle eventuali spese per il protesto o per la costatazione equivalente – entro sessanta giorni dalla data di scadenza del termine di presentazione del titolo (art. 9 bis, comma 1, l. 386/90). Trattasi indubbiamente di un beneficio che si è inteso accordare al debitore, in considerazione delle gravi conseguenze che derivano dalla segnalazione. Ma non può negarsi che tale previsione, risolvendosi in un incentivo al volontario (e sollecito) adempimento della prestazione, possa risultare vantaggiosa anche per il creditore” (Collegio di Coordinamento, cit.).   Posto che, alla stregua dei principi sopra richiamati, il protesto non è una conseguenza inevitabile del mancato pagamento di un assegno presentato nei termini, la legittimità della condotta tenuta dall’intermediario va valutata sotto il profilo dell’adempimento dei propri obblighi di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto con il cliente/ricorrente.   Dalla documentazione agli atti risulta infatti che l’assegno in argomento è stato presentato all’incasso il 2.8.2010 e il preavviso di revoca è stato inviato al cliente il 12.10.2010; in pari data, inoltre, l’intermediario ha levato il protesto.   L’Abf capitolino al riguardo osserva che, se da un lato era certamente onere del ricorrente, quale correntista, accertarsi di avere una provvista sufficiente nel momento in cui ha emesso l’assegno, dall’altro lato, assume rilievo la circostanza che dal momento della presentazione all’incasso all’invio del preavviso di revoca sono trascorsi ben 10 giorni e l’invio è avvenuto per posta raccomandata, modalità che non permette l’immediata conoscenza dello stesso da parte del ricorrente (tanto è vero che la raccomandata è stata ricevuta solo 9 giorni dopo l’invio). In questo lasso temporale, un comportamento informato ai principi di correttezza e buona fede nei rapporti con la clientela avrebbe richiesto all’intermediario di contattare – anche informalmente – il cliente, così da dargli la possibilità di provvedere al pagamento dell’assegno prima della levata del protesto ed evitare il relativo danno di immagine.   Tale atteggiamento “protettivo” sarebbe stato ancor più opportuno nel caso di specie, ove si consideri che l’intermediario non ha dimostrato, né risulta dalla documentazione in atti, che il cliente avesse già altre volte emesso assegni scoperti. Il comportamento del ricorrente successivo alla ricezione del preavviso di revoca fa, inoltre, presumere che se il ricorrente fosse stato informato del mancato buon fine dell’assegno, egli avrebbe immediatamente provveduto al pagamento dell’assegno.   Per il che – secondo l’Abf – risulta fondata la doglianza secondo cui la banca avrebbe dovuto quantomeno avvisare il ricorrente del mancato buon fine dell’assegno prima di procedere al protesto.   Ha pertanto riconosciuto – anche in considerazione del fatto che il cliente/ricorrente è un piccolo imprenditore – un risarcimento del danno all’immagine subìto a causa dell’inadempimento dell’intermediario ai propri obblighi di correttezza e buona fede, in via equitativa, ai sensi dell’art. 1226 c.c., di Euro 500,00.

 

 

Qui il testo integrale della decisione.

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