Sottoscrizione di un assegno bancario da parte di una persona giuridica



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 10 febbraio 2020, n. 3070.

di Donato Giovenzana

 

 

Il ricorrente ha evidenziato che l’assegno in argomento era un assegno emesso da una società e non da persona fisica; infatti ove quest’ultima avesse emesso l’assegno in proprio, avrebbe apposto solo la sua sottoscrizione e non avrebbe invece speso il nome della società e la qualifica di amministratore. Per il che l’assegno non poteva essere pagato, con la conseguenza ulteriore che l’illegittimità dell’addebito dell’assegno ha determinato pure l’illegittimità dello scoperto ingeneratosi sul conto corrente a causa dell’illegittima applicazione di spese, interessi e commissioni bancarie.   

 

Secondo la Suprema Corte detta censura ha colto nel segno.   Ed invero l’art. 11 L.A. dispone che “ogni sottoscrizione deve contenere il nome e cognome o la ditta di colui che si obbliga. È valida tuttavia la sottoscrizione nella quale il nome sia abbreviato o indicato con la sola iniziale”. Precisa poi l’art. 14 L.A. che “chi appone la firma sull’assegno bancario quale rappresentante di una persona, per la quale non ha il potere di agire, è obbligato come se l’avesse firmato in proprio”. Di analogo contenuto risultano i corrispondenti testi dell’art. 8 e dell’art. 11 legge cambiale; le dette due serie di norme rispondono, in effetti, a una tematica unitaria, che è comune alla materia dei titoli cambiari. 

 

Da questo plesso normativo, dunque, la giurisprudenza di legittimità ha tratto, temporibus illis, il principio per cui l’assunzione di un’obbligazione cartolare “in nome altrui” – in tale formula ricomprendendosi tanto il caso della rappresentanza negoziale, quanto quello della così detta rappresentanza organica (art. 1400 c.c.) – suppone “l’apposizione della sottoscrizione con l’indicazione della qualità, ancorché senza l’uso di formule sacramentali e con le sole modalità idonee a rendere evidente ai terzi l’avvenuta assunzione dell’obbligazione per conto di altri, come nel caso di collocazione della firma cambiaria sotto il timbro di una società, sufficiente a rivelare la volontà del sottoscrittore di impegnarsi in rappresentanza dell’ente”. In consonanza con questo principio, si è anche precisato che, “per la firma di un ente collettivo, non è sufficiente l’indicazione della ragione o della denominazione, occorrendo il nome (anche abbreviato o con la sola iniziale) e il cognome della persona fisica che sottoscrive per l’ente, pur senza necessità di una specifica formula da cui risulti il rapporto di rappresentanza” (Cass., 12 dicembre 2005, n. 27378); in modo comunque che il contesto cartolare venga a esplicitare il “collegamento tra il firmatario e l’ente, così che non vi siano dubbi in ordine al fatto che la dichiarazione cartolare sia emessa dal sottoscrittore in nome e per conto dell’ente”.   

 

Secondo la Cassazione, le indicazioni fornite dal contesto cartolare risultano univoche nell’esprimere che, nella specie, la sottoscrizione è stata posta in essere in nome e per conto dell’ente collettivo: questa, dunque, era imputabile non già alla persona fisica  bensì – e in via diretta e immediata – alla società.   Per il che non può ritenersi corretto il comportamento tenuto nella specie dalla Banca, che ha ritenuto di “pagare” l’assegno proveniente dalla società addebitandolo invece sul conto personale della persona fisica . Una volta deciso di onorare l’assegno, infatti, la Banca non avrebbe comunque potuto addebitare la somma relativa su un conto intestato a un soggetto diverso da quello che l’assegno aveva tratto. 

 

Con l’ulteriore conseguenza che, nella specie, non si è verificato lo scoperto di conto di cui pure ha fatto applicazione la Banca e che, perciò, si sono manifestate non dovute le somme così pretese a titolo di commissione dì massimo scoperto e di interessi passivi.   Non solo: il ricorrente ha altresì evidenziato che – anche prima dell’entrata in vigore della legge n. 2/2009 – l’onere economico arrecato dall’applicazione della commissione di massimo scoperto dev’essere calcolato ai fini dell’eventuale riscontro usurario dei costi applicati al rapporto. 

 

La Suprema Corte ha ritenuto fondato anche questo motivo, in quanto, come ha puntualizzato dalle Sezioni Unite 20 giugno 2018, n. 16303, la “commissione di massimo scoperto, quale corrìspettivo pagato dal cliente per compensare l’intermediario dell’onere di dovere essere in grado d fronteggiare una rapida espansione nell’utilizzo dello scoperto del conto …, non può non rientrare tra le “commissioni” o “remunerazioni” del credito menzionate sia dall’art. 644 comma 4 cod. pen., che dall’art. 2 comma 1 legge n. 108/1996”.

 

 

Qui il testo integrale dell’ordinanza. 

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