Convenzione assegni: l’efficacia del recesso da parte della Banca.



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 4 febbraio 2020, n. 2552.

di Antonio Zurlo.

 

 

 

Le circostanze di fatto.

La Corte d’Appello di Venezia aveva rigettato l’impugnazione proposta da un Istituto di credito avverso la sentenza con cui il Tribunale di Vicenza aveva accertato l’illegittimità dell’operato dell’appellante, in relazione alla levata di un protesto di un assegno bancario, tratto dal correntista, e, al contempo, aveva ordinato la cancellazione della segnalazione effettuata alla Centrale Rischi Interbancaria. Nello specifico, il giudice di secondo grado aveva evidenziato che, in virtù degli artt. 7 e 15 del regolamento contrattuale, alla data di presentazione dell’assegno (poi protestato), la convenzione assegni era ancora in essere tra le parti, nonostante la Banca avesse comunicato, con raccomandata, al cliente il proprio recesso. A tal riguardo, bisognava, infatti, tenere in debita considerazione la previsione contrattuale di un termine di preavviso (pari a un giorno), per il perfezionamento del recesso.

Avverso tale pronunciamento proponeva ricorso per cassazione la Banca, formulando un unico motivo di doglianza.

 

Le ragioni della decisione.

La Banca deduceva la violazione e falsa applicazione degli artt. 1366, 1375, 1845 e 1855 c.c., nonché dell’art. 9 l. n. 386/1990. Più nello specifico, lamentava che l’interpretazione strettamente letterale delle clausole contrattuali, sì come operata dalla Corte territoriale, fosse incompatibile con i principi di interpretazione ed esecuzione del contratto secondo buona fede, ex artt. 1366 e 1375 c.c. Ad avviso della ricorrente, il giudice d’appello aveva evidentemente errato nel non statuire l’immediata efficacia della revoca dalla convenzione assegni, non appena comunicata, e, conseguentemente, la legittimità del successivo rifiuto opposto dalla Banca alla richiesta di pagamento dell’assegno emesso dal resistente, in un momento successivo a quello della comunicazione della revoca. Il giudice del gravame avrebbe dovuto compiere una valutazione complessiva del comportamento delle parti, e, segnatamente, del correntista, che aveva anche emesso un secondo assegno, finanche dopo l’intervenuta revoca dell’autorizzazione a emettere assegni.

La Prima Sezione Civile non giudica meritevole d’accoglimento il ricorso, poiché infondato. A tal riguardo, il Collegio osserva come la Corte d’Appello veneta, con un percorso argomentativo articolato e immune da vizi logici, avesse statuito che la revoca della convenzione a emettere assegni, disposta dalla Banca ricorrente, nei confronti del correntista – resistente non potesse ritenersi operante, se non dopo il fattivo decorso del termine di preavviso, stabilito dall’art. art. 7 del contratto (e quantificato in un giorno), dalla comunicazione di tale revoca, a favore di entrambe le parti. Di talché, la Banca non avrebbe potuto rifiutare di pagare l’assegno emesso dal cliente e poi oggetto di contestazione, dal momento che, essendo ancora in corso il termine di preavviso, la convenzione di assegni non aveva ancora perso efficacia. La stessa Corte territoriale, inoltre, aveva, altresì, evidenziato come l’art. 15 del contratto di conto corrente (in base al quale l’azienda di credito non era tenuta a onorare gli assegni emessi in data posteriore a quella di operatività del recesso, a norma del prefato art. 7) confermasse la liberazione della Banca dagli obblighi connaturati alla convenzione assegni solo ed esclusivamente dopo il completamento del preavviso disciplinato dal citato art. 7.

Ne consegue che la corretta applicazione dei principi di interpretazione contrattuale (sia letterale, che complessiva delle clausole, ai sensi dell’art. 1363 c.c.) posta in essere dalla Corte d’Appello. Non è parimenti suscettibile di accoglimento e condivisione l’affermazione formulata dalla ricorrente, secondo cui l’interpretazione de qua possa risultare contraria a buona fede; difatti, come evidenziato anche dallo stesso giudice di secondo grado, l’impostazione proposta dalla Banca, per cui la stessa sarebbe stata legittimata a non onorare più gli assegni emessi dal cliente dal momento della semplice comunicazione a quest’ultimo della revoca della convenzione di assegni, (indipendentemente, quindi, dal decorso del preavviso), non può ragionevolmente trovare in alcun modo giustificazione nel rappresentato timore di essere esposti al pericolo di dover pagare gli assegni, nonostante la mancanza di provvista: in tal guisa, è d’uopo precisare come la mancanza di autorizzazione a emettere assegni sia circostanza ben diversa dall’assenza di provvista e che, pertanto, nel periodo di preavviso necessario ai fini del perfezionamento della revoca, la banca possa comunque rifiutare il pagamento dei titoli per mancanza di fondi (e, in tal caso, procedere con il protesto). In altri termini, l’affermazione della ricorrente, in virtù della quale l’interpretazione della Corte d’Appello di Venezia sarebbe stata contraria a buona fede, si configura come apodittica, non confrontandosi minimamente con il preciso percorso argomentativo del giudice di merito. 

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