Acquisto di diamanti in banca: investimento o compravendita?



di Pierpaolo Verri

 


Il tema della commercializzazione di diamanti tramite l’intermediazione delle banche suscita notevoli profili di perplessità, sia fra l’opinione pubblica, sia a livello di dibattito dottrinale.

Nello specifico, si tratta di chiarire quale sia la natura di questo tipo di operazioni, ma prima di addentrarsi nel tema è opportuno illustrare in concreto come avviene la commercializzazione delle pietre preziose in tale contesto. Due sono i soggetti principali: da un lato la società specializzata nell’intermediazione e la vendita dei diamanti, dall’altro l’istituto di credito, che stringe un rapporto collaborativo con la società di cui sopra, al fine di promuovere nei propri sportelli, mediante ad esempio l’esposizione e la proposizione di materiale pubblicitario, la vendita delle pietre preziose alla propria clientela.

Il rapporto contrattuale che viene posto in essere a seguito dell’acquisto del diamante ha come parti il cliente/acquirente e l’intermediario/venditore. La banca, in tale contesto, opera da intermediario, che crea il contatto fra acquirente e venditore. Questo tipo di attività rientra nel catalogo delle c.d. “attività connesse” che può svolgere l’istituto di credito, dalle quali possono comunque discendere concreti rischi per le banche, sia dal punto di vista dei conflitti di interessi che possono sussistere tra l’attività bancaria e quella di intermediazione della società di pietre preziose, sia sotto il profilo dei rischi operativi, legali e reputazionali che fanno riferimento alla stabilità della banca stessa.

Venendo al dunque del tema, in una prospettiva di tutela della clientela, il punto focale della questione riguarda la natura di questo tipo di operazioni. Tre strade appaiono percorribili e devono essere partitamente esaminate, ovvero la qualifica della commercializzazione dei diamanti come investimento finanziario, operazione bancaria o acquisto di bene mobile.

Sul primo punto, il quesito se alla vendita di diamanti tramite intermediazione di istituti di credito possa ritenersi applicabile la disciplina del d.lgs. 58/1998 (TUF) in materia di offerta al pubblico, è intervenuta la CONSOB, con la comunicazione n. 13038246 del 06.05.2013. L’autorità ha specificato che “per ogni altra forma di investimento finanziario” – categoria ricompresa nella più ampia nozione di “prodotto finanziario” – debbano intendersi le proposte di investimento che implichino la compresenza dei tre seguenti elementi:

  • l’impiego di capitale;
  • l’aspettativa di rendimento di natura finanziaria;
  • l’assunzione di un rischio direttamente connesso e correlato all’impiego di capitale.

Nello schema tipico della commercializzazione di diamanti, al contrario si ha il trasferimento della proprietà della res in capo all’acquirente, ma soprattutto non si ravvisa la sussistenza di certificati rappresentativi dei diritti dei titolari destinati eventualmente a circolare nell’ambito di un “mercato secondario” appositamente organizzato, tantomeno la società/venditore si impegna a riacquistare il bene laddove l’acquirente volesse rivenderlo. Non vi è inoltre la prospettazione, a favore dell’acquirente che decida di dismettere i diamanti, di una specifica forma di rendimento diversa, collegata e/o ulteriore rispetto al valore del bene acquistato. La CONSOB, in virtù di quanto sopra delineato, è piuttosto risoluta nel ritenere che la commercializzazione di diamanti non possa considerarsi un investimento di natura finanziaria, escludendo, pertanto, l’applicabilità a tali operazioni della disciplina dettata in materia di offerta al pubblico.

Parimenti, l’acquisto di diamanti non può essere considerato alla stregua un’operazione bancaria. A specificarlo è la Banca d’Italia, con un Comunicato del 14.3.2018 focalizzato sulle operazioni di compravendita di diamanti effettuate attraverso gli sportelli bancari. Premettendo che alla commercializzazione di pietre preziose attraverso il canale bancario non si applicano le tutele di trasparenza previste per la clientela dal Testo Unico Bancario, Banca d’Italia specifica che laddove le banche intendano fornire servizi che non hanno natura bancaria e finanziaria, come nel caso di specie, devono comunque prestare massima attenzione alle esigenze conoscitive della clientela. Nello specifico, le banche devono assicurare adeguate verifiche sulla congruità dei prezzi e predisporre procedure volte a garantire la massima trasparenza informativa sulle caratteristiche delle operazioni segnalate, quali le commissioni applicate, l’effettivo valore commerciale e le possibilità di rivendita delle pietre preziose. Da quanto sopra esposto discende un assunto molto importante, soprattutto relativamente al tema della responsabilità della banca per operazioni di specie. In particolare, l’istituto di credito non può sostenere di non conoscere il contratto per il quale ha prestato la propria attività di intermediazione, dovendo predisporre risorse apposite specializzate, idonee procedure, funzioni organizzative ed architetture interne che, pur poste in essere per diverse finalità, si applichino per la tutela dei clienti nelle operazioni in esame.[1]

Sulla stessa lunghezza d’onda si è espresso anche l’Arbitro Bancario Finanziario, che, richiamando la predetta comunicazione della Banca d’Italia del 14.3.2018, pur riconoscendo la propria incompetenza rispetto ai ricorsi aventi ad oggetto l’acquisto di diamanti con l’intermediazione degli istituti di credito, ha specificato come non possa dubitarsi che la banca sia onerata di una verifica dell’adeguatezza degli investimenti e dei prodotti da essa segnalati nell’ambito dell’attività di promozione.[2]

In conclusione, le considerazioni operate inducono a ritenere che la commercializzazione dei diamanti presso gli sportelli bancari debba considerarsi come mero acquisto di un bene mobile. Difatti, al momento della conclusione del contratto e con la traditio del bene, il soggetto acquirente acquista il diritto di proprietà pieno ed esclusivo della pietra preziosa. Ciò significa che può godere e disporre del bene, senza vincoli o limitazioni al godimento stesso, alla stregua di quanto avviene con un comune bene mobile.

Quale tutela allora per l’acquirente delle pietre preziose nel caso in cui quest’ultime dovessero, ad esempio, essere vendute in sovrapprezzo rispetto al loro reale valore? Una strada percorribile appare essere quella dell’insieme di tutele approntato dal Codice del consumo. Il sistema di norme, infatti, prevede che sia meritevole di tutela il “consumatore o utente”, ovvero “la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta” (art. 3, comma 1, lett. a, d.lgs. 06.09.2005 n. 206). Ciò significa che l’acquirente di pietre preziose ha il diritto ad essere tutelato contro le pratiche commerciali scorrette, ovvero “qualsiasi azione, omissione, condotta o dichiarazione, comunicazione commerciale ivi compresa la pubblicità e la commercializzazione del prodotto, posta in essere da un professionista, in relazione alla promozione, vendita o fornitura di un prodotto ai consumatori” (art. 18, comma 1, lett. d, d.lgs. 06.09.2005 n. 206).

Vengono qui in rilievo, nello specifico, l’art. 20, che dispone il divieto di attuare le suddette pratiche commerciali scorrette, e l’art. 21, per il quale “è considerata ingannevole una pratica commerciale che contiene informazioni non rispondenti al vero o, seppure di fatto corretta, in qualsiasi modo, anche nella sua presentazione complessiva, induce o è idonea ad indurre in errore il consumatore medio riguardo ad uno o più dei seguenti elementi e, in ogni caso, lo induce o è idonea a indurlo ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso”. Nello specifico, la lett. d) della predetta norma concerne le azioni ingannevoli aventi ad oggetto il prezzo del bene o il modo in cui questo è calcolato, ed in ogni caso il seguente art. 23 prevede che sono considerate in ogni caso ingannevoli le pratiche commerciali che si sostanziano nella comunicazione di informazioni inesatte sulle condizioni di mercato o sulla possibilità di ottenere il prodotto allo scopo di indurre il consumatore all’acquisto a condizioni meno favorevoli di quelle normali di mercato.

In tale scenario, la banca, che svolge il ruolo di intermediazione nella sottoscrizione del contratto fra l’utente e la società di diamanti, non appare esente da responsabilità laddove l’acquirente dovesse acquistare, ad esempio, le pietre preziose ad un prezzo superiore al loro reale valore. L’istituto di credito, infatti, agendo da canale di vendita ed esponendo materiale pubblicitario, crea un legittimo affidamento del cliente. In virtù di ciò, laddove dovessero riscontrarsi illegittimità nella compravendita, la banca potrà essere chiamata a risarcire il danno patito dal cliente nell’acquisto delle pietre preziose.


[1] E. Franza, La commercializzazione di oggetti preziosi presso gli sportelli bancari, in www.dirittobancario.it.

[2] ABF, Collegio di Bologna, decisione n. 22690 del 29 ottobre 2018.

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