Clausola di determinazione dell’indennizzo mediante perizia: vessatoria?



Cass. Civ., Sez. III, Ord. n. 31014 del 30 novembre 2018 Rel. Gorgoni

Di Giulia De Giorgi


IL FATTO

Con la pronuncia in commento la Corte di Cassazione si è espressa in merito alla valenza della clausola di un contratto assicurativo che subordinava la liquidazione dei danni (quindi la determinazione dell’indennizzo) derivanti dal furto di un autoveicolo all’accordo delle parti o, in mancanza, al ricorso ad una perizia contrattuale con contestuale rinuncia alle azioni giudiziarie derivanti da contratto. La Suprema Corte, esclusa la natura vessatoria della predetta clausola, ha altresì negato la qualifica di consumatore del soggetto stipulante, stante l’utilizzo dell’autoveicolo assicurato per lo svolgimento dell’attività professionale.

DIRITTO

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso proposto dall’assicurato sulla scorta delle seguenti motivazioni:

  • Con il primo motivo, il ricorrente evidenziava la natura inequivocabilmente vessatoria della clausola n. 23 (il cui contenuto è stato evidenziato in premessa), «in quanto facente parte di un elenco di clausole e non specificamente richiamata in modo da renderne percepibile la gravosità»; il tutto in asserita violazione dell’art. 1341 co.2 c.c[1]. Il ricorrente contestava inoltre la violazione dell’art. 3 Cod. ass. priv.[2], nella parte in cui (la clausola) «limitava e scoraggiava la funzione indennitaria[3] del contratto di assicurazione». Sosteneva inoltre lo stesso che, in presenza di un dubbio contenutistico, la Corte d’Appello avrebbe dovuto interpretare la clausola in modo favorevole al ricorrente ex art. 1370 c.c.;
  • Con il secondo motivo il ricorrente denunciava la nullità della clausola – nell’interpretazione datane dalla Corte territoriale – per violazione del principio indennitario;
  • Con il terzo motivo il ricorrente contestava la sentenza nella parte in cui escludeva la natura vessatoria della clausola non essendo essa clausola arbitrale.

“L’INDENNIZZO” QUALE ELEMENTO MERAMENTE TECNICO

Esaminando congiuntamente i suesposti motivi di ricorso la Suprema Corte ha preliminarmente evidenziato la natura tecnica, e non giuridica, della questione inerente alla determinazione dell’indennizzo, sicché la sua quantificazione deve correttamente essere rimessa ad un perizia tecnica, e non ad una procedure arbitrale, così come erroneamente evidenziato da parte ricorrente.

In merito, un consolidato indirizzo giurisprudenziale della Suprema Corte qualifica la determinazione dell’indennizzo come un accertamento di un dato tecnico e non come una questione di natura giuridica[4]. Pertanto, non vi è dubbio che quando al terzo sia richiesto di determinare l’ammontare dell’indennizzo “non ricorrano l’arbitraggio né l’arbitrato, ma la perizia contrattuale”.

SULLA NATURA VESSATORIA DELLA CLAUSOLA

Procedendo nella motivazione, la Suprema Corte ha successivamente escluso la natura vessatoria della clausola in quanto:

  • in mancanza di accordo tra le parti il rinvio ad una perizia implica solo una «temporanea rinuncia delle parti al ricorso giurisdizionale[5]». Tale preclusione è comunque limitata alla determinazione dell’indennizzo e non si estende alle questioni prettamente giuridiche riguardanti «l’esistenza, validità o efficacia del contratto» le quali, pertanto, ben possono essere oggetto di separato giudizio;
  • la clausola con la quale le parti conferiscono a soggetti terzi il potere di effettuare una perizia «con accertamento sostitutivo della loro volontà e per esse vincolante, non ha carattere compromissorio o, comunque, derogativo della competenza del giudice ordinario, per cui non rientra fra quelle da approvarsi specificamente per iscritto a norma degli art. 1341 e 1342 c.c.[6]».;
  • i princìpi giurisprudenziali sulle clausole ritenute vessatorie dal Codice del consumo non si estendono anche alle clausole vessatorie ex art. 1341 c.c. Pertanto, il ricorrente non trarrebbe alcuna utilità nel sostenere di aver stipulato la polizza in veste di «persona fisica abbia inteso soddisfare con il contratto esigenze della sua vita quotidiana, personale o familiare, estranea all’esercizio dell’attività[7]» (imprenditoriale o professionale) piuttosto che di imprenditore; in altri termini, una diversa qualifica del soggetto non inciderebbe sull’applicazione (a priori esclusa) al caso a quo delle norme del Codice del consumo che prevedono tra l’altro un regime sanzionatorio più aggravato;
  • la clausola in questione è stata indicata autonomamente e separatamente rispetto alle altre clausole e con un apposito riferimento alla rubrica che ne specificava sommariamente il contenuto; ergo, nel rispetto della ratio ex art. 1341 c.c., l’attenzione dell’assicurato è stata sufficientemente richiamata[8].

SULLA QUALIFICA DI CONSUMATORE

La Corte di Cassazione ha dunque escluso che nel caso di specie il ricorrente potesse invocare la qualifica di consumatore e che, di conseguenza, potesse trovare applicazione la disciplina del Codice del Consumo. In particolare, nella fattispecie de qua, il ricorrente in sede di stipula della polizza assicurativa allegava la partita IVA dell’impresa, segno inequivocabile della volontà di soddisfare esigenze strettamente correlate all’esercizio dell’attività imprenditoriale o professionale.

La Suprema Corte ha, inoltre, evidenziato l’erronea formulazione dei motivi del ricorso; in merito, puntualizzano gli ermellini, il ricorrente non avrebbe dovuto insistere sul carattere vessatorio della clausola non rilevato in sede d’appello, bensì avrebbe dovuto «dimostrare in che modo l’interpretazione del giudice a quo frustrasse lo scopo pratico che lo stipulato contratto era volto a realizzare».

 

[1] Art. 1341 co.2. c.c. «In ogni caso non hanno effetto, se non sono specificamente approvate per iscritto, le condizioni che stabiliscono, a favore di colui che le ha predisposte, limitazioni di responsabilità, facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne l’esecuzione, ovvero sanciscono a carico dell’altro contraente decadenze, limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni, restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti coi terzi, tacita proroga o rinnovazione del contratto, clausole compromissorie o deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria».

[2] Art. 3 Cod. Ass. Priv. «Scopo principale della vigilanza è l’adeguata protezione degli assicurati e degli aventi diritto alle prestazioni assicurative. A tal fine l’IVASS persegue la sana e prudente gestione delle imprese di assicurazione e riassicurazione, nonché, unitamente alla Consob, ciascuna secondo le rispettive competenze, la loro trasparenza e correttezza nei confronti della clientela. Altro obiettivo della vigilanza, ma subordinato al precedente, è la stabilità del sistema e dei mercati finanziari».

[3] In riferimento al principio indennitario del contratto di assicurazione cfr. FANELLI G., Assicurazioni contro i danni, in Enc. giur. Treccani, Roma, 1988, pp. 2-3; fondamento normativo del principio indennitario cfr. DE GREGORIO – FANELLI – LA TORRE, Diritto delle assicurazioni, II, Milano, 1987, p. 110.

[4] Cass. 16/02/2016, n.2996 28/06/2016, n.13291.

[5] Cass. 20/08/2015, n. 17022.

[6] Cass. 02/02/2006, n.2277; Cass. 11/05/2011, n.10332.

[7] Cass. 05/07/2018, n.17586.

[8] In senso contrario cfr. Cass. 09/07/2018, n.17939; Cass. 12/10/2016, n. 20606; Cass. 03/11/2014, n. 24193.

Qui la pronuncia: Cass. Civ., Sez. III, n. 31014 del 30.11.2018

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