Responsabilità dell’intermediario per inadeguatezza dell’investimento e onere della prova nei giudizi di risarcimento danni



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Cass. Civ., Sez. I, Ordinanza n. 29353 del 14.11.2018

di Pierpaolo Verri

   

Con l’ordinanza in commento, la Suprema Corte di Cassazione si è soffermata sul regime di applicabilità dell’art. 21 T.u.f., relativamente agli obblighi informativi nell’ambito dell’attività di investimento, e dell’art. 23 comma 6 T.u.f. per l’aspetto riguardante l’onere della prova nei giudizi di risarcimento dei danni cagionati dall’intermediario al cliente nello svolgimento dei servizi di investimento.

IN FATTO

La controversia scaturisce dalla richiesta di risarcimento del danno da parte di un cliente nei confronti dell’istituto di credito per la violazione degli obblighi informativi riguardo ad un investimento in bond argentini avvenuto nel 2001. La banca impugna dinanzi alla Corte di Cassazione la sentenza della Corte di appello che, esaminando nel merito la vicenda, riconosce il risarcimento del danno rilevando l’inesatto adempimento da parte dell’istituto dell’obbligo di fornire le dovute informazioni sui titoli acquistati, i quali erano ad alta rischiosità ed incompatibili con il portafoglio dei clienti.

IN DIRITTO

Con uno dei motivi di gravame, il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli art. 21 T.u.f., 28 e 29 del Regolamento Intermediari, sostenendo di aver correttamente adempiuto agli obblighi informativi su di esso incombenti. L’istituto di credito rileva come, nel caso di specie, i clienti avessero dichiarato di essere stati adeguatamente informati e di volere ugualmente dar corso all’operazione, a seguito della precedente segnalazione di inadeguatezza dell’investimento. Gli ermellini non ritengono però cogliere nel segno l’argomentazione del ricorrente, rifacendosi al principio per cui la sottoscrizione da parte del cliente della segnalazione di inadeguatezza dell’operazione di investimento non costituisce prova confessoria, né tantomeno può costituire prova dell’adempimento dell’obbligo informativo posto a carico dell’intermediario. Da essa, infatti, per consolidata giurisprudenza della Corte, sorge unicamente una presunzione semplice di assolvimento dell’obbligo che, nel caso di specie, è stata ritenuta superata dall’accertamento in concreto dell’inadeguatezza dell’apparato informativo offerto dall’istituto di credito. In particolare, la Corte sottolinea come la banca avrebbe dovuto astenersi dall’effettuare l’investimento, in quanto inadempiente rispetto “all’obbligo di comunicare ai clienti tutte le notizie conoscibili in base alla necessaria diligenza professionale […], ivi comprese quelle attinenti al pericolo di default dell’emittente”.

Tantomeno risulta meritevole di accoglimento il motivo di ricorso con il quale l’istituto di credito sostiene la violazione e falsa applicazione degli artt. 23, comma 6, T.u.f. e 2697 c.c., relativamente all’onere, posto a suo carico, di dimostrare l’insussistenza del danno lamentato nonché il nesso eziologico fra la condotta e la perdita economica del cliente.

La Suprema Corte, oltre a sottolineare come appaia corretto quantificare il danno subito dall’investitore prendendo come riferimento la perdita di valore del titolo oggetto dell’investimento, individua il principio per cui “l’inosservanza dei doveri informativi ingenera una presunzione di riconducibilità all’intermediario stesso dell’operazione finanziaria, costituendo di per sé un fatto di disorientamento dell’investitore che condiziona in modo scorretto le sue scelte d’investimento”. Spetta, pertanto, così come puntualmente stabilito dal sesto comma dell’art. 25 T.u.f., all’intermediario dimostrare, nell’ambito di giudizi aventi ad oggetto il risarcimento del danno, di aver agito con la specifica diligenza richiesta nello svolgimento dei servizi di investimento.

  Qui la pronuncia: Cass. Civ., Sez. I, Ordinanza n. 29353 del 14.11.2018

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