Obblighi informativi e risoluzione dei singoli ordini di investimento – Michael Lecci



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Cass. Civ., Sez I, n. 20620 del 31/08/2017

Di Michael Lecci

 


 

In base all’art. 29, comma 3, del reg. Consob n. 11522/1998, gli intermediari autorizzati, quando ricevono da un investitore disposizioni relative ad una operazione non adeguata, lo informano di tale circostanza e delle ragioni per cui non è opportuno procedere alla sua esecuzione. […] Qualora il cliente voglia comunque procedere con l’operazione non è sufficiente che (il cliente) dia conferma scritta dell’ordine: è necessario che il predetto sia stato prima informato riguardo ai motivi dell’inidoneità dell’operazione, in modo che la sua scelta possa dirsi pienamente consapevole. Così la Suprema Corte con sentenza n. 20620 del 31/08/2017.

Prima di procedere oltre con l’analisi del merito della questione è opportuno effettuare una breve ricostruzione storica degli accadimenti antecedenti detta vicenda.

I ricorrenti, con ricorso 25697/2013 impugnavano la sentenza della Corte di appello di Genova del 19 febbraio 2013 nella quale i giudici ritenevano la banca inadempiente in merito agli obblighi di informazione cui era tenuta in relazione alla natura e alla rischiosità dei titoli oggetto di acquisto e, in accoglimento del gravame proposto, dichiaravano risolti per grave inadempimento i due ordini di acquisto (si tratta dei titoli obbligazionari emessi dalla Repubblica Argentina e dei titoli Cirio) condannando la banca stessa alla restituzione della somma complessiva di €322.166,65.

 

Obblighi informativi: artt. 21 e 23 TUF e 28 reg. Consob n.11522/1998

Nell’affrontare i primi motivi di ricorso i giudici trattano degli obblighi informativi e del relativo onere probatorio. Dalle risultanze testimoniali relative alla fase d’appello non sarebbe emersa idonea prova che il funzionario della banca avesse fornito ai clienti adeguate informazioni circa la natura speculativa e aleatoria dei titoli, i quali, dopo pochi mesi, sarebbero stati declassati dalle agenzie internazionali di rating.  Gli ermellini, non potendosi sostituire alle valutazioni de facto effettuate dai giudici d’appello si limitano a ribadire che l’intermediario ha l’obbligo di fornire all’investitore un’informazione adeguata in concreto, tale cioè da soddisfare le specifiche esigenze del singolo rapporto, in relazione alle caratteristiche personali e alla situazione finanziaria del cliente (Cass. 29 ottobre 2010, n. 22147; Cass. 25 giugno 2008, n. 17340) e che, quindi, l’assolvimento degli obblighi informativi gravanti sull’intermediario implica la trasmissione, da parte di questo, di indicazioni idonee a descrivere la natura, la quantità e la qualità dei prodotti finanziari ed a rappresentarne la rischiosità (Cass. 21 aprile 2016, n. 8089; cfr. pure Cass. 9 febbraio 2016, n. 2535 e Cass. 26 gennaio 2016, n. 1376).

Con riferimento al secondo e al terzo motivo di ricorso (riguardanti i titoli Cirio), la Corte territoriale ha osservato che il funzionario della Banca consigliò ai clienti l’acquisto dei titoli segnalandone, contestualmente, l’inadeguatezza. Il regolamento Consob, all’art. 29 comma 3, prevede che gli intermediari autorizzati, se ricevono da un investitore disposizioni relative ad una operazione non adeguata, lo informano di tale circostanza e delle ragioni per cui non è opportuno procedere alla sua esecuzione. Tuttavia, ove l’investitore intenda comunque dare corso all’operazione, gli intermediari autorizzati possono eseguirla solo sulla base di un ordine impartito per iscritto, ovvero, nel caso di ordine telefonico, alla condizione che questo sia registrato su nastro magnetico o su altro supporto equivalente, in cui sia fatto riferimento esplicito alle indicazioni ricevute. Non basta quindi che il cliente dia conferma scritta dell’ordine ma è necessario che esso sia convenientemente informato riguardo ai motivi dell’inidoneità dell’operazione, in modo che la sua scelta possa dirsi realmente consapevole. Né, altresì, appare decisivo che il cliente abbia sottoscritto il modulo con cui afferma la propria consapevolezza circa le informazioni ricevute sulla rischiosità dell’investimento e sull’inadeguatezza dello stesso rispetto al proprio profilo di rischio. Sarà compito del giudice valutare se, alla stregua dei vari elementi portati al suo esame, gli obblighi informativi siano stati correttamente adempiuti.

Esulando da quanto statuito in questo provvedimento analizziamo brevemente quanto previsto agli artt. 21 e 23 TUF e 28 reg. Consob. In particolare, il primo, disciplina specifici obblighi di comportamento e costituisce uno dei tratti distintivi della regolamentazione delle attività di intermediazione finanziaria. La norma impone ai soggetti esercenti un’attività di intermediazione finanziaria di «comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, nell’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati». La diligenza cui si fa riferimento è quella del “buon professionista” che deve accompagnarsi alla correttezza dell’agire. Tali obblighi impongono all’intermediario di redigere per iscritto i contratti aventi ad oggetto la prestazione di un servizio di investimento e di consegnarne una copia al cliente (Art. 23 TUF). Alla lettera b), comma 1, art. 21 è inoltre previsto che i clienti debbano essere sempre adeguatamente informati. L’art. 28 reg. Consob, prevede invece l’obbligo di consegnare preventivamente agli investitori il documento sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari e l’obbligo di astenersi dall’effettuare o consigliare l’operazione fin quando non avrà fornito all’investitore informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione o del servizio, la cui conoscenza è propedeutica all’effettuazione di una consapevole scelta di investimento.

 

 Risoluzione dei singoli ordini di investimento

Tornando ai motivi del ricorso, nel quarto gravame la Corte affronta la questione della risoluzione dell’ordine di acquisto di entrambe le tipologie di prodotti. Riprendendo recenti pronunce della Suprema Corte (Cass. 9 agosto 2016, n. 16820; Cass. 27 aprile 2016, n. 8394; Cass. 6 novembre 2014, n. 23717) i giudici affermano che anche le singole operazioni possono essere oggetto di risoluzione. Le Sezioni Unite (sentenze gemelle del 2007), esaminando il rapporto intercorrente tra il contratto-quadro e le successive operazione compiute dall’intermediario, hanno evidenziato che quest’ultime, benché possano consistere in atti aventi natura negoziale, saranno pur sempre momento attuativo del precedente contratto d’intermediazione. Le caratteristiche delle singole operazioni di investimento (o disinvestimento) saranno definite con il singolo ordine: il contratto-quadro, infatti, definisce esclusivamente il contenuto delle singole tipologie di operazioni che potranno essere compiute. Nella fattispecie de qua i giudici riprendono la considerazione già effettuata da Cass. 27 aprile 2016, n. 8394, secondo la quale le operazioni di investimento sono atti di natura negoziale autonomi rispetto al contratto-quadro. Pertanto, nelle operazioni di investimento (o disinvestimento) sorgono obblighi distinti, e ulteriori, che si collocano a monte del singolo incarico che viene di volta in volta conferito dal cliente. Questi obblighi (di informazione ‘attiva’) si configurano dopo la conclusione del contratto-quadro e alludono all’informazione circa la natura, i rischi e le implicazioni della singola operazione; impongono, inoltre, di astenersi dal compiere operazioni inadeguate (art. 28, comma 2, reg. Consob) o in conflitto di interessi (art. 29 reg. Consob). Così descritto, l’obbligo informativo ‘post contratto-quadro’ contribuisce alla modellazione del regolamento negoziale del singolo ordine di investimento. In caso di mancanza o di non adeguata informazione si configurerà un inadempimento dell’intermediario che esulerà dallo schema della responsabilità pre-contrattuale: infatti, è conforme alle prescrizioni normative l’idea che nell’attuazione del contratto quadro si configurino negozi di contenuto complesso che richiedono un’attività dell’intermediario diretta a semplificarne il contenuto e a garantire scelte di investimento consapevoli. Cosicché, in caso di assenza di consenso informato, si applicherà l’istituto della risoluzione per inadempimento.

Infine, con l’ottavo e nono motivo di ricorso, parti ricorrenti lamentavano l’omesso esame del concorso di colposo dei controricorrenti nella causazione del danno in ragione della «mancata adesione e/o dimostrazione» riguardo l’offerta pubblica di scambio proposta dalla Repubblica Argentina e con riguardo al dato della sottoscrizione della segnalazione di non adeguatezza dell’investimento del titolo Cirio. Gli istanti, infatti, osservano che la segnalazione di non adeguatezza comportava una piena assunzione del rischio da parte degli investitori o, comunque, un comportamento che incideva sulla produzione del danno. I giudici della Suprema Corte osservano che l’acquisita conoscenza dell’inadeguatezza dell’investimento da parte dell’investitore costituisca una delle condizioni presupposte dell’obbligo di astensione degli intermediari autorizzati. In tal caso, infatti, essi dovranno ricevere lo specifico ordine impartito per iscritto o, in caso di ordini telefonici, registrato su supporto magnetico o equivalente, in cui si faccia espressamente riferimento alle avvertenze ricevute. Si deve ribadire che, in tal caso, il danno risarcibile coinciderà con quello determinatosi in ragione della violazione dell’obbligo di astensione e consisterà nella perdita maturata per effetto dell’operazione che l’intermediario, in base alla prescrizione di cui all’art. 29 reg. Consob n. 11522/1998 non avrebbe dovuto porre in essere, rifiutandosi di dare esecuzione all’ordine di investimento.

 

Qui la sentenza:

Cassazione civile, Sez. I, 31 agosto 2017, n. 20620

Qui il commento:

Lecci M., Obblighi informativi e risoluzione dei singoli ordini di investimento, Cass. Civ. 31.08.2017

 

 

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