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«E' la storia di tre donne, che vivevano in un paesino. Una era cattiva, l'altra bugiarda, l'ultima egoista. O, perlomeno, l'impressione era questa.»

“Ninfee nere” è l’atipica biografia di tre donne, che vivono in un paesino fiabesco, consacrato nell’immaginario collettivo da Claude Monet: Giverny.

E l’incipit, difatti, è quello di una favola: «Tre donne vivevano in un paesino. La prima era cattiva, la seconda bugiarda e la terza egoista. Il paese aveva un grazioso nome da giardino: Giverny.».

O, perlomeno, questa è l’impressione.

A Giverny il confine tra l’arte e la realtà si è dissolto da tempo: il rappresentato nei quadri vive, pedissequamente, nel luogo che ospita quelle stesse rappresentazioni. È tutto un grande quadro di Monet, una riproduzione in scala reale, dei suoi panorami, dei suoi scorci, dei suoi tramonti, dei suoi ponti, dei suoi campi. Delle sue ninfee. 

Un paesaggio idilliaco, per i turisti. Un gran bel giardino fiorito con le inferriate, per gli abitanti. Tra loro, le tre donne protagoniste, che covano una intima voglia comune d’evasione. 

Alda Merini apprezzava chi sceglie con cura le parole da non dire. Ebbene, nella recensione di un thriller, questo compito diventa ancora più ammirevole. 

Si può dire che una delle tre donne è un enfant prodige. Della pittura, ça va sans dire. Con l’età che le permette di rincorrere tutti i suoi sogni. 

La seconda è la bellissima Maestra del paese. Una femme fatale, forse anche a sua insaputa. Ingabbiata in una vita ordinaria, maritata per opportunità, con un uomo troppo custode e poco partner. Che vive i suoi sogni di riflesso in quelli dei suoi piccoli allievi.  

La terza è la vecchia strega del mulino, o meglio, del suo torrione, ormai decadente. Che si trascina tra quelle strade rimpinguate di turisti, avventori, faccendieri, cercatori, artisti in erba, artisti illusi e artisti della terza età. È stanca, da un pezzo, di vedere rincorrere sogni, sì come, nondimeno, ha smesso, da tanto, di rincorrere i propri. A rincorrere qualcosa è rimasto solo il suo fido pastore tedesco, Neptune. Lei si limita a guardare, ieratica, dalla sua finestra in alto; quasi a spiare, una vita brulicante di paese, che non le appartiene più.  

Tutte e tre sono protagoniste di una serie di eventi (tra i quali un’immancabile omicidio; anzi, tre), che si dipana tra realtà e illusione, tra le strade di Giverny e i suoi musei; tra la storia e l’arte, da un lato, e la realtà sorniona e ordinaria di tutti i giorni, dall’altro, con le prime due divenute troppo ingombranti e troppo invadenti.

Fanette, Stephanie e la vecchia del mulino vivono da recluse in un grande quadro a cielo aperto; in uno di quelli che hanno desiderato dipingere ed emulare, senza soluzione di continuità con quel paesino che è diventato rappresentazione viva e immutabile delle pennellate di Monet. Anzi, delle sue impressioni. 

Scorrono i gruppi di turisti, così come scorrono i protagonisti collaterali: l’ispettore, troppo latin lover, al punto da diventare il Dottor Watson del suo vice, più razionale; i direttori dei musei; il vecchio commissario; gli alunni della scuola; i galleristi, azzeccagarbugli, del paese. 

Solo loro tre restano immobili. Come la Suzanne en plein air di Monet.

O, perlomeno, questa è l’impressione. 

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